La tristezza della facilità

È naturale scivolare nella ragnatela della facilità. In fondo basta fare poco, anzi niente. Scegliere la strada più ampia, approfittare della piacevole pendenza.

Però, è triste scegliere la facilità che non si impone risposte, che scosta le domande. La facilità che rinuncia a scegliere, che rimanda a giorni che si scostano in un futuro indeterminato.

Rinunciare, magari anche a capire cosa si vuole è facile. Così dannatamente facile. Ed è di quella facilità triste, di chi rinuncia ad essere migliore. Di chi rinuncia a non spargere confusione.

Si può essere meglio, no? Si può tenere la barra alta. Imporsi la disciplina. O meglio, imporsi la fiducia di sapersi migliori di così, migliori di come ci sentiamo alla sera di giornate lunghe, alla fine di mesi che ci hanno consumati. Sapere che è solo uno stato di stanchezza e polvere, ma rimaniamo capaci di fare cose non facili. Di fare le cose vere. Che hanno tutto un altro sapore.

A volte vince la tentazione di cose dolci e che costino poco. Uno sforzo minimo appena e la dose di malinconia, con cui spalmare pomeriggi vuoti, sere apatiche, ricoprire risposte che non hai. È facile. È sbagliato. D’altra parte a volte ti agiti nella direzione in cui riesci, se sei incapace di superare determinati tuoi limiti.

Però se questo è vero

youre-a-ghost-driving-a-meat-coated-skeleton-made-from-stardust-33374193

Allora, quando non si è capaci di vivere le cose vere, almeno che si viva secondo l’istinto, con la curiosità di vivere, così, con gli occhi pronti a meravigliarsi, senza aspettative precise.

Il talento di dire addio

Un mio talento è quello di dire addio.

Vedete, è un’arte che non in molti hanno perchè richiede di combinare qualità differenti.
Ci vuole eleganza, generosità, e coraggio per dire addio nel modo giusto, in uno di quei modi che poi risuoni per un tempo lungo. Che poi tu ti vesta del riverbero e quell’addio lo senta depositarsi dalla bocca al silenzio. Come messo via al posto giusto, per sempre.

Ci vuole l’eleganza che adorna tutti i gesti non ovvi. È quella che permette di osservare le fila dei accadimenti, di comporle senza annodarle. Conferisce la necessaria delicatezza, e credimi questa è una questione che ne richiede. Ci vuole precisione, bisogna evitare di ingarbugliarsi nel dire cose in maniera affrettata, insincera. Bisogna misurare le parole e i gesti, sviluppare l’istinto di coltivarli in maniera tale che possono srotolarsi lungo il tempo senza mai risultare scorretti. Devi sapere a livello inconscio come risulteranno fra uno, dieci, trent’anni. Ci vuole eleganza per finire le cose in maniera giusta, senza lasciarle slabbrare in modi scorretti.

Ci vuole generosità perchè un’addio è un gesto di vicinanza suprema che si compie per quando non si sarà più vicini. È quindi naturalmente un gesto a due. Bisogna comprendere l’altra persona, cucire un addio non basato su un solo spartito. Per farlo bisogna imparare a non guardare solo a sè, a quello che le viscere cercano di agguantare, quello che la parte più egoista grida. Bisogna includere nell’addio i desideri dell’altra persona e farne una somma. Una in cui i desideri e le debolezze dell’uno si bilanciano su quelle dell’altro, in un equilibrio che possa resistere perché una volta composto l’addio è lì per restare.

Ed infine ci vuole coraggio. Ci vuole coraggio perché l’addio è un gesto definitivo, senza ripensamenti. Ci vuole coraggio perché ogni giusto addio nasce quando guardi negli occhi il tuo desiderio profondo di restare e capisci che non puoi dargli retta. E allora inizi a cucire quest’ultimo dono, con pazienza.

Penso che dire addio sia importante. Che sia una cosa che si impara a colpi di malinconia. Che non sia semplice. Che non sia da tutti. Ha molto a che fare col vivere in maniera giusta. Non si vincono medaglie per gli addii e non se ne ricava neanche felicità. L’unico premio è conservare quella nota di fondo, come un souvenir di un tempo che si è riusciti a preservare facendo una cesura chirurgica, decisa. Giusta.

Cocci

Respira, è inevitabile, respira questa tristezza, di quaggiù non puoi fare altrimenti. Chiudi gli occhi, se ti va. In fondo non c’è nulla da vedere là fuori, è tutto dentro. Ora che hai gli occhi chiusi lascia che l’odore che avverti pervada i polmoni. Lo riconosci? È la decomposizione di giorni, di progetti, di idee, di persone.

Non so come sia avvenuto. Credevo. Sono fatto a quel modo lì io: non tento di capire. La comprensione la spreco per le cose futili, per quelle che contano mi limito a credere. Così. Pensavo bastasse la fiducia. Pensavo che credere fosse sufficiente, uno scettro in grado di disperdere ogni rannicchiarsi di rancori, di possibilità insondabili. È facile dire ora che mi sono sbagliato. Ma ti giuro, rifarei gli stessi errori, non diventerei neanche un briciolo più saggio. La saggezza mi sembra un cattivo affare.

Pensavo di aver ancorato i miei baci con cura, di averli depositati sulla tua fronte con attenzione infinita, di avere deposto giornate, e pensieri, e dediche tutto attorno. Che ci fosse una rete solida a tenerli lì. Contavo si trovassero bene e che sarebbero restati. Ma poi le cose si scuotono, le realtà tremano. Un rumore sordo e a terra rimaniamo io e le idee più sciocche e grandiose che io abbia avuto. Non mi so pentire, ma vorrei saper dare ordine a tutti questi cocci, ricordare ognuno che forma componesse, prima. È questo un bacio che ti ho dato quel giorno che sorridevi per quel lavoro che avevi ottenuto? O è di quando avevi riso a una mia battuta? O magari di quando avevamo trovato una bottiglia di buon vino in qualche scatola che non ricordavamo piú di avere.

Sai, ho scommesso tutto sulla forma dei tuoi sorrisi. A me pareva una forma pronunciata, decisa. Inarrestabile. Erano certo abbastanza per tenere a bada me, per addomesticarmi. E invece erano come candele, sparse per le sale della mia mente. Un istante, un tremolio in sincrono e poi è stato il silenzio. Mi ha stupito sai. Aguzzavo l’orecchio; non c’era traccia della tua voce. Mi chiedevo se fosse semplicemente silenzio il tuo ma invece era assenza.

Chissà dovevi hai portato i tuoi sorrisi, chissà che ne hai fatto dei miei baci. Se li conservi da qualche parte, in qualche scatolone impilato, sotto alle scatole di bianco, dietro a quei libri che ancora devi restituire. O forse li guardi e non li capisci più, non sai più leggere le tracce della mia fiducia nelle incrostazioni che ti ho lasciato sulla pelle. Forse quella pelle non ti serve neanche più, un po’ come me.

Chissà. Chissà se hai saputo risorgere. Continuare a essere bella, semplicemente distante. Chissà se la fiducia aveva valore, se ti serviva. A me è servita. L’ho spesa. Ma è così che si fa con le cose belle. L’ho spesa bene. E questa tristezza in fondo mi sussurra questo. Che ho scelto. E sono stato felice. E che poi viene un tempo diverso.

Ho sempre fiducia, sai. Forse un giorno la terra tremerà ancora, a cercare di convincermi che sono sciocco. Forse la sera soffierà ancora sulle candele che ho acceso faticosamente. Però ci sono cose che siamo e che dobbiamo avere il coraggio di continuare a essere. Anche quando ci sembra di essere immersi fino alla vita in cocci, che al solo pensiero di muoverti sei già dissanguato. Che importa. Si può continuare ad avere fiducia anche sanguinando.

Dove ti vengo a prendere?

Ascoltavo queste vecchie canzoni degli articolo 31. Canzoni come Spirale ovale, Cara mia exLa mia ragazza mena, Un’altra cosa che ho perso. Mi ricordano di un certo periodo di molti, molti anni fa. Avevamo questa tribù in cui si vivevano le cose assieme. Le si conosceva assieme.
Era un periodo straordinario. Io macinavo chilometri in ogni direzione, cercavo di tenere unita e coesa la trama di quel mio mondo.

Oggi, per un attimo mi è piaciuto chiedermi dove ti vengo a prendere per riportare ognuno a costituire quel nucleo, per fare una serata di quelle. Una serata inconcludente, fra birre tenute nel bagagliaio, fare la coda davanti al Faster, al freddo, con le giacche nel bagagliaio per non pagare il guardaroba. A ballare fra i tavoli del Bierkeller. Ad agitarsi come dannati sulle canzoni di Marylin Manson all’Hiroshima. A correre coi finestrini abbassati e la musica forte. Asso e il Santafe che sparano Chemical brothers, Motel Connection, Nirvana. Il Bestia con quella sua brillantezza. Io che ci provo. Allora coltivavo la Torpedine. Oggi la Torpedine è una realtà a cui il mondo si deve adeguare. Ci siamo capiti?

Non tutto è andato perso, sapete? Molte di quelle persone le vedo ancora. Le ho tenute vicine nonostante le migliaia di chilometri tessuti in ogni direzione, le case che ho cambiato, le macchine che ho rottamato. Altre le sento di tanto in tanto. Alcune le conservo nella mia gratitudine.

Allora, sai quando ti vengo a prendere? Stasera, ti porto con me. Perchè in ogni sera c’è un piccolo riverbero di tutti i sorsi che abbiamo condiviso, delle chiacchierate che abbiamo fatto quando era notte e non sapevamo dove andare. Grazie. Non si può più essere soli quando si porta dietro una tale ricchezza.

Bastardi fortunati che nemmanco se ne rendevano conto.

Ingordigia

Siamo ingordi di esperienze. Alleniamo i sorrisi, cerchiamo le inquadrature migliori, sfogliamo le possibili destinazioni delle ferie, gli impegni a cui non possiamo mancare, i luoghi da visitare in fretta e furia, le mostre a cui poter dire di essere stati, i film che si possa dire di aver visto.

Abbiamo soprattutto ansia.

Abbiamo ansia che qualcosa ci sfugga, che il nostro piatto non sia abbastanza pieno. Ecco, se c’è qualcosa che riflette il nostro tempo sono quegli apericena a buffet, dove danziamo con piatti stracolmi di cibo che non amiamo. Sono i sushi all-you-can-eat che non ci spingono a soffermarci su cosa vogliamo mangiare ma su cosa possiamo ragionevolmente afferrare.

Il mio timore è che questa filosofia da conto alla rovescia, da offerta permaflex in perenne scadenza ci invoglia a non pensare. In definitiva è l’antitesi della scelta. È l’opposto del desiderio.

Fermati. Che cosa desideri? Che cosa scegli?

Siamo sicuri di avere mai scelto e non arraffato semplicemente? Le persone che avete a fianco sono quelle che si trovavano a portata? Erano compromessi ragionevoli?

Il problema è che scegliere vuol dire dire di no, focalizzarsi, proseguire, attraversare deserti, non cedere all’assedio dei dubbi, continuare. Ci vuole tempra. Ci vuole disciplina. E poi quella sofferenza, quella ricerca è difficile renderle in un selfie, in una citazione. Non suona bene quando spasmodicamente stiliamo i bilanci della nostra vita, a periodi di un quarto d’ora.

Avere una visione di lungo periodo è quasi sovrumano. Ma un’alternativa c’è ed è concentrarsi sui piccoli moti dell’animo che ci dicono cosa sia giusto o sbagliato, cosa degno o meno. Possiamo chiamarla etica, possiamo chiamarlo istinto. A misurare a quel modo i passi forse si arriva da qualche parte.

L’abisso

Mi sembra di essere seduto sul ciglio di un dirupo, le gambe a penzoloni nell’abisso. È una notte scurissima, di quelle senza strade, dove gli orizzonti non sono definiti, mancano di dettaglio, sono solo abbozzi.

Soffia un vento freddo e forte, che in quel silenzio mi porta all’orecchio nomi che mi confondono. Nomi di donne che le ho guardate negli occhi, ho visto dove la notte incontrava le loro paure. Le ho prese per mano. Ho aspettato che i loro pensieri si sciogliessero, si dimenticassero che cosa le trattenesse, che cosa spezzasse loro il respiro. Le ho strette fino a che si sono dimenticate anche come io mi chiamassi. Poi hanno ripreso la loro strada. Mi piace pensare che fossero più libere di come io le avevo incontrate.

Ecco, io quando sono qui che guardo l’abisso lo so che vi è una distanza siderale fra qui e le persone. Epperò compare un amico che mi bussa sulla spalla, mi volto e mi porge una birra. Rimane in piedi, il tempo di bercela. Mi parla in lingue antiche che per altri possono aver perso di significato, ma non per noi. Lo ringrazio. So che passerà ancora qui, lungo il mio abisso, in certe notti che avrò sete. So anche che questo è il mio luogo, solo il mio. Qui ricevo offerte di birra e parole, poi torno a coltivare il mio giardino in cui crescono altezze vertiginose, notti profonde, venti dirompenti.

Rimango qui, con sei ottavi della pazienza che non ho. Rimango qui a scriverti un pensiero lungo da qui al fondo dell’abisso, e che poi risale, dall’altro lato della vallata. Un pensiero che non può venirti a prendere, ma un pensiero che uso per addolcire le notti, per preparti un giaciglio di parole. Quando arriverai ci sdraieremmo su di esso, fisseremo la notte, senza il bisogno di capirla.

Ho capito alcune cose riguardo l’abisso. Prima di tutto la mia relazione con esso: ho capito che io lo guardo, mica ci devo cadere. Quindi faccio attenzione a quello che ci posso capire, in quell’infinità apparentemente vuota. Ma non mi deve interessare la sua profondità, la fatalità della caduta, i cento e uno modo in cui potrei frantumarmi su speroni, pareti scoscese o fondali ineguali. È stupido pensare come talvolta finisca col dislocarmi una spalla, mentre mi agito al pensiero di come la caduta potrebbe frantumare questo osso o quell’altro. L’abisso può farti male solo se decidi di caderci. Che non è il modo migliore di usare l’abisso. Con l’abisso bisogna giocarci a briscola.

Albe

C’è questa cosa con le albe. Non mi è mai capitato di sentirmi sorpreso o impreparato di fronte a un alba. Mai ho pensato fosse arrivata troppo presto o non sarebbe dovuto arrivare affatto. Di fronte all’alba ti senti sempre e solo in un modo: grato. L’alba è possibilità, è il coraggio di un nuovo giorno, che accogli dal principio e che nessuno al mondo sa dire se ti sarà ostile e propizio.

Forse l’unica cosa che vogliamo, che ci fa rinascare è poi questo: possibilità. Prima di giudizi o scommesse, prima che qualcuno calcoli le probabilità, prima che qualcuno determini cosa è possibile e cosa no. Nell’alba, in quel primo momento, ogni direzione è percorribile. Si rimane abbacinati da quei riverberi di possibile e si lascia poi lo spazio di infilarsi ai calcoli e ai doveri, agli impegni presi precedentemente, alle soluzioni che si è già scartate. Rimaniamo poi fermi, lì, intrappolati dai resti di possibile che si sono sciolti sotto a sguardi troppo duri. Arriva poi il tramonto a intrappolarci nelle nostre disgrazie. E lo sai che odore hanno quasi tutte le disgrazie? L’odore dell’inerzia. È l’acqua che ristagna quella in cui si sviluppano le malattie dell’animo.

Ecco, allora forse dovremmo arrivarci con la giusta predisposizione di spirito alla prossima alba. Ammirarla un istante e poi partire, sotto il suo sguardo spettacolare, e buono, ed incoraggiante.

Forse è il momento di provare ad essere l’alba. A donare possibilità infinite a chi incroci la tua strada.