Dialogo di amanti infelici

…ma si potrebbe anche chiamare "dialogo fra parti di me", quel che conta è aggiungere la nota dell’autore che apre l’ultima fatica di Claudio, "Notti fatali" e che riporto integralmente adattandosi perfettamente alla bisogna: "Eh, ho fatto un’altra cazzata…". L’ho scritto di ritorno da una passeggiata con Paolone, su una panchina poco illuminata su un taccuino che malauguratamente da ieri mi trascino dietro. Dieci minuti di orrore vissuti da quelle pagine però era anche per scrivere qualcosa di più descrittivo e DEI DIALOGHI. Non scrivo mai dei dialoghi ed ora capirete perché.

"Facciamo l’amore, qui ed ora, all’ombra del castagno" le dissi ma ella ritraendosi rispose "mio signore non posso", "perché?" insistetti nel vederla mordersi un labbro incapace di continuare; dopo un attimo di silenzio riprese "perché ieri al volger del meriggio i vi vidi rotolarvi fra le rose divelgendole. Voi sanguinavate eppure giurerei d’avervi sentito ridere e sospirare" rispose ella tutto d’un fiato per paura che a metà le venisse meno il coraggio a fatica trovato. "Vedete madamigella quello era solo il mio cercare la vita fra le rose, aveste sentito l’odore forte del loro morire graffiandomi la schiena" e prosegui in un silenzio ed uno sguardo vacuo. Lei quel silenzio sentì il bisogno di romperlo e riprese "signore io da dov’ero non sentii profumo alcuno e spaventata fuggii per ripararmi nel giardino appartato che contiene file ordinate di lauri e di ginepri. Lì ripresi il lavoro al filare ed in seguito dovetti recarmi al fiume per lavare la macchia che m’aveva procurato la terra nella fuga dalla scena ch’io prima descriveva ed ora che la potete ammirare tornata al suo brillante bianco vorreste ch’io mi sdraiassi sotto al castagno dove certo le radici nodose che io vedo affiorare mi ferirebbero la schiena", "ma io", la interruppi, "vorrei piangere su di te il mio seme affinché smetta di gridare e non mi sia di disturbo quando andrò al fiume e cercherò un punto dove immergermi e rimanervi". Ella scosse la testa, non capiva. Neanch’io ma questo non mutò affatto le cose.

Caso

Uscendo dal bagno mi accorgo che manca quel continuo ronzio che ha accompagnato l’estate, le vespe che ogni mattina mi convincevano a spicciarmi pare se ne siano tornate da dove vengono ogni primavera. Il campionato riinizia, un pallonetto delizia
i nostri palati granata. Mi piace questa sensazione che provo, il lento riprendersi del mio organismo dagli eccessi del giorno prima, questo suo rallentare ogni cosa, anche i miei sbadigli, dilatati a più non posso. Un porto franco di torpore e velati mal di testa, un rifugio. Qui non importa avere una meta. Non devo sapere in che direzione voglio correre. Forse dovrebbe essere sempre così, quando sto meglio è quando vivo a caso.

All day long I think of things but nothing seems to satisfy
(e questa l’ho rubata al Capo)

Bar

Correvo lungo la statale che taglia la valle superando nomi di paese improbabili, affrontando sorpassi in curve strette di vecchie automobili che borbottavano incerte. Insegne di bar si affacciavano sulla strada ma senza troppa convinzione e me li lasciavo alla spalle senza l’ombra d’un rimpianto fino a quando pur di non affogare nel nulla di quel pomeriggio mi fermai, senza motivo, al successivo. Fu una decisione presa d’impulso, non appena quell’ennessima insegna scolorita mi piombò addosso da dietro una curva. Parcheggiai, male, di sbieco, ed entrai. Tu te ne stavi appoggiata ad un tavolino, nella penombra con una maglietta leggera, un verde pastello. Indifferente al fatto che concedeva uno scorcio appena di teatro per i miei desideri, a me ed ai miei diciott’anni di valligiano dubbioso ed incerto. Rimasi sulla soglia per un attimo e poi finalmente entrai, ordinai una birra chiara. Non osavo guardarti eppure ti pensavo mia confuso dalla distanza materiale, breve, mi sforzavo di ignorare quella reale, infinita, che non sarei mai riuscito a percorrere. Me ne stetti al bancone cercando di metter su una facciata di sicurezza e, credimi, non era facile. Avevo quasi consumato tutto il mio coraggio per gettarti l’ultima occhiata quando, finalmente, mi convinsi che una ritirata non era poi tanto disonorevole, che c’erano tanti altri bar sulla statale e che mi avresti aspettato in ognuno di questi e sulle scale d’ingresso a scuola e ti avrei incontrato in ogni passeggiata domenicale ed ogni volta ancora che mi fossi abbandonato al mio girovagare. In realtà, per quanto il mio desiderare gridasse, sapevo che t’avrei rivista ancora ed ancora laddove ancora ti conservo, fra i ricordi ingialliti d’una giornata troppo calda.

Io VOGLIO voler scrivere un libro… tanto per potermi vantare con gli amici al bar. E far colpo sulla gente "…sai ho scritto un libro.." dirlo con finta indifferenza. Insomma tanto per darmi un tono.

Neve

Ho pianto, ho pianto di neve e tetti imbiancati, il selciato già scomparso sotto il manto bianco. Ho pianto lontano dalle vostre stufe e quel letto dove facevi l’amore perché non c’era la televisione, perché non c’era neanche tua madre e un po’ perché ti andava. Fuori con il vento che mi correva tutt’attorno ed io a gridargli dietro per distrarlo da quel suo sordo soffiare. Avrei voluti girare le spalle a quel vostro borgo, tornare forse in primavera, fuggire, fuggire lontano da quei vostri letti, smettere di restare lì a consumarsi di pensieri. Ma ero lì immobile e solo quando una lacrima ghiacciata mi punse mi accorsi di non essere un’idea e provai a camminare non so in che direzione ma di certo lontano quanto va chi in fondo non potrebbe stare di fronte ad un camino.

Patetico ma debbo pur esercitarmi, no? E poi mi ero appena svegliato e…

Ticchettii

Questa mattina mi sono svegliato presto. E’ la pioggia che è venuta a cercarmi sotto la coperta leggera, ha bussato con insistenza alla grande finestra della mia camera, su in mansarda. Poi mi ha lasciato lì in quello strano territorio silenzioso di luce scarsa a fissare oggetti immobili. Sveglio ma non ancora parte integrante, attiva della vita là fuori. Mi sembrava di essere confinato o rintanato in uno spazio comune, unico. Lo stesso dei miei risvegli silenziosi fin da bambino, lo stesso starmene a pensare con gli occhi sbarrati nel tepore delle coperte e di attimi solo miei. Un filo che univa il me di adesso al me bambino che pensava alla compagna di classe ed i suoi capelli biondo cenere, alla cartella nuova e poi alle vacanze, agli esami. Come se tutte quelle persone, tutti quei me fossero una persona sola, un pensiero che a me sembra assurdo e per questo trovavo magica quella sensazione, quel filo conduttore fra momenti e stati dell’esistenza così diversi. Mi sono sentito mutato ed eterno, là, sotto la pioggia che ticchettava, sotto una coperta, rintanato ancora nella mia calda solitudine, nascosto sotto i ricordi di quei momenti prima di tutto, prima di quei pensieri, prima di quei dolori. I ricordi di un bambino felice che… non mi va di dirlo. Buona serata cari lettori. Me ne torno a due di due ed alla sua fine deludente me ne torno allo scendere la val di Lanzo dopo la visita ad un vecchio rudere che si sogna di ristrutturare. Me ne torno a giorni intensi che mi distraggono dai pensieri. Isole dove ogni tanto rifugiarsi. Un po’ come sotto la mia amata pioggia.

Case

La grande casa bianca di mia nonna dove spendevo le estati rimane lontana ma ieri al tavolo di ferragosto mia nonna c’era ed allo  stesso tavolo ci sono rimasto, di ritorno da ferragosti di grigliate con gli amici quest’anno ho sentito il desiderio di far parte di un rito antico, me seduta alla destra di mia nonna che canticchia sottovoce. Si alza dice la preghiera. Dopo novantreanni di lotta centimetro a centimetro il bianco sembra essere passato in vantaggio sulla chioma corvina. Le sorrido, lei mi tiene forte la mano. Protagoniste del dopo pranzo sono le duemila foto che mio fratello ha scannerizzato con un’ostinata noiosità che gli è proprio propria. Entusiasmo sui volti ai primi battesimi, ai matrimoni. M’immagino la sensazione di rendersi conto della forza con cui si inizia a prendere possesso della propria vita, ci si accorge che è la propria generazione ad infondere linfa vitale nelle cose, negli eventi. Che è il proprio turno. Scappo da albu, di foto, da mio fratello che afferma che sono presente in quaranta foto in più di quante sia presente lui. Scappo dai miei maglioncini verdi, dalle foto sulle giostre, da quelle foto della zia Adele che io costringevo a giocare a pallone con me pochi mesi prima che finisse su una carrozzina. Scappo e me ne vado, birra e pizze surgelate alla mano, verso casa di Andrea. Qualche birra divisa con lui e Claudio, alle sei poi ci si inerpica in montagna dopo essersi incontrati con Ciube a Venaria e si va a vedere la prima casa che potrebbe diventare la House of the rising sun. Scartata. Ma è un inizio. Si scende, ci si ferma in una pizzeria di una borgata. Birra ed ancora birra prima di un buon Genepy. Il rientro è tutto un piacere. I passeggeri si sentono rassicurati quando dopo mezz’ora di tornanti annuncio non tanto sicuro "ecco, ora sarei quasi in grado di guidare". E’ un piacere scivolare fra amici e sogni verso valle. Stanchi. Intanto ai primi di settembre tornerò a quella grande casa bianca a vedere se un certo gigantesco cipresso ha avuto la costanza di rimanere tale. Nel caso negherò che siano i miei occhi ad essere cambiati e gliene darò tutta la colpa.