Piombo

Ricordo le tua labbra grandi. Le osservavo, con desiderio e meraviglia. Le sfioravo, con lo sguardo, poi scorrendo lentamente il pollice su di loro. Sapevo, sapevi che mancasse qualcosa. Lo sapeva l’aria, irrequieta di quel suo tremolio. Una donna qualunque a quel punto avrebbe tirato fuori dalla borsetta un rossetto buono per ogni giorno, di un rosso opaco intenso. Tu invece ti copristi le labbra di piombo. Io non capivo, tu non sapevi. Il piombo diventò incandescente a contatto con le tue labbra ed il modo in cui mi guardavi. Le appoggiasti sul mio petto. Non avvertivo neanche l’odore della carne che bruciava, il piombo che si faceva strada verso il mio cuore. Provai rancore per un periodo brevissimo: appena oltre il dolore io già sapevo fosse necessario. Quel bacio sul cuore era la mutazione che lo esponeva agli elementi, che lo faceva rimbombare ad ogni tuono della tua voce, e poi ad ogni tua eco, che esplodeva nella valle e poi oltre distanze piccole e grandi.

Ci sono cose che ho capito. La più importante è quanto fosse ampio e forte il mio cuore. Capace di sopravvivere al piombo, assimilarlo, non lasciare vincere la propria natura. Nel mio cuore c’è piombo ma è diventato parte di me. L’ho usato come uno degli elementi che mi servivano nel mio percorso per diventare uomo. Poteva diventare cicatrice e mutilazione: ne ho fatto mutazione. I miei ventricoli sono ampie sale dalle volte decorate di motivi in piombo, le valvole rinforzate da uno scheletro di piombo, le arterie di ingresso sono mantenute larghe e protette da anelli di piombo. Di ogni morte ho fatto una rinascita.

Una cosa non ho permesso al piombo: di farsi occupazione di spazio. Io l’ho usato come elemento per fare il mio cuore più ampio, più capace, più robusto. Oggi ci sono sale immense dove si muovono serene ampie e profonde amicizie, qualche fantasma che danza, protetto nella profondità del mio petto accogliente. Vi è spazio. Io credo nello spazio di tempo e attenzione: ne tengo sempre in serbo, per le cose importanti che hanno ad accadere. Ho imparato a riconoscere l’odore del piombo. Mi dirà quando aprire le sale che ora conservo, generose e vuote. Nel mio cuore vi sono ampiezze, di cui talune vastità sono aperte molto raramente.

Poi a proposito di cose che rimangono dentro: sono stato al concerto dei Guns n’ Roses, con A. e P*** P***, D. e F. E alle loro canzoni sono legati così tanti momenti. E a loro. È stato bello parlare con F., ripensare a quanti anni e cose abbiamo vissuto insieme. Una gita di altri tempi: strepitosa.

È molto bello

È molto bello pensare che tu scrivi e quelle parole vogliono dire qualcosa per qualcuno. Come se, oltre distanze sovrumane, si potesse creare un legame che non vedi. Come onde gravitazionali: non ne vedi l’origine ma comunque ci sono, sono concrete.

È molto bello Benny.

È molto bello quando piove. Comunque. Ma è meglio se sono fuori. Se decido di bagnarmi e la camicia mi si appiccica al petto. O se sono riparato sotto una tettoia a fare due chiacchiere con qualcuno.

È molto bello quando poi le cose si propongono così, per la sera stessa, per tipo adesso. E ti dice di sì. Ma anche se ti dice di no. In quel caso sei comunque molto bello tu che c’hai voglia di fare adesso, mica poi, mica vediamo.

È molto bello quando ti invitano, e insistono, e vogliono proprio che tu vieni. E tu decidi che allora va bene.

È molto bello quando uno sale in macchina e ti viene a prendere. Più sei lontano meglio è. Ma è forse più bello andare a prendere qualcuno.

È molto bello regalare fiori. O fare regali a caso. Per contro è molto brutto fare regali di compleanno. O riceverli. Nun me regalate niente!

È molto bello quando guardi, sorridi, e ti dici: sì, ho deciso. È molto brutto quando stai a pensare. Che poi pensare, su certe cose, vuol dire solo sgranocchiare un po’ di tempo e poi fare a caso. O lasciare che i dubbi si spandano, la memoria della pelle si annacqui e poi decidere in base a cosa? A cosa disturba meno il comfort?

È molto bello quando sei straniero. Ma è più bello quando sei in aeroporto e ti fermano per proporti una carta di credito. Ti chiedono se vivi qui e tu ci devi pensare. È bello quando poi un giorno chiudi la porta, e dici “ah, finalmente a casa”, anche se è un paese diverso da quello in cui sei nato.

È molto bello quando rincontri qualcuno che conoscevi molti anni fa e lui si ferma a parlare. Se ti saluta di fretta e se ne va è brutto, ti chiedi se le cose possano marcire a quel modo.

È molto bello quando senti qualcuno parlare italiano e ti viene da ascoltare. Poi ti ricordi che vivi in Italia.

È molto bello quando la luce irrompe nella stanza, ma così, a spizzichi e bocconi, come a spandersi lenta, annusare le cose. E poi decide di restare. Allora tu lo sai che non ti devi alzare, ma stare lì, respirare, essere contento di essere vivo a prescindere.

È molto bello quando un tuo amico ti guarda e ti dice che ora è felice. Pensate tutti e due a prima, quando non lo era, quando stavate al telefono, quando al bar a tarda sera gli offrivi cose sempre più forti. E lo sapevi che vi era una reazione a dormire sotto pelle, che si trattava solo di ubriacarlo abbastanza affinchè avesse il coraggio di farsi un’incisione. Che mica puoi farla tu. Ma tu mica gli dici “te l’avevo detto”. Gli dici che è un brutto bastardo e gli offri da bere.

È molto bello quando torni a casa, di notte, e sei così su di giri che muovi le braccia, le spalanchi. Canti a tratti. Abbracceresti tutti. Ma non c’è nessuno da abbracciare, allora rimani a pensare alle persone che hai appena visto, a quelle che vorresti reincontrare. Ti dici che domani o il giorno seguente saranno pieni di possibilità, che tu le coltiverai tutte.

È molto bello quando una tua amica lascia quell’idiota e trova un uomo che la merita. Che poi un giorno gli stringerai la mano, e tu lo saprai che si comporta bene. E gli vorrai bene. È molto stupido se un ragazzo di una tua amica è geloso di te.

È molto bello quando non dormi e poi dopo le quattro d’improvviso ti arrendi, non cerchi più di addormentarti. Diventi euforico, spalanchi le finestre, canti. È molto bello quando non hai dormito e ascolti musica ripetitiva per tenere la tensione alta, l’energia al massimo per travolgere ogni stanchezza, per non sprecare la giornata.

È molto bello quando abbracci qualcuno per la prima volta. O dopo molto tempo.

È molto bello quando persone che erano meravigliose prima sono ancora meravigliose. È molto brutto quando qualcuno si corrompe col tempo e diventa una persona che ti fa schifo, che gli stringeresti la mano usando uno dei sacchetti di Benny.

È molto bello quando vedi una tua amica che sembra avere poca luce negli occhi, essersi arenata su cose minori di quello che merita, su una versione più povera di sè stessa. Ma poi prende un sorso, trova la sera giusta, vi guardate e lo sai che è tornata. Come una piccola, preziosa fonte di follia.

È molto bello quando ti risenti e non ci sono ruggine o diffidenza, il timore di avere dimenticato un linguaggio comune. Vi parlate, vi capite, vi dite cose nuove. Vi dite cose che allora non vi eravate detti. È molto bello quando ci si sente dopo anni e ci si dice le cose come stavano allora o come le si è capite negli anni. È molto bello quando poi, alla fine, rimane solo che ti vuoi bene.

È molto bello quando ti dicono che sì, il Glen Grant ce l’hanno. O il Punt e Mes, o il San Simone. È molto bello quando il proprietario del locale ti regala una bottiglia.

È molto bello quando arriva Ciube e accende una serata.

È molto bello bere Negroni con Leo.

È molto bello quando un tuo amico è ubriaco e tu sei un po’ come un cane da pastore che per tenerlo vivo qualche amorevole cazzotto glielo devi dare. Altrimenti mica ci arriva a casa. Vivo. È importante che arrivi vivo.

È molto bello quando la situazione sfugge di mano. Allora tu ti rilassi e ti dici: vediamo che succede.

È molto bello quando lei, finalmente, si accorge che tu sei la persona più meravigliosa del mondo. Ma dico: ci voleva tanto?

È molto bello quando finisci in un posto in cui nessuno capisce la tua lingua. Ti danno da bere e da mangiare. A volte cantate anche. E poi alla fine ti spiegano che ti trovano simpaticissimo. Io rendo al mio meglio quando non mi capiscono.

È molto bello quando sei in visita a seri professionisti, si fa un lavoro di gran livello e poi si va a bere e si chiacchiera della vita.

È molto bello quando fai passare una signora al supermercato, quando tieni una porta per qualcuno, quando lo fai sedere davanti, quando aiuti qualcuno con una valigia o due, quando ti chiedono un’indicazione anche se sei in un altro paese ma tu comunque sai rispondere. È bello anche quando ti chiedono un’indicazione in francese e tu riesci a spiegarti.

È molto bello quando lavori con i migliori del mondo nel tuo settore.

È molto bello quando uno studente o un giovane professionista dall’altra parte del mondo ti scrivono per ringraziarti.

È molto bello quando inconti qualcuno che si ricorda il tuo nome e tu riesci a portare a termine l’interazione con un senso di decenza sebbene tu non sia sicuro se l’abbia conosciuto in Goliardia o per lavoro, in quale paese, quanti anni avessi e ovviamente mai e poi mai come cavolo si chiamasse.

È molto bello quando lasci andare, e ti dici che sì, ne uscirai vivo anche questa volta.

L’istante

L’istante immediatamente precedente. Quel brevissimo spazio in cui si muta. In cui non vi è tempo per l’azione, solo per capire quello che è già determinato e fa parte delle cose avvenute, o quello che è ormai incanalato su binari che non possiamo deviare. È parte delle cose che avverranno, che potevamo, forse, influenzare, ma avremmo dovuto farlo prima, mica ora. Ora è il tempo di assistere, di conservare, di meravigliarsi.

Prima, appena prima. Prima che io esploda, in un gesto intenso che è cresciuto dentro me, con lo scopo di percorrere le inevitabili conseguenze.

Prima, appena prima, quando sto ancora sollevando il braccio che regge il bicchiere. Prima, appena prima che il sorso di whiskey scorra così liscio e sublime lungo la mia gola, pronta, abituata.

Prima, appena prima che io salti in macchina e corra, mio Dio, oltre semafori e stop, e veicoli lenti e sorpassi strettamente necessari ad acchiappare il momento, prendere l’istante per la coda, sbatterlo a terra. Inchiodarlo al suo destino.

Prima, appena prima che faccia un passo a colmare ogni distanza, annientarla. Puff, non c’è più, solo io e te, senza spazio in mezzo. Quello spazio vuoto, così poco sensato. Rimosso, è andato. E ora?

Prima, appena prima che io capisca che la nota di fondo di quello sguardo è un “no”, detto piano, ma che persiste nell’aria, come indelebile all’orecchio.

Prima, appena prima che io mi accorga del fatto che tu hai la chiave che fa risuonare in me il brivido delle cose straordinarie. Ed io non possa che risuonare, che importa l’acustica, il contesto, il tempo, le mani spellate.

Prima, appena prima che io mi renda conto che quella era l’ultima volta che ci saremmo visti, per un tempo lungo e sordo. Di quelli che non sai come arredare, che stona tutto, che il tappeto inaridisce la stanza, il quadro la instupidisce, ogni tenda la priva di luce, la rende goffa.

Prima, appena prima che l’attimo passi e non si possa più recuperare, proprio quando mi accorgo che sarebbe stato importante ricordare. Ed invece ho lasciato il cuore a casa, ho gli occhi opachi questa sera e nessuna capacità di afferrare e mettere via.

Prima, appena prima che mi accorga che è passato e che quello che non ho detto rimarrà non detto. Ciò per cui non ho trovato il tempo non saprò più trascinarlo fra le cose reali. Rimarrà, orfano, a vagare per sempre fra le cose che non sono.

L’istante è il momento in cui siamo umani. In cui viviamo perché non c’è più tempo per preparare, riflettere, più possibilità di rimandare. Possiamo solo scegliere se essere o non essere. Trattenere lo scatto o scioglierlo, lasciarlo esplodere. Stare a vedere che succede. Quell’istante è una singola emozione, pura: paura, eccitazione, felicità, rimpianto, orrore. Una, una sola cosa. A ricordarci che poi la semplicità dorme in fondo a tutti gli atti, a tutte le cose che viviamo per davvero. Che la decoriamo di sciocchezze, convinti di darle importanza, ed invece la soffochiamo. Ma lì, nell’istante, tutto questo non conta. Tutto quanto è vero, innegabile. Siamo costretti a essere umani, per come possiamo.

Quando

Appunti che avevo preso ieri, perché ormai scriverei due-tre volte al giorno. Poi ho aspettato.

Quando sei giovane le tue armi di difesa si limitano sostanzialmente ad ascoltare “Patience” a ripetizione, a sdraiarti sul piumone che ha ancora quei motivi scelti da tua madre. Non è molto, ed infatti non basta. Al più fissi il fondo di un bicchiere di whiskey bevuto di primo pomeriggio, senza ghiaccio. Così va meglio ma, sostanzialmente, soffri, poi soffri un po’ di più e poi molto. Poi sembra vada meglio ma è solo perché poi deve andare molto, molto peggio.

Negli anni però acquisisci armi pericolose, che è facile sfuggano di mano e ti sterminino la capacità di vivere. Il disinteresse, l’anestetico dei muscoli del sentire, la paralisi, la paralisi infinità che ti condanna alla stasi del cuore. Davvero tu questo non lo vuoi. Il problema è che succede proprio perchè smetti di ascoltare. Ah, la vigliaccheria. Avessi saputo da ragazzo che essere adulto vuol dire per il più delle persone essere vigliacchi, ripararsi sotto tetti solidi. Un tempo affrontavi i fortunali, a volto scoperto, la pioggia che scorreva sul petto nudo. Ora ti allontani dalla finestra, chiudi le persiane. Che il fulmine non ti trovi in casa. Che il tuono non ti scompigli i capelli. Ma non lo sai che non c’è riparo dalla vigliaccheria? Che è già tutt’attorno, avvinghiata alle gambe? Che brutta cosa: era davvero così difficile accettare di avere paura e ottenere una Vita in cambio? Puoi dirmi fosse un cattivo affare?

Coraggio, che qui si muore solo di scarsa voglia, d’inerzia, di colpi ripetuti di telecomando.

Ah, poi incontri amiche. Nel fondo dei loro occhi, nel loro inciampare, nelle risate scomposte il germe della follia, ma di quella buona, che serve la Vita invece di sostituirla. Che donne. Di quelle che se le incontri, figlio mio, imparerai cosa sia il timore, in un modo o nell’altro. Ma poi potrai sempre disimpararlo, con calma.

Testimone

Non provo a capire come gli eventi siano riusciti a cucire il percorso fino a quel particolare momento. Qualsiasi fosse il motivo ero proprio io e non un altro che si ritrovò seduto di fianco a te, in quel tempo. Rimasi ad osservare il modo sublime che aveva la tua pelle di confondersi fra le linee della sera. Non vi era spazio per tracciare distinzioni nette, dire dove fossi tu, dove il chiarore della luna sfiorasse il tuo volto, la curva del collo, si insunuasse fra le spalle. Avevi il frinire dei grilli che ti correva lungo la schiena, tutte le domande che ti cadevano a terra, stecchite. In quel silenzio vi erano solo risposte. È curioso come si avverta la fragilità di quegli equilibri perfetti e quindi incredibili. Un istinto naturale a tacere, lasciare ancora un poco di spazio alla meraviglia. Donarle il tempo di prendere ancora un respiro.

E poi, cosa rimane? Io credo che rimanga il dovere di ricordare, per chi si è ritrovato testimone di quello spettacolo. Lo avverto: è qualcosa che pulsa, fra lo stomaco e il cuore. Mi chiede come potrei lasciar andare l’immagine, come abbandonare quel pensiero. È un monito a dirmi che se lo facessi, se non fossi capace di trattenere la meraviglia in fondo alla retina allora finirei col sentirmi complice del tempo, che ti avvolge un istante e gia’ fugge via, incapace di dedicarti l’attenzione che meriti. Non posso che rispondere allora, affermare che invece in me riecheggi, forse a ripetizioni via via piu’ distanti e sfocate, ma protetta per sempre. Che sono rimasto il custode della bellezza che mi hai donato, a proteggerla anche molto dopo. La proteggo dal come tu ti levasti, dai gesti stupidi che tu facesti, dal tuo imbrattare tutto a morsi e sputi. Forse alcune persone sono capaci di essere vere solo per un tempo limitato, solo sotto alcune condizioni. Ma questo non m’importa perché io rimango accompagnato dall’infinita’ dei tuoi movimenti brevi, della fragilita’ che riuscisti a condividere, dal fatto che tu, per un momento, fosti capace di credere. Come se tu ti fossi decisa a respirare. Poi le sere sfumano in notti, si torna a casa, ci si reincontra ma mai piu’ a quel modo. Non si recupera piu’ il filo. Sappi pero’ che nulla e’ andato perso, che l’eco richiama ancora, che la bellezza che non trovi piu’ io so che e’ esistita. Se un giorno ti domanderai, dubiterai di cosa tu sia capace, dell’ampiezza dei tuoi respiri, non hai che da venire a chiederla. Sarò la prova che puoi usare contro le tue rese.

Non confonderti però: sebbene io sia impossibilitato a dimenticare allo stesso tempo sono abile nel proseguire, nello scavalcare ciò che hai sparso tutto attorno e reimboccare il sentiero. Io cammino e mi chino a raccogliere chicchi di memoria lungo la strada. No, non abbandonero’ mai quella che sei stata, anche molto dopo che tu l’avrai fatto. Ma lo porterò con me, ovunque io vada. E ovunque non è qui. Questo e’ quello che io posso offrire a te, prima di alzarmi e restituirti ai tuoi ritorni.

E se tu

Un tempo, prima che questo processo avesse inizio, stringevo la tua mano. Le mie dita si rassicuravano nello sfiorare le tue. Il tuo sguardo reggeva il mio, certo e solido. Poi tu mi hai chiesto di voltarmi, di guardare nella direzione che stavi indicando. Per permetterti quel gesto ho lasciato la tua mano, per un attimo. Tu dal faro della Vittoria mi indicavi come la luce irrompa nelle vie del precollina, come prosegua senza soluzione di continuità oltre il fiume, per poi allagare tutto il centro. Mi spiegavi come, prestando attenzione, si potesse udire il rullio bianco che cola versa la pianura, si ingrossa, fa per montarsi di impazienza ma infine rimane nell’abbraccio di quegli argini che tu indicavi. L’onda di luce poi raggiunge la sua destinazione e si assesta. Si concede solamente un improvviso luccicchio selvaggio dove non l’aspetti, un vezzo a rifrangersi su uno specchio, un modo bizzarro di illuminare un cartellone, l’arte di accecare un passante. Avevi come questa urgenza di spiegarmi che quell’energia poteva diventare ordine, rimanere forte ed immensa, senza strafare in un singolo gesto. E io ti ascoltavo, sciocco, invischiato nelle tue parole. Non notai che la tua voce si era fatta flebile. Io guardavo dove indicavi e non dove eri. Eppure in qualche modo avvertivo quel cambiamento che era in atto. Mentre fissavo la cascata di luce che si avviava lungo il suo percorso notavo tracce infinitesimali del tuo colore. Lo sapevo, senza poterlo capire, che tu sanguinavi colore ad ogni parola, che ti stavi spendendo in quella spiegazione. Capii solo in seguito come tu credessi che la Vita fosse da vivere in maniera lieve. Che calcare i passi fosse sbagliato, che ogni respiro dovesse essere solo accennato. Che tutto ciò che era lecito fosse un sospiro.

Quando siamo scesi, ripiombati da dove si osserva a dove si è osservati, qualcosa era cambiato. Ma non avevo quel genere di occhio per comprendere, a quel pensiero non ero ancora pronto. Così continuai a rimanere lo spettatore stolido del tuo disperderti in frammenti. Del tuo riuscire a dimenticare tutto in maniera sublime. Camminavi così leggera che alla fine rimase solo l’ombra dei tuoi passi, la tua voce si era fatta troppo sottile, dispersa da battiti d’ali, da l’onda d’urto di una bicicletta che passa, travolta da un leggero colpo di vento. Tu volevi solo dimenticarti, abbracciare quella pace, quella quiete infinita in cui non disturbavi, non avevi a giustificare nulla, non avevi a misurare l’esito dei tuoi atti e delle tue paure.

Alla fine sei riuscita nel tuo intento. Non ti ho percepita più. Ricordavo dove si trovasse il tuo sorriso, il modo che aveva la tua voce di incresparsi, quando un tempo qualcosa ti emozionava. Però sembrava nessuno più capisse. Quando a tarda notte, parlavo di te seduto al tavolo di un bar, pareva come ti descrivessi in una lingua che avevi svuotato di significato. Capisci? Ti eri fatta lieve anche nella memoria, avevi lasciato tracce incomunicabili, a cui le parole non rimanevano appiccicate. Quel tuo ultimo trucco era stato fare a modo che io non avessi più la capacità di richiamarti in un discorso, d’intrappolarti in uno scritto. Credo che tu volessi quella libertà, l’infinità leggerezza dello scomparire dalla bocca, seppure il cuore conservasse una memoria primeva, orfana di ogni spiegazione.

D’allora sono ritornato di tanto in tanto a guardare giù dal faro, a cercare di scorgere il tuo colore nelle vie. Certe volte mi sembra di vederti in un riflesso, in un volto che subito scompare dietro un angolo. Forse era questo il destino che volevi, non essere per essere ovunque, come capace di abbracciarmi ad ogni angolo, di tornare in modo improvviso, ma solo per un attimo, lieve e perfetto, dove nulla di vero e difficile può venire a farti domande, a strattonarti. Così irraggiungibile che la tua memoria rimanga solo a me, e alle vie, ma solo quelle più fortunate.

Verità

La verità per me è importante. La coltivo, anche quando costa fatica, anche quando sarebbe facile fare altrimenti.

Ognuno ha le sue ostinazioni, i suoi vizi. Questo è uno dei miei.

Ecco, ma la verità è che io sono il risultato di una serie molto, molto lunga di eventi. Di esperienze. Di persone. Di luoghi. Di azioni. Di cose che ho fatto e non ho fatto.

A volte penso a quei pochissimi momenti nella mia Vita in cui sarebbe bastato poco per fare deragliare la mia esistenza in una direzione molto diversa. Una frazione, giusto un goccetto di adrenocromo che cade verso destra o verso sinistra. Ora, alcune di queste cose, forse, sarebbero state assolute disgrazie, come altre, invece, sarebbero state… buone, io credo. Ecco, capita che a volte io mi sia sentito negli anni, un po’ come fossi caduto per buona parte sul mio percorso corrente ma una parte di me l’avessi spesa, dietro a quel possibile che era vicino, estremamente forte e dirompente, e poi è diventato lontano, impossibile. Quello come altri possibili esiti, intendiamoci, come le centomila possibilità che non ho seguito, o che ho seguito e non ho saputo acciuffare. No, non credo sappiate tutto. Forse niente. Per dire, quella volta che ho detto di no ad Apple non si avvicina neanche alla top ten di cose che mi avrebbero cambiato la Vita. Parlo di altre cose, cose più importanti.

Certi giorni però penso che invece questa è la linea giusta. Che è una linea dura. Piena di verità, anche molto amare. Verità che mi si sono ficcate in gola. Verità che mi hanno aperto tagli profondi e l’hanno fatto in maniera deliberata e lenta. Però sono le mie verità. Quelle verità sono io. Ed io quelle verità le ho condivise con persone straordinariamente meravigliose. Gli amici di una Vita. Io credo che chiunque avesse incontrato un terzo degli amici incredibili che ho avuto io potrebbe ritenersi una persona di una fortuna sfacciata. Non è un caso che quando qualcuno non ha capito questo inevitabilmente ha creato una frattura profonda, insanabile. Ho una profonda ricchezza in questo. Sono loro la mia verità. Sono loro che mi hanno insegnato a poco a poco a diventare vero. E con fatica io ho imparato. Con ostinazione ho continuato.

Ora, sono felice? In parte. Sono però Vero ed attrezzato per reagire e soprattutto agire. Ci puoi scommettere. Sono la prima nota dell’albata che si solleva dove prima era silenzio. Ascolta. Ho cose interessanti che ho raccolto e coltivato e sono sul punto di dirle.

Per ora mi godo il fatto di avere reincontrato G., che è l’amica di una vita. Di voler molto bene a G., che mi aiuta con quella pianta. Di avere un caravanserraglio di tre animali da circo del cuore, che hanno piú Vita in un’unghia di quanto mai potreste immaginare. Questa è la Verità. Io ricomincio da qui. Ancora.