Guidare di notte

Quando guidi di notte e di fronte a te hai abbastanza chilometri da stenderci i pensieri.

Quando c’è la luna e c’è lo spazio: nulla attorno all’autostrada. Molti chilometri da ogni luogo che abbia senso per te. Ore prima di approdare a qualsiasi punto in cui tu possa riprendere la tua esistenza o almeno provarci.

Sei solo in macchina o chi c’è dorme. Puoi tollerare un respiro ma dev’essere sottile oppure devi fare uno sforzo per assorbirlo, capirlo e poterlo pienamente ignorare.

Guarda la luna, che si impegna nella sua luce bianca.

Guarda il cielo blu che si rischiara. Diventa mattino. No, non ora, ma verrà il mattino fra molte ore di guida.

Cosa farai allora?

Te lo puoi chiedere ora che sei fuori, fuori da tutto, ora hai il dono delle prospettiva.

Non riesci a riempirlo di nulla, lo guardi e basta. Catturato da quel vuoto.

Non riesci mai, non riesci mai a riempirlo.

 

A me piacciono i chilometri, io ne ho avuti tanti. Io ne ho in serbo.

 

Io voglio viaggiare di notte, voglio vedere il vuoto, guardarlo in faccia.

Cappotti

Esercizi di stile. Ho mal di testa. Ahia.

Mi manchi ogni giorno in modo diverso, ogni giorno più di traverso.

E intanto smetto gli abiti di un tempo e indosso anonimi cappotti blu scuro, camicie su camicie, il vezzo di una fantasia a righe in cambio degli slogan che campeggiavano sulle magliette. E mentre scivolo via, a poco a poco, in quel me che perdo io perdo te, per sempre.

Non sono più il ragazzo che capiva perfettamente il modo dei tuoi capelli di caderti sulle spalle, la luce che si rifrangeva sul tuo volto nella cucina. Dimentico il modo di abbracciarti quando avevi paura, senza aver bisogno di un motivo. E alla fine dimentico il tuo modo provocante di temere la felicità.

Oggi voglio cominciare un libro in cui non ti nascondi fra le pagine, in cui non sei che un riverbero. Perché ho perso quel me, e ora sembra non abbia mai piovuto. Nell’aria è rimasta solo la malinconia.

Che sciocco

Che sciocco che sono.

Che sciocco che ero già molti, molti anni fa quando ascoltavo Domani e la usavo per cercare d’inchiodare un dolore passeggero, inseguire ancora una gonna evanescente su e giù per le scale della memoria.

Che sciocco che ero quando me ne andavo con i finestrini abbassati lasciando che l’autoradio cantasse Guapa loca. Mi piacevano le rime, abbassavano i misteri del ritmo alla mia portata.

Che sciocco quando pensavo a un’altra cosa che ho perso. Incredibile quante cose si perdano negli anni, eppure ne rimangono ancora da perdere, vorrà dire qualcosa no? Che la maggior parte delle disperazioni non sono tali, o questo le proteggerebbe con triste facilità dal peggiorare, dalle paure di vecchietta che indossiamo come uno scialle per proteggere vite troppo distratte.

Che sciocco quando conto le ore, le cose da fare e i conti non tornano. Di quante cose non importavano ho addobbato le settimane? E poi perdi di visti gli obbiettivi, che dovrebbero essere chiari, sempre chiari. Portali in tasca, infilaci una mano e sfiorali quando hai dei dubbi: un libro, un figlio, un albero.

Eppure facevo bene ad essere sciocco e a studiare che pelle avesse F., invece di dormire. E come potevo? Teneva la radio acceso. L’ho dimenticata da anni ma allora era importante fare così. Allora era giusto. E se sono cresciuto l’ho fatto anche mentre le note di canzoni mediocri scorrevano. Mentre le rime scioglievano la lingua.

E se sembravo sciocco quando ce ne andavamo a fare un giro cantando Tocca qui, sciocco non ero affatto. Che anche se non eri un’amica vera, sono state belle giornate. A tanti diari di distanze, a distanza di cose che io non capivo, di altre che tu ignoravi, di conigli nani neri restituiti. Ti ho rincontrato poi anni dopo, io uscivo con quella tua compagna di classe che mi avevi presentato tu. Sì, quella sera che Claudio, un miliardo di Claudi fa, aveva letto quel tuo libro e ne aveva tratto una frase semplice ed elegante, una proposta che lei trovò però resistibile. Un miliardo di Claudi fa.

E certe sere salivi in macchina, il Capo apriva una birra e te la passava. Andava forte quella canzone: Pere. Di birre aprirne una e passarla, che non abbia a sgasarsi. Come se mai gliene si avesse dato il tempo.

Che sciocco sono stato quando ho creduto agli impegni che qualcuno aveva preso con me. E ho abitato tavoli vuoti al venerdì sera, sono affogato in week-end troppo lunghi, o lasciato che finissero i biglietti, che salissero i prezzi dei voli, che passassero le estati, che i capodanni si assopissero in case di periferia.

Che sciocco sono stato quando non ho avuto fiducia nella parola che mi avevano dato, e ho ingannato l’attesa di delusioni anticipate, abbastanza da farle squagliare.

Quanto ancora sarò sciocco, quante brutte canzoni ascolterò ancora mentre sbaglio?

 

 

 

Riguardando vecchie foto

Tutto torna a sfaldarsi, e poi a ricomporsi, in quel tuo sorriso che non cerca protezioni, ma solo di restare ancora un poco, nel cuore. Di venire appresso, di guardare da sopra una spalla, leggera.
Sei rimasta bimba, ma che sorriso, è così serio. È così infinito che trascende tutte le cose che non hai fatto. È così incapace di fermarsi lì, al 1983. Il tuo sorriso continua. Sta sempre in salotto, e poi su, per le scale.
Come si fa, come si fa a diventare grandi? Com’è, com’è che tu lo sapevi già? Com’è che facevi quando faceva male?
Mi dispiace, sai.
Piango, mi lavo i denti, torno.
Hai lo stesso sorriso.
Avrai lo stesso sorriso quando, a Dio piacendo, fra dieci anni riguarderò le stesse foto. Neanche una in più. Avrai lo stesso sorriso. Lo stesso cuore senza tagli, lo stesso biglietto d’addio.
Io avrò più tagli, meno capelli, più esperienze. Più distanza fra te che mi tenevi in braccio sul bordo della fontana di Caneto. Ci vorrà il tuo sguardo infinito per continuare a superarla. Tu lo sapevi che un sguardo meno forte non sarebbe bastato a raggiungermi, mi sei voluto rimanere qui, dove ti so vicina.
Come fai a superare certe distanze? Come facevi ad avere già imparato?
Un giorno io saprò cosa vuol dire avere i capelli bianchi, tu come si sorride. No, non vorrai fare a cambio.
Vorrei potessi insegnarmi, sai?
Io che rido ma a sorridere, potrei imparare, forse. Che ne dici? Tu, potessi, mi insegneresti?
Staresti qui con me a parlare questa Domenica?
Discuteremmo di cosa ricordi tu, di cosa ricordo io.
E io continuo a ricordare, a inciampare nelle distanze, a perdermi sempre più appresso a volti che non ricordo, a case che invecchiano, a studi chiusi. E tu non inciampi mai? Quelle gambine corte e quel lungo cappotto.

La montagna e il capriolo

Ho sonno, non ho dormito quasi nulla.

Il cielo era spaccato: una ampia massa di nubi fuggiva verso est, travolgendo un banco di nubi più scure, che pascolavano il pezzo di cielo toccato loro in sorte. Il cielo si struggeva fra anime contrapposte, che non trovavano margini di convivenza.

L’inquietudine fu assorbita dal Viandante, che vagò con lo sguardo alla ricerca di soluzioni o per lo meno di appigli da cui partire a riparare la fragilità del cielo che temeva andasse in pezzi. Indugiò con lo sguardo alla sua destra, su una montagna che sorgeva nella direzione da cui le nuvole rapide sembravano provenire. La montagna occupava la sua fetta d’orizzonte, ingombrante. Non avendo di meglio da fare né indizi il Viandante prese il sentiero che portava laggiù. Più camminava, più la fetta di paesaggio che la montagna reclamava aumentava. E di passo in passo, di giorno di marcia in giorno, sempre più cielo spariva davanti al Viandante, sempre meno colline e villaggi coloravano il suo cammino, sempre più lei, la montagna che cresceva caparbia. Dopo diversi giorni che camminava in quella direzione scorse un movimento, su in alto, un guizzo rapido, seguito da una pausa. Proseguì.

I movimenti si fecero via via più distinti, coll’avvicinarsi ora più rapido del Viandante. Le sagome si delineavano. Caprioli dai quarti potenti che scalciavano la montagna con lunghi scatti, scarti violenti, corse a rotta di collo giù per un canale o risalendo un crinale accidentato. Quella corsa non conosceva domande né sembrava seguire il moto dei pensieri che si affastellavano nella mente del Viandante.

In particolare uno lo colpì, per un motivo che non riusciva a spiegarsi: forse l’angolo particolare della luce nel momento in cui l’aveva visto, forse l’essere isolato dal resto del branco oppure la selvaggia partecipazione che sembrava infondere nelle sue galoppate furiose. Il Viandante prese a seguirlo con lo sguardo e, assai più goffamente del capriolo, a muoversi nella sua direzione.

Questa caccia curiosa proseguì per giorni. Il Viandante si avvicinava mentre il capriolo scendeva verso un pascolo, un attimo dopo era già più lontano mentre quello saettava verso un ruscello. La distanza tornava ora a ridursi ora a crescere, in un tira e molla di cui il capriolo sembrava non stufarsi indaffarato com’era a nutrirsi, abbeverarsi, sfogare la forza che gli esplodeva nel corpo snello. E il tempo passò ancora, il rito proseguì ancora e ancora.

Un giorno in qui un’aria umida colpiva il Viandante, si accorse d’improvisso del capriolo a poche decine di passi da lui. Lo fissò negli occhi dorati che smisero di tacere e gli comunicarono, come un sussurro al cuore, un’apertura infinitesima. In quella, raccolto il coraggio, il Viandance infilò una domanda:
“Perché continui a fuggirmi?”
“Non ti fuggo, io vivo fra il pascolo e il ruscello, così come scelgo”
Il Viandante riflettè un attimo e poi pose una seconda domanda:
“Riuscirò ad avvicinarti ancora?”
“Non lo so”
“Quindi potrebbero essere futili questi giorni e i futuri? Senza risultato il mio sforzo?”
“Sì”.
Il Viandante si sedette a indagare quale decisione stesse nascendo dentro di lui.
Il Capriolo intanto era scomparso.

Ho

Ho le riunioni.
Ho i progetti.
Ho il MacBook Pro che trabocca istanze di Eclipse.
Ho i repository e del codice dentro.
Ho l’HTC Desire e la ROM Oxygen.
Ho il timbro, c’è scritto ingegnere e la mia matricola che contiene una W, come tutte le targhe delle macchine che ho avuto.
Ho l’iPad con sopra iOS 5.
Ho il corso di tedesco, al Goethe Institut, il martedì e il giovedì sera.
Ho, da poco, lo Stammtisch il mercoledì sera, dove conosco gente interessante e ne approfitto per incontrare Elena, Camille o Nicolas per una birra.
Ho tanti libri, di cui parecchi iniziati, in corso.
Ho una festa a cui andare (Calamandrana delenda est!).
Ho biglietti aerei prenotati per i prossimi quattro viaggi (Vienna, Madrid, Monaco, Dublino).
Ho il primo numero di una rivista in tedesco a cui mi sono abbonato.
Ho sessanta ore da fare come esercitatore, in laboratorio.
Ho un corso Assimil da finire, ho passato la metà.
Io ho, per carità. Però è su chi sono l’accento. Mi piace chi sono.

Oggi ho visto la prima foto di Miriam, la figlia di una mia compagna di classe. Cavolo. Fa effetto. Auguri Laura.

Cavolo. Il senso, il senso più grande io lo sto coltivando fra le esperienze che accumulo in questa vita libera. Fra le conoscenze che trovo il modo di inseguire. Fra le città che visito, fra le persone con cui parlo, fra i libri che leggo. E mi rendo conto di avere di più, e di essere di più, oggi. Però il senso, capisci? Il senso.