Futuro

Stasera, complice la birra scura, vago sul futuro. Mi sembra di avere un sacco di futuro di fronte. Persone, certo, offerte di lavoro, possibilità, paesi.

Però, complice la birra scura, colgo la sfumatura che fa apparire tutto vacuo e non così importante.

Pago il conto, torno alla mia stanza di un albergo nel nulla (eppure dicono ci sia Stoccarda, attorno). Sorrido, sento la tua mancanza.

Il presente. Il presente sto imparando, anche grazie a te, che conta anche più di mille strade per il paese delle delizie, se tutte queste risiedono in un futuro che non comincia ora. Tutto importa un po’ meno se, alla fine della fiera, semplicemente avverto la tua mancanza.

La distanza

Oggi ho salutato Ciube e il Capo, ripartiti alla volta dell’Italia, dopo un tour-de-force di ore in macchina, pedaggi, gomme da cambiare e birra. La mia casa è più arida del Sahara, solo lattine vuote, casse abbandonate a fianco degli armadi. Io domattina, presto, parto per Stoccarda. Il Capo lo rivedrò fra un mese, in India. Ho i biglietti per Amburgo, da prenotare. Penso alla distanza.

La distanza forse è semplice da comprendere, lo si può fare in modo fisico. Sei più distante di quanto il mio fiato mi permetta di correre, di quanto possa vedere, se mi sporgo dalla finestra. Neanche il mio abbonamento dei mezzi pubblici basta per raggiungere casa tua. Quando hai bisogno, non faccio in tempo ad arrivare, chi c’è lì che ti può distrarre da una cattiva giornata. No, neanche oggi posso venirti ad ascoltare. Allungo il braccio: non basta, provo ancora, mi sporgo, mi sforzo, non riesco a sfiorarti. Conosco il tuo respiro ma non so che profumo indossi oggi, ti guardo da lontano, il riflesso nei tuoi occhi non credo di riuscire a coglierlo. La distanza è un gioco poco pulito, a sottrarsi i minuti. Trasforma le giornate in baccelli: butti via il frutto e tieni la buccia. Ti tornano i conti a fine mese?

La distanza sono anche i chilometri che corro per venire da te, che sciolgo come nodi al cuore. Riacquisto fiato e lo trattengo, fino a quando ti vedo. Sei già in stazione?
La distanza è quello spazio in cui allungo i pensieri, fino a sfiorarti di desiderio. Coltivo la pazienza del baco da seta, tesso, tesso rincontri, che si sciolgono però presto in ripartenze, nel riaccompagnarci in stazione, salutarsi ancora. La distanza è la neve che cade e speri non sia abbastanza. Spero arrivi presto, nonostante tutto.

Volto lo sguardo e vedo l’Ovest, tu, lontana, guardi l’Est, invece di guardare verso me.
La distanza la coltiviamo, in noi, ci soffoca. Ti rimpiango già, rimpiango un metro prima, quando eravamo un metro e un giorno più vicini.
Ci sono distanze che ti lasciano non accadere mai, altre che, non lo impediscono, ti seducono. E poi, rimangono lì, a decretare sentenze.

Chiavi di volta

Mi distraggo scrivendo un po’, facendo un po’ di esercizio. Non interpretatelo come un intervento auto-biografico (non completamente almeno).

Lo sai perché mi manchi? Ci ho pensato a lungo, ed era una risposta difficile da afferrare, ci giravo intorno, provavo ad attraversarla, a osservarla da ogni punto di vista: niente, non l’afferravo. Ho continuato a camminare con pazienza, e ho messo assieme i pezzi, fino a capire, d’un tratto. Quando ho raccolto l’ultimo indizio mi si è dischiusa la spiegazione di fronte agli occhi: improvvisamente chiara.

Mi manchi perché è attraverso te che capisco la bellezza. In qualche modo io sono evanescente, come disconnesso dalla realtà. Quando tu però sei nei paraggi risvegli in me qualcosa che mi da la scintilla per cancellare quella distanza, calcare il mondo con una presenza piena.

Un momento ti sto guardando e a poco a poco la luce si scompone in raggi sottili sotto ai miei occhi, ognuno di quei raggi con un suo compito preciso, ognuno parte del tutto, contribuisce all’immagine finale: perfetta. Ognuno di loro è una chiave di volta, senza il quale l’immagine traballerebbe fino a cadere, e io continuerei a brancolare in un soffuso esilio.

E invece c’è un aspetto della luce che sottolinea una particolare tonalità di verde nei tuoi occhi, ce n’è uno che ripercorre la curva delle tue guance, un raggio birichino ti scivola sul labbro e mi permette di decifrare un tuo sorriso. Poi mi accorgo che non é solo la luce ma anche il suono delle tue parole. Fino ad arrivare ai tuoi pensieri, alle tue luci che fanno da contraltare alle mie ombre, le tue azioni che contrastano lo sferragliare dei miei pensieri, che mi fanno venir voglia di metterli un poco da parte e camminare con te.

È tramite te che capisco la bellezza del mondo. Tu sei importante per me, e avverto la tua mancanza, perché mi apri strade che da solo non saprei mai percorrere. Per me sei un mare infinito di possibilità e di insegnamenti. Ecco perché per me sei importante.

La reazione alle parole della Fornero

Non parlo mai d’attualità; su questo blog normalmente scrivo di un argomento molto più interessante: me. In questi giorni però sto leggendo sui social network una quantità di reazioni in fotocopia alle parole della Fornero, Ministro del lavoro, che ha detto “Cari ragazzi, non siate Choosy e prendete i lavori che ci sono, per fare esperienza”.

La risposta è stata data da una sfilza di persone e suona più o meno così: “Ho una laurea e non trovo un lavoro, quindi c’è una macchinazione massonica in atto, se non mi prendono é ovviamente perché non ho una raccomandazione.” Il profilo tipico di chi si lamenta è quello del laureato in “Scienza delle merendine”, solitamente con un voto alto (il fatto che la mediana dei voti in scienza delle merendine si attesti attorno al 109 non suscita alcun dubbio al dotto laureato sulla significatività di questo traguardo).

Bé, chi se ne frega. Voglio dire, sono stufo di sentire persone che pensano di aver raggiunto chissà quale traguardo per aver ottenuto un titolo di studio. È un punto di partenza, solo quello. Poi verrete scelti in base alle vostre qualità umane e alla vostra passione per quello che fate. E io ne vedo poca in chi ritiene che per presentarsi abbia bisogno di dire che è Dottore, che ha la Laurea Magistrale: ‘sti cazzi! Siamo tutti impressionati!

Probabilmente ci sono paesi dove è più facile trovare lavoro, ma credo che la differenza sia che in quei paesi, oltre a un’economia in un momento migliore, ci siano persone che si preparano a fare quel lavoro, magari un lavoro per cui c’è richiesta. Se scegli di fare un lavoro di cui la società non sente l’esigenza, bé, fallo coscientemente e preparati a lottare con passione. Invece appendi la laurea al muro e inizi a lamentarti. Peggio, lo scrivi sui Facebook, ma io su Facebook voglio vedere la foto degli amici miei ubriachi, non le tue lamentele. Ecco, bravo, vai all’estero. Impacchetta Moka e scolapasta e parti. Per favore, solo evita di venire a Schwabing, a Monaco di Baviera.

Inizia il week-end

Ho aperto la finestra, ho lasciato entrare l’aria ma non le ho dato ascolto.

 

Mi sono seduto, e ho preso uno specchio. Ho contato le immagini che vedevo riflesse.

 

Ho avvertito la strada percorsa, dietro di me. Non gli ho dato peso, ma so che rimane lì, da qualche parte, a riprova delle possibilità di raccogliere i pezzi, uno ad uno, a riprova di abilità che potrebbero tornarmi utili.

 

Sai, non importa, davvero.

 

Mi sono vestito e sono uscito, dove c’è un battito, lento e forte.

Ridere di me

Torno da Vienna con scarpe nuove, dopo il party per la laurea di Irina, dopo aver parlato con Dea di cani e gatti e sorelle. Sono salito sul treno, la mitfahrgelegenheit del ritorno ha avuto un’incidente. Mi piacciono i treni, c’è poco da fare, mi piacciono anche se a volte cerco di convincermi del contrario. È un rapporto con le sue controversie, ma quale non ne ha. Mi piace anche arrivare presto in stazione, lo ammetto. Allora riprendo a fare esercizi di scrittura. Ho più di quattro ore da spendere dopotutto. Mi invento situazioni, come quando scrivevo di un desiderio e poi il lago.

Sono caduto dentro al tuo modo di pensare, di muoverti fra le cose e le situazioni, di navigare a vista fra eventi e pomeriggi. Tu non sei un porto,e nemmeno la burrasca, tu sei un vento sostenuto che va perché deve andare, testardo senza accorgersene. Sei un’aria leggera che toglie respiro a ogni rimpianto. Mi guardi e scuoti la testa, ti domandi come abbia fatto a incagliarmi in un altro pensiero, a farmi frenare da un’altra riflessione.

Allora ho messo da parte tutti gli altri pensieri, consumati lungo i bordi, lisi dal mio troppo pensarli. Sono tornato al lago, lungo un’altra sponda e ho lasciato che le ore passassero, senza rimpiangerle mentre si accumulavano, senza un’idea alternativa di come spenderle. Il giorno è finito e sono rimasto lì.

Quando mi sono svegliato avevi gli occhi dello stesso colore, sorridevi, di me, ne sono certo, come non ci fosse nessun’altra possibile risposta che sorridere. Non ho controbattuto, nè ho avuto più voglia di giocare quel gioco di pensieri cattivi. L’aria era fredda, ma leggera, era un’ora buona per rimanere nudi e ridere insieme di me.

Silenzio, birra, amici, fortuna, un sacco di cose, che non provo a capire

Non ho scritto per un po’. Sapete, com’è, come succede. Succede la vita.

Immagino ne siano successe di cose.

È passata di qua Barbarina.

È passato il Capo. È arrivato la serata del venerdì, ha speso 160 euro in alcolici. Ne siamo tutti orgogliosi. Sono tornato alle 5.30 a casa, Ricky parlava lento sul bus. Giulia e lui (il Capo) mi hanno suonato alle 6.40, abbiamo parlato. Alle 8 ho fatto una doccia e sono uscito di casa. C’era il sole su Monaco. La compagnia era ottima, ero con due grandi artiste.

Abbiamo chiamato Flavia, che credevamo in Romania ed era ad Amburgo, in aeroporto. Ci ha raggiunto il Capo. Una persona malvagia ha chiamato “Andrea”. Si sono girate due persone meravigliose.

Il mattino dopo io e il Capo ci siamo svegliati alle 6.30, andati all’Oktoberfest.

Abbiamo bevuto, seduti, e parlato. Poi vagato, cercato un altro posto. E poi l’Oktoberfest è finito. Ho vissuto un Oktoberfest da abitante di München.

Non ho pensato molto ultimamente. Perché sono contento e perché sono molto preso un po’ da tutto. Questa settimana lavoro sodo, a lavoro e tornato a casa per finire delle cose. Se la sera non ho birra vado a comprarla alla Tankenstelle. Poi penso alla fortuna e credo che la fortuna sia un gatto dorato. Io credo che la fortuna sia sì, un regalo.

Ma non è solo un regalo, è anche qualcosa che tu fai a te stesso.

Così continuo a cercare la mia fortuna. Forse è semplice, basta rifuggire le cose che ci portano infelicità, per quanto possiamo esserci affezionati, e cercare quelle altre, quelle che ci fanno stare bene.

Ho decisamente molte, molte cose per cui ritenermi estremamente fortunato. E non mi va di scriverle qui, mi va di pensarci e sorridere fra me e me, mentre sorseggio una birra e scherzo con il gatto (a cui credo sia giunto il momento di dare un nome).

È strano come si trovi sempre delle scuse per preoccuparsi comunque.

Che poi io ho la birra, e una mitfahrgelegenheit prenotata, un supervisor che mi insegna il rumeno. Che cosa potrei volere di più?

Il basilico è morto. Lunga vita al basilico. Aveva ragione il Capo: il caffè caldo non fa bene al basilico. Io credo che con l’espresso avrebbe funzionato, invece.