Quella luce

Quella luce, che avvolgeva la stanza, che batteva forte sulle pietre di Luserna. Quella luce si e’ spenta.

Ha indossato uno dei miei maglioni, svuotato la libreria. Ha prenotato un biglietto. E’ strano come pochi euro, qualche ora di pullman, qualche vecchia valigia possano fare una tale differenza. Quanti mesi ci stanno in uno scatolone? Quante giornate puoi mettere via, farle sgusciare dalla tasca e continuare a camminare? Di cosa riecheggia la casa, ora?

E’ strano ripensare a quanto poco peso diamo ai giorni mentre accadono. A tutte le domeniche che sono rimasto a lavorare. Alle volte che in treno abbiamo letto, in albergo siamo rimasti a guardare Chasseurs d’Appart’.

Vorrei.

Che cos’e’ che vorrei? Non saprei dirlo, non saprei neanche volerlo. Mi si e’ intorpidito il cuore.

E’ come guardare una foglia cadere lentamente, dopo una lunga e bella estate. Non sei arrabbiato, sei dispiaciuto ma in un modo un poco sereno. Come se ogni estate debba morire, a suo modo, a suo tempo, e questo non la rende meno bella. Lo sai che non sai senso tentare di allungare i mesi, di cambiare il tempo. Le stagioni passano ed era giusto cosi’. E’ giusto cosi’. Pero’, se solo potessi tornare indietro, passare un altro di quei pomeriggi, una passeggiata un po’ piu’ lunga. Scivolerei lungo St. Stephen’s Green. Tornerei a casa e ti guarderei suonare. Ti farei una foto in piu’. Per l’inverno, sai.

Ma tu continua a cadere e danzare, fogliolina. Fai spazio a qualcosa di piu’ bello e grandioso. Ma non ti offendere se ti ripensero’, nel pieno dell’estate, quando sembrava non saresti caduta mai. Non tu.

Che poi forse lo sapevamo da sempre, ma e’ stato bello fare finta di no.

Valigie rosse e nebbia

Ho riempito quell’enorme valigia rossa molte volte. La prima volta quando partii per l’Erasmus. Mi ricordo caricarla in quel tardo luglio sul treno che partiva da Avigliana. Quella valigia cosi’ pesante che mi diedi su uno stinco lasciando un taglio che sanguino’ copiosamente. Iniziava cosi’ quel viaggio, mentre scrivevo agli amici stretti “Lascio il paese, quanti soldi puoi prestarmi?”. Riconoscete la dotta citazione?

Quella stessa valigia era tornata di nuovo con me a Torino. E poi ripartita per Monaco. E poi tornata a Torino. E partita ancora per Dublino. Da Dublino ha fatto tappa a Lione, per poi restare, serena, ad aspettare di tornare un giorno, ancora a Torino.

L’ho vista ancora riempirsi, solo che questa volta non ero io che partivo. Vedevo che cosa finiva nella valigia e cosa restava a farmi compagnia, a riempire le stanze in attesa di decisioni, di personalita’, di tracce.

Io sono rimasto.

O sono tornato, cambiato.

Mi sembra che ci sia una nebbia densa a dipingere il futuro di infinite destinazione e possibilita’.
Non ci sono promesse, comunque impossibili da mantenere, non ci sono delusioni: non c’e’ nulla per cui rimanere delusi. Solo potenza. L’infinito del possibile che non pensavo potesse rinnovarsi.

No, pensavo a un percorso differente. Dai banchi di scuola, dal mio primo piccolo appartamento guardavo il futuro e vedevo cose diverse. Le vedevo precise. Non immaginavo nulla di quello che avrei fatto. Immaginavo in maniera diversa. Ora non immagino. Ora credo, ora costruisco e lascio alla nebbia simboleggiare tutto quello che potrebbe accadere. Sono sicuro ci sia del buono ad attendermi. Ma non so quando o dove. So che da qui a li’ c’e’ del vuoto e a me il vuoto non piace. Finisco col riempirlo di troppe cose. Di silenzi intensi, di parole scritte, di passeggiate, di progetti. Non so stare, semplicemente stare.

E cosi’ ho la testa in cui navigano milioni di pensieri, di progetti. Di idee. Di micro-decisioni, di impegni. Non ho tempo per sentirmi pensare. Perche’ se mi fermassi riguarderei le foto, ripenserei a questi begli anni.
Mi prenderebbe la malinconia.

Sorrido. Come suggeriva il mio maestro di Kung-fu. Sorridi, diceva. A furia di sorridere finirai per crederci.
Il nostro atteggiamento ci plasma.

E allora sorridero’. Ti pensero’, tu e questi anni, con gratitudine. E con gioia. Perche’ ho realizzato tante cose, ne ho vissute moltissime. Sono stato felice, prima di non esserlo piu’. Allora ripenso a tutto insieme,
senza guardare solo l’amarezza della fine. Un quadro davvero troppo parziale e ingiusto.

I pezzi di vita bisogna spenderli bene. Io sono convinto di averlo fatto, e questo vuol dire piu’ che qualcosa. Forse e’ l’unica cosa che conti.

Buon viaggio, a te che parti. Buona Vita, a me che resto. Buon silenzio e riposo alle foto e ai ricordi, a cui attingero’. Ma non ora. Ora e’ tempo di sorridere, mettere un piede dopo l’altro, creare spazio e riempirlo subito, agitandomi per restare a galla.

Aperture.

Sii aperto.

Lascia che le cose si evolvano in maniera da sorprenderti.

Sai, e’ successo mille e mille volta ancora.

Quando davanti a una palestra di Rosta ho recuperato un amico di infanzia che poi si e’ catapultato nei miei vent’anni a velocita’ folle e rida sadiche, con volanti che dovevano avere molto coraggio.

E’ successo quando mi sono trovato quasi per caso a vivere in questo o quel posto.

Ancora, quando ho incontrato un amore dove non lo aspettavo.

Capita, con le possibilita’ lavorative. Mi hanno portato in dote offerte di lavoro, titoli di studio, possibilita’ di scambi all’estero e ora clienti.

Lavoro da casa, su cose che mi piacciono. Ho la mia attivita’ che mi da un miliardo e mezzo di preoccupazioni ogni singolo giorno ma che se mi avessero mostrato qualche anno fa, vi giuro che non ci avrei mai creduto.

Vivo in un appartamento davvero troppo grande per qualcuno che oggi festeggia San Faustino. Ho tre camere da letto e non abbastanza stanchezza per tutte.

No. Nulla e’ andato come lo immaginassi. Ma in fondo sembra che ci sia qualcosa nell’aria che e’ migliore di me nello scrivere le sceneggiature. A quel qualcosa devo un quaderno di esperienze, sorrisi e foto meravigliose, posti e volti incisi sulla pelle.

E quindi forse dovrei avere fiducia, perche’ ci sono sorprese che mi hanno quasi ucciso, e sorprese che hanno costituito la mia Vita. Alla fine ho un bilancio di cui posso lamentarmi? Credo che molti, la’ fuori, farebbero carte false per avere alcune delle cose che ho accumulato.

Poi rimane quella determinazione insana, quella voglia di spingere, di insistere. Ci sono momenti in cui vorrei sedermi e guardare il panorama, lasciarmi andare il tempo di una sigaretta. Invece continuo. Ad maiora, semper.

Sciogliere i nodi

Come si sciolgono i nodi?

Non lo so dire. So che mi ritrovo di nuovo a prendere il largo. Il porto gia’ diventa un ricordo, un aggrapparsi a una memoria. La nebbia lo abbraccia, lo avvolge. Dice di proteggerlo ma a me sembra strapparlo via con una dose di egoismo che non capisco.

E quindi mi ritrovo a camminare lungo il ponte, a cercare di capire, di riprendere familiarita’ con questa dimensione che avevo lasciato cinque anni fa.

L’appartamento e’ grande. I suoi 142 metri quadrati non so di cosa riempirli. Non ho abbastanza mobili, idee, energie, progetti. Vago per le stanze vuote, inseguo termosifoni che fischiano. Cerco di capire cosa, perche’. Che cosa separa il mio cammino da quello di chi mi sta attorno.

Chi si sposa, chi ha un figlio, chi compra una casa.

Io?

Potrei rispondere elencando i viaggi, i paesi in cui ho vissuto, i contratti che ho concluso, l’ammontare del fatturato, il numero di conferenze a cui ho parlato, i successi raccolti in questo o quel modo. Pero’ mi si seccherebbe la lingua, mi si attorciglierebbe nel mio disinteresse.

Cosa importa?

Non so. Prendo il tempo di capire, di stabilire desideri prima di tracciare rotte.

Mentre penso prenoto i biglietti per Amsterdam e Monaco. Apro una cartina e guardo la strada che separa da una notte verso Strasburgo, da un mattino a rincorrere orsi bruni e teste piatte in rotta verso Bruxelles. Che poi a Bruxelles ci sono appena stato. Che ti hanno chiamato mentre passeggiavamo. Che mi aspettavo che poi avresti sorriso al telefono ma non lo hai fatto. Che poi quell’aereo che non partiva, e non partiva ancora, e il pullman, e poi siamo arrivati, ma tardi.

E allora cucinero’ il Coq-au-Vin e poi vedremo. Vedro’. Capiro’ come ricominciare.

Perche’ a volte il sangue mi abbandona e divento pallido, la testa gira senza mire. Ma continuo. Non so come si crolli, non so neanche piu’ come si sia stanchi.