Cambio di passo

Riniziano i corsi, arrivano offerte di lavoro (ma vedrete che riuscirò ad evitare che si concretizzino), la sera si esce spesso, almeno così è stato la scorsa settimana, e questa chi lo sa. Alla fine la stanchezza e il senso del dovere potrebbero arrivare a riscuotere il loro obolo convincendomi che riposare o studiare non sono due attività così inaccettabili. Mah, ho spesso di questi timori quando sento avvicinarsi la fine di un periodo stupendo. Non mi interrogo più sul futuro come un tempo. Da bambino fino alle superiori avevo il film della mia vita perfetta ben stampato in mente: la bella casa, la mogliettina, il lavoro serissimo. Era tutto perfetto. La donna della mia vita l’avrei dovuta conoscere prestissimo senza fare a tempo ad innamorarmi di nessun altra, il mio lavoro sarebbe dovuto essere duro ed impegnativo, da perfetto uomo responsabile e membro produttivo della società. La mia casa sarebbe stata un bellissimo appartamento alla Crocetta (e questo non riuscivo che ad immaginarlo uguale a quello in cui ho vissuto da bambino) ma ovviamente avrei avuto anche una bella casetta in campagna. Poi non so bene dire cosa sia successo. Il primo amore finisce e ti ritrovi un po’ vuoto, con la sensazione d’essere stato fregato (e non sai ancora che seguiranno un secondo, un terzo…). Ad un certo punto ti accorgi che non sei disposto a sacrificare un pomeriggio per studiare e figuriamoci una vita intera dietro ai ritmi del membro-responsabile-della-società. E ti ritrovi tutti i sogni da rifare, il modello di vita con cui eri nato, praticamente già incorporato, si è rivelato di cartapesta e ora dove la trovo un’alternativa? Si potrebbe solleticare l’idea di non farsi un progetto e presentarsi con la mia ormai amatissima atarassia nei confronti della vita e giocare di rimessa, vedere quel che c’è da prendere e veleggiare senza tentare di cambiare il verso delle onde. E’ solo che un progetto, un quadretto di futuro perfetto, è rassicurante nei momenti di solitudine, fra te e la tua anima, senza nemmeno un bicchiere di vino a farvi compagnia. A volte vorrei non aver capito tante cose, dentro quei parchi dove ho scommesso adolescenza e fegato, fra le nuvole di fumo di Amsterdam o dei pub di Rivoli. Le chiacchierate con gli amici. Mah…

Ahimè

Il week-end su cui incombe la ripresa dei corsi si compone d’un Venerdì un poco più fiacco del solito, speso fra le scure sale del Beamish, vicino a piazza Vittorio (so che ha cambiato nome, ma chi se lo ricorda?). Il sabato va in scena al Bierkeller, teatro sabato scorso di discutibili esibizioni, di risate sguaiate, di balli improvvisati. Di parole che volano e, diamine, lo fanno con classe. Questo sabato vede la solita gente, voci di un gruppo disgregato, ma alla fine ci si ritrova intorno a vecchi nuclei elaborati e confermati, ricomposti in frammenti, ognuno col suo proprio riflesso. E così eccoci, io, Asso & Assa (dopo la sua prova guidatoria di ieri, questo sarà il suo ignorato soprannome, per essere la prima volta che guidava, caspita, decisamente bene) e, dopo lunga parentesi, si intendo quella di prima, Pillus ed il Magnifico accompagnato dal buon Simone; non si può tacere delle due sorelle nè di Giò e Francesca. E poi arrivano le due Vale; e Ciro dove lo mettiamo, e Ciube? Ok, solo sfilze di nomi ma sono quei nomi che la fanno la differenza fra un sabato che guarda all’orribile destino, al temuto ritorno nelle aule del poli e un sabato in cui, manco a cercarlo, c’è spazio per la preoccupazione (ovviamente è un’idealizzazione, non si può oscurar del tutto l’orrore per il riprendere dei corsi). Solo tutti c’abbandonano un poco presto, e la sera finisce a casa di Vale F. che mi e si cucina una pasta notturna stando ad ascoltare di quei problemi di cui con lei si parla volentieri. Branco di balenghi, tutti quanti. Ma di quei balenghi che mi mancano durante la settimana, quando non ci sono uscite infrasettimanali (ma dovrebbero essercene questo martedì, maercoledì, giovedì… ottimo).

Perso in mare, eppur io stavo mirando quel cartone giapponese anni ’80

In questi giorni sto guardando dei lungometraggi a cartoni animati, della serie Uruseiyatsura, in italiano Lamù. Si tratta di immergersi in un mondo magico dove la fantascienza si va ad incanalare in un flusso di leggende giapponesi ma l’elemento principale è l’assolutezza dei sentimenti, delle emozioni. E’ un mondo intenso di amori non corrosi dai dubbi, dove tutto è assurdo, non esistono vie di mezzo o limiti. Dove i personaggi si perdono aldilà degli specchi, dove compaiono alieni di ogni specie e uomini-pesce con bocce in testa. E’ un mondo dove nessuno è mai solo, impossibile fra l’accavallarsi di personaggi nello stesso quadro, eppure è anche un mondo di infinita solitudine dove ogni personaggio ama qualcuno ed è amato da un’altra persona (o da nessuno). Non esiste, fra decine di quelli descritti, un solo amore che sia ricambiato. Di una tristezza, con questi personaggi spersi a guardare l’orizzonte, a buttarsi senza remore in un amore per ottenerne solo dolore. L’amore che diamo e che riceviamo sono due grandezze slegate. Da giovinetto mi riusciva di pensare che alla fine contasse solo quanto e con quanta forza amavi e non che ne era di quell’amore, ma all’epoca avevo sogni più grandi, ed occhi perennemente chiusi.

E’ che a volte mentre viaggiamo non si scorgono le coste, e non c’è neanche un Venerdì con cui chiacchierare.
E allora?
E allora atarassia, ragazzi miei. E birra d’abbazia. A nastro.

Well is it them or me
Well I just can’t see
But there ain’t no peace to found

Ma che importa il motivo quando questo mare ti dondola, finché la radio va e porta la voce di Axl Rose si può ricordare il colore di un problema? Ne dubito, ed ora silenzio per favore.

And I don’t worry about nothin’ no
‘Cause worrin’s a waste of my… time

…libertà e kebab

Ad una mezz’ora appena da un Kebab mi dilettavo a legger canti goliardici, ve ne propongo uno che secondo me ha parecchio significato:


Goliardo, io vado in ogni dove

cercando strade nuove

per la mia liberta’.

Cantando si libera il pensiero

da questo cimitero

che e’ l’umanita’.

Io cerco,vagando,la mia vita,

perche’ non sia smarrita

questa mia gioventu’.

Il color del cappello che io porto

sara’ sempre mio conforto

in ogni avversita’.



E quella gente

che mi guarda e ride,

nell’ignoranza beata s’uccide

senza capire il valore

di quel che ho da dire……



Avvolto cosi’ nel mio mantello

io prendo tutto quello

che questa vita da’.

E vivendo ho osservato che nel mondo

l’intelligenza,in fondo,

e’una rarita’.

Per questo, vedendo tanta gente

parlare e non dir niente,

io la sputtanero’

e il mio canto pungente e un po’volgare

forse varra’ a fugare un po’ di vanita’.



Cosa ne sai,

o volgo bastardo,

cosa vuol dire esser goliardo,

se tu ragioni soltanto

contando i soldoni…?



Goliardo,

io vado in ogni dove

cercando strade nuove

per la mia liberta’.

Cantando si libera il pensiero

da questo cimitero

che e’ l’umanita’.

E mi tocca di aggiungere anche questa, che, forse a causa degli effetti dell’alcolismo sul mio cervello, mi commuove:


Quando un goliarda muore, muore due volte:

muore l’uomo che è in lui, muore l’amico che è in te.

Quando un goliarda muore solo tu e sua madre

sapete veramente che cos’è il dolore.

Quando un goliarda muore non bastano le lacrime

a calmare la sete che arde nel tuo Cuore.



Abbiamo urlato stonati le stesse canzoni

vivendo felici i vent’anni e le nostre illusioni.

Potrei cantare di te, della donna che mi ha dato

la felicità, ma il mio tempo è la coscienza di

chi lotterà per il pane della sua libertà.



Mi regalarono i fiori, le stelle, la luna, il sole, l’amore.

Volli solo sfiorarli con la mano

per possederne il suono e la voce, ma ho conservato

gli occhi umidi della tristezza del mondo, per regalarli

a chi ha dimenticato che c’è ancora chi piange.



Quando un goliarda muore, muore un poeta

che ancora non ha scritto il suo inno alla vita.

Quando un goliarda muore, muore un pittore

che ancora non ha rubato alle farfalle il colore.

Quando un goliarda muore, non si accorge la gente

di lui che ha visto tanto e non ha chiesto niente.



Abbiamo urlato stonati le stesse canzoni

vivendo felici i vent’anni e le nostre illusioni.

Potrei cantare di te, della donna che mi ha dato

la felicità, ma il mio tempo è la coscienza di

chi lotterà per il pane della sua libertà.



Perchè libertà è rifiutare ciò che di più ci viene offerto,

perché libertà è spezzare ogni lusinga,

perché libertà è pensare con il proprio cervello.

Dal Michigan…

Tra tutti i rompipalle che stamattina hanno complottato per privarmi del giusto riposo dell’ubriacone arriva anche Defendini: "corriere Defendini, mi apre?". La stessa voce che l’altro giorno mi ha consegnato la mia prima multa. Primo pensiero: "COL CAZZO CHE TI APRO!". Però nel frattempo gli ho già aperto, riflesso pavloviano. Caspita aspetto il mio destino, che si presenti alla porta ed invece niente. Scendo a controllare in buca e trovo un nuovo numero di Architecture Journal, rivista specialistica di informatica che Microsoft gentilmente fa stampare e mi spedisce dal Michigan e la invia a "Dott. Federico Tomassetti". Diavolo quanto è lontano quel mondo dove io sono un ing. informatico e l’informatica è la mia passione. Ora la mia preoccupazione è sopravvivere all’incauto esperimento culinario in cui mi sono lanciato avendo erroneamente deciso di combattere la mia pigrizia, che mi portava a mangiare sani cibi pronti invece di arrischiarmi in mescolii di latte abbandonato nel frigo da un tempo che NON VOGLIO RICORDARE, getterci dosi casuali di farina, mescolarci uova, no, decisamente non fresche. Sbattere il tutto in padelle più nere del cuore di Sauron, nel regno delle incrostazioni oleose ed invincibili. Ma dopo le mie merende a base di funghi fritti posso sopravvivere, dopo le estati passate con Il Bestia nulla mi spaventa. Addio miei amati lettori, addio…

Pensieri a spasso e mai al guinzaglio

A volte basta allontanarsi dalla tastiera, posare i pensieri sul comodino, infilare la giacca e vecchi pantaloni lisi, aprire la porta ed incamminarsi. Arrivato a quel vecchio parco incapace di offrire uno spettacolo differente dal solito trito e ritrito, la sensazione che non abbia fatto lo sforzo di cambiare da quando tu eri un bambino. Ti sdrai sulla solita collinetta, fra l’erba verde ancora accarezzata dalla rugiada ed aspetti, conscio che quei pensieri ti abbiano seguito e lì, disteso a guardare quel solito vecchio cielo, sapranno trovarti e riproporti un retrogusto amaro. C’è che non so fare a meno di confrontarmi con i miei pensieri, c’è che non ho mai imparato. Non mi riesce di nascondermi dietro una faccenda da sbrigare.

Certe sere nel buio mi sembra ci sia troppo spazio per i miei pensieri, troppi angoli in cui possa infilarsi un rimpianto od uno di quei piccoli dolori che si depositano sotto pelle, per rimanervi.

Un bel momento di oggi è stato andare su racconti.it e trovare un commento ad uno dei miei deliri lì pubblicati.

E’ strano come questo periodo in cui mi interrogo su tante cose coincida con un momento in cui mi diverto davvero molto ad ogni uscita, forse è che sto bene sprofondato nei miei soliti dilemmi come su una vecchia poltrona. Forse è l’innesto di vitalità di Alessia e Micol nel gruppo, fino alle quattro e mezza a chiaccherare ieri insieme a Ciube. Questo è un elemento ma non è solo questo, è che tante altri problemi mi sembrano spariti come neve al sole per il semplice fatto che abbia smesso di dargli importanza, probabilmente è solo la mia atarassia (e non atalassia come ho scritto l’altra volta) che peggiora. A me sta bene così. Diamine, non potrei dire di non essere felice, al di là di tutto.