Sponde

Dicono ci sia una differenza sostanziale fra il cercare una donna per amarla di un amore che basta a sé stesso o cercare la felicità che contempli anche una donna. Sono quelle finezze che sembrano dettagli ignorabili, quando sei giovane. E poi capisci che invece si tratta della differenza, fra ciò che è, diviene, e genera frutto, e ciò che esplode in una stagione, folgorante ed inutile.

Chissà.

Le differenze sono qualcosa che mi affascina. Come la differenza fra prima e poi. Un giorno, scambiarsi delle parole, delle spiegazioni che non convincono neanche chi le pronuncia. Lasciarsi dopo una lunga relazione è come tagliarsi un braccio utilizzando un coltello di plastica: richiede tempo, determinazione, e una certa impermeabilità al dolore. Alla fine, quando il taglio è completo il sangue ha già avuto il tempo di defluire. Rimane un lieve stupore, come un bambino che guardi la morte, si sorprenda che le labbra, già sottili, possano prendere un colore bluastro.

E la differenza sta nella distanza, che si è ottenuta ad un costo significativo. La distanza che vogliamo serva a darci respiro, a separarci da quella parte di noi che va in cancrena. La distanza poi rimane. Dove prima era conoscenza, confronto, la costruzione di risposte comuni. Ora è il nulla. L’altra sponda di ciò che un tempo era un noi rimane imperscrutabile. Mi chiedo che ne sia stato, in quale canale sia defluito tutto il mio amore. Se tu conservi, per ricordo, un poco della cura che io ho avuto per te. O se invece te la strappi di dosso, ovunque tu ne trovi la più piccola traccia. Se provi orrore all’idea di trovare ancora un poco dell’affetto che ho avuto per te. Ovviamente non ho risposte. Non da qui. Un tempo, me le sarei scritto da solo, le avrei disegnate seguendo lo spartito delle mie inquietudini. Oggi rimango in balia di una quieta curiosità. Chissà se sono più preoccupato del tuo destino o di quello dell’amore che ho speso.

Montagne

Viviamo nelle metafore che immaginiamo.

Io ad esempio, immagino la Vita come una scalata su una montagna. Dietro ogni curva si nasconde una nuova salita. È possibile proseguire in una sola direzione: verso l’alto, seguire le indicazioni della fatica.

Ecco, a me sembra che questa montagna si fonda sul mio stress, sulle sfide, sulle sortite fuori dalla mia zona di comfort. Sul continuo ridefinire quello che mi sento a mio agio a fare, e poi forzarmi ad andare un poco più in là. Ecco, se mi sento bene, mi sento a mio agio, avverto il pieno controllo quello è il segnale per fare un nuovo passo, stirare un poco di più la gamba. Insistere.

Naturalmente ho avuto bisogno di carburante per arrivare fino a qui. Non me ne è servito mica poco. Ho dovuto consumare amici, fondendogli le orecchie di chiacchiere, sfogando la stanchezza, il mio scoramento di fronte alla ripidità che sembra sempre sorprendermi. Ovviamente ho dovuto dare fondo alle scorte di alcol. Senza alcol sarei fermo alle pendici, a guardare con diffidenza la massa minacciosa che si erge di fronte a me. L’alcol invece mi riduce la vista, mi permette di vedere solo il picco immediatamente di fronte a me. Molto meglio. La scalata appare tollerabile solo dal fondo di un Negroni bello carico. Specie il terzo. Il terzo è la chiave di tutto. Da lì in giù tutto è possibile, tutto è ottimismo.

Ogni scalata degna di questo nome si fonda sull’incoscienza, sull’incapacità di vedere il quadro generale è arrendersi. La mia arma segreta è la stupidità selettiva.

Satelliti

Quel millione di esperienze che ci hanno connessi, lo sai cosa hanno fatto di noi?

Ci hanno piano piano appreso i passi, i ritmi, gli schemi. Abbiamo cominciato a ripeterli, come per riflesso. È diventata una danza, la nostra danza di respiri e giorni, e gesti sempre più vicini. Me lo ricordo il ritmo del tuo respiro. Ci regolavo l’umore delle mie notti, influenzava lo scorrere del mio sangue.

Ecco, l’inseguimento è divenuto una danza. Ci siamo ritrovati satelliti reciproci, soli in un universo spaventosamente grande, infinitamente vuoto, ostinatamente sordo. Poi è stato silenzio, deriva, infiniti orizzonti, senza riferimenti. Dove il tempo si affievolisce e tace.

Nello spazio silente non basta coltivare risposte. Occorre coltivare anche le giuste domande.

Quando finisce un grande amore?

È una cosa strana ed innaturale che i grandi amori finiscano. Credo che finiscano perché siamo noi a finire, incapaci di rimanere fedeli a noi stessi.

Così c’era questa domanda, questo tentativo di comprendere: quando finisce un grande amore?

Potrebbe finire l’ultima volta che le lasci andare le mani. Quando la comunione finisce ed inizia qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa a cui non si è preparati.

Forse finisce l’ultima volta che la vedi, incrociandola per strada in un martedì da niente, proprio quando lei doveva fare quella commissione così banale, e tu sei già in ritardo. Le depositi le ultime gocce di malinconia ai piedi e te ne vai.

Ma magari non dipende da te: forse un grande amore finisce l’ultima volta che ti addormenti in un suo pensiero. Quando diventi quel ricordo che si fa fatica a richiamare alla memoria, che non è sempre lì in punta di dita, di cuore, di lingua, di desiderio.

Chissà, magari non basta neanche questo. Potrebbe essere necessario spogliarsi a poco a poco. Restare con nulla. Prima devi dimenticare la sua voce, poi perdere le risposte alle domande che la riguardano.

Forse devi lasciarle il tempo di cambiare, di rassomigliare meno alla donna che amavi. Lascia che cambi colore dei capelli, indirizzo. Che getti quell’abito che amava. In altre parole lascia il tempo alla donna che ami di morire, di fare spazio ad altro nello stesso corpo.

Potresti aver bisogno di compiere un’azione specifica: amare un’altra, imparare le linee di altri corpi, ridere a battute differenti, lasciarti adagiare su tratti di carattere diversi, esplorare altri cuori, e le loro pieghe sinuose, imprevedibili.

Ancora, potrebbe volerci una resistenza passiva. Attendere che la sua immagine venga a cercarti, percorrendo distanze siderali, scavalcando cimiteri di speranze, morte di stenti, orfane.

Forse è una missione senza speranza alcuna. Un grande amore, un amore davvero grande torna a cercarti, in modi diversi, lungo la tua Vita. A ricordarti cosa ti ha appreso e cosa ha ancora da apprenderti. A confrontarti con chi eri e con chi, con dolore, hai dovuto lasciar andare. Per essere altro, per essere vivo, per essere oggi.

Sopravvivere è un affare sporco; conservare l’eleganza diviene quasi impossibile.

Viaggiando

Sai, ho ascoltato ancora Rose Tattoo. La ascoltavo mesi fa quando i pensieri si agitavano come spettri attorno alla porta. Nel corpo intenzioni flebili, spauramenti, volontà accecate.

You will always be with me, even if you are gone. Si, lo so: certain are for showing up, others are for growing up.

Avrei voluto catturare tutto in un tatuaggio, come una miniatura capace di riprodurre fedelmente le cose che avevo vissuto. Perché temevo che altrimenti avrei finito anche io col non crederci. Col ritrovarmi incapace semplicemente di enumerare gli avvenimenti, e le meraviglie che mi erano passate per il sangue.
Non ci sono riuscito e oggi, credici o no, non me ne pento.

Oggi viaggio, faccio. Non provo: sono. A quel modo che rimbomba il terreno della pienezza delle mie intenzioni.

E allora cosa ti devo dire. Mi ritrovo così, sempre un poco più forte della Vita. Non è che sopravvivere non abbia un costo, beninteso, ma dovrò sempre di che pagarlo, e ancora, per proseguire lungo strade che prima non immaginavo. L’unica cosa a cui prestare attenzione rimane il non giudicare la strada che ho di fronte con gli occhi della partenza, quando pensavo ogni traguardo molto, ma molto più vicino.

Bellezza

Ho pensato cose diverse in giorni diversi. Le ho pensate in un modo intenso e carico, ma carico in modo leggero, a quel modo che i pensieri non si sparigliano, ti rimangono vicini, mentre prendono al volo il vento e lo usano per innalzarsi, per farsi dare la spinta necessaria a compiere un giro di valzer, una piroetta muta e perfetta.

Ho pensato alla bellezza e il suo modo di raggiungerti, oltre ogni recinzione. Pensa che stavo guardando questo telefim, provando ad associare le strade di cui parlavamo ai loro nomi mentre scorrevano sullo schermo. Poi hai fatto capolino sullo sfondo. Ti fingevi una comparsa, un personaggio dall’impatto minimale. Ti tradiva quello sguardo che smentiva il sorriso. Mi ha fatto quasi male questo tuo nasconderti, dove non ti cerco e non posso evitarti. Però eri bella di una bellezza a cui si perdona tutto. Mi sono detto che vi era solo pace, e memorie buone, e mille e uno inizi che quel tuo sguardo benediceva. Ho spento il computer, ti ho lasciata riposare nello sfondo di un telefim che peraltro credo non ti sia mai piaciuto.

La bellezza ha forme diverse, sai? Sono uscito di mattino presto, ho guidato fra strade spaesate. Una domenica mattina. L’ho vista nella sua bellezza lenta e costante. Torino certe mattina è così bella che ti si conficca un dolore nel petto all’idea di partire. Partire. Via da qui, dove le notti e le mattine sono molto belle. Per andare dove non vi è umanità ad attendermi. Solo io ed il mio sonno, le mie attese in aeroporto.

La verità è che mi sembra di aver appreso. Di accecarmi meno di impazienze, ansie, domande. Di essere più semplice. Di avere più spazio per la Vita.

In fondo si impara, dalla bellezza.

Barche di cartone

La Vita è quella cosa che le cose succedono. Siamo lì ad agitarci, a tentare di governare barche di cartone in preda a correnti molto forti, antiche, e dal carattere niente affatto facile.

Credo che sia giusto continuare a insistere, a dare pagaiate in testa alla corrente. A discuterci a quel modo lì, in cui lei non ascolta.

E non trovo drammatico qualche volta lasciarsi andare sul fondo dell’imbarcazione improvvisata, guardare l’acqua che già brama lo scafo. In fondo la differenza, concettualmente importante, non è tale da rendere inaccettabile una pausa.

Allora poi viene la sera, i viaggi, le scene di cui ti parlavo. Le valigie reciproche, le idee dell’ultimo minuto. I progetti buttati lì, come se la Vita ci appartenesse, e non fosse un gioco da rendere chissà quando, chissà poi perché.

Sorridiamo. Non c’è nulla a cui arrendersi.