Certi amici

Certi amici è una enorme fortuna averne.

Ma certi amici va anche bene che tu ne abbia uno, perché se ce ne fosse più di uno così, ritengo che gli effetti per fisico e libertà personale non sarebbero positivi. Che poi non è stato male rientrare nella vecchia casa. Peccato non avessimo le chiavi. Mi fa male una spalla. Sul momento sembrava una buona idea.

È inspiegabile l’effetto che decenni di amicizia possano avere. Non riesco a immaginare che persona sarei diventato senza questa straordinaria esperienza. A volte mi stupisco che abbiamo una quantità così grande di cose da raccontarci quando alla fine ogni cosa anche vagamente interessante mi sia successa l’abbiamo in qualche modo condivisa. Ecco, secondo me le persone dovremmo giudicarle dalla forza delle reazioni che ci provocano, da cosa fanno scattare in noi. Mi fa venire voglia di essere migliore, sì, ma a volte mi fa diventare semplicemente selvaggio. Ho vissuto lontano dagli amici per anni. Nel momento in cui eravamo riuniti avvertivo una forza fluire in me. In fondo aveva ragione Salud: sai, quando sono sbronzo, ma veramente sbronzo, sembra impossibile ma io divento immortale. Ecco, però mica basta l’alcol, ci vuole quel flusso incredibile che scorre lungo un’amicizia levigata negli anni. Quello e qualche caraffa di margarita.

Torpedine?

There was a time when I used to be sober. I did not like it: things had borders too sharp, everything was defined, and limited, and things just were o were not. Here things are blurred, possibilities are maybe not endless but they are enough. I do not get bored. I do. I drink. I talk. I sing. I walk. Friends used to call me “la Torpedine”. Bè andava bene. Ho avuto nomi peggiori. Ho avuto tanti nomi. Sono stato cose anche molto diverse.

Non ho ancora capito però come adattarmi. Mi è sempre mancato quel tipo di ragionevolezza. Mi sembra la ricerca di equilibri fra diverse rese. Un rinunciare a un gesto sconveniente, a una frase che non si può dire, a un pensiero che non si può pensare. Non è nel mio registro, io ho un vocabolario di poche cose che faccio e che ripeto, come mi va. Ho amici che interpretano i miei umori ed i miei movimenti, ho conoscenti che si scansano e scuotono la testa. Ho gente che non capisce, ho gente di cui non mi interessa. Ho gente con cui riesco a comunicare, a piccoli sprazzi, e gente con cui non ci riesco affatto. Questa settimane va bene così. La prossima, se saremo ancora qui, ci penseremo.

Per diverse ragioni

Questo è il millesimo post che pubblico su questo blog. Avrei voluto fosse un post diverso. Ma certe cose succedono e si scrive di quel che bisogna scrivere a quel momento. Mille post non sono pochi, ci sono così tante tracce di me in queste pagine che io nemmanco le riconosco tutte. Mille post non sono tanti, vista la quantità di cose che sono successe e che qui non hanno trovato spazio. Tanti o pochi, belli o brutti, ecco il numero mille.

Vedi mio antico Amore, ci sono cose che non ho detto, per diverse ragioni.

Innanzitutto non le capivo: allora ricordavo la parola cattiva detta in un momento di frustrazione, il bicchiere che avevi rotto, quella volta che te n’eri andata sbattendo la porta. Tu vedevi i miei silenzi, la volta che avevo detto di no a una tua proposta, la volta che avevo il telefono staccato. Piccolezze a distrarci, a fare da schermo. Sembra sciocco non capire per via di quisquillie, persi come falene dietro a cose stupide e piccole che luccicano e che fischiano. Chissà com’è che si fa a perdere di vista, a dimenticare il linguaggio dei battiti: più veloce, più lento. Avremmo dovuto capire che quella danza ora voleva dire sono già distante, guarda, ci siamo quasi persi ma se tu… se tu Amore facessi un passo nella mia direzione, potremmo dimenticare ogni differenza, tirare una riga su ogni diffidenza, chiudere gli occhi su ogni piccolo dolore. Lasciare che ti cinga la schiena, mettere a dormire quella paura: la vedi? Non ci serve, lasciala ai bordi del letto, vieni qui a dormire, ad appoggiare il tuo seno sul mio petto. Ma io all’epoca non capivo. Come tu non capivi, forse. Non capivo il modo per dirci addio, con eleganza. Come una cosa che bisogna fare, ma non si vorrebbe. Darti un bacio a dirti tutto il bene che ti voglio, a dirti che lo so che non è colpa di nessuno. Allora non capivo come finire sia importante quanto iniziare. Che l’Amore è un cerchio, che va chiuso con cura. Che un Amore anche finito rimane e bisogna metterlo via con il rispetto che abbiamo meritato, che i giovani amanti che siamo stati li rincontreremo a danzare dentro certe notti, quando io e te saremo infinitamente distanti. Eppure per sempre vicini. Che certi addii, li pronunci ma restano poi in bocca e nell’aria, per sempre.

Altre cose, che avevo capito, non sapevo esprimerle. Nel momento in cui le avevo capite avevamo già perso quella comunione, quella capacità di dirci le cose, così, con una carezza lenta e gentile, con una stretta improvvisa, con un movimento deciso dei fianchi. La chiave perduta, la parola ammutolita. Eri lì ma non riuscivo più a raggiungerti. Come facevo a spiegarti le mie paure? Come potevo dirti di come avessi capito quando le nostre strade si erano fatte a poco a poco divergenti. Come facevo a chiederti di insegnarmi, di lasciarmi una lettera in cui mi spiegavi cosa avessi sbagliato nell’amarti. Come facevo a dirti, allora, che se tu eri qualcosa per me che non potevi essere, io comunque sarei rimasto, per sempre, intrappolato nei tuoi capelli, senza voler sentire ragioni, senza poter ammettere alcun fallimento, alcuna resa al destino e alla realtà.

Per altre cose mi è mancato il coraggio. Come avrei potuto spiegarti tutti quei desideri che non ti includevano. Come avrei potuto dirti cosa immaginavo quando avremmo compiuto quel primo, tremendo, passo in direzioni opposte. Allora non volevo, proprio non volevo parlarti del poi. Volevo solo guardarti e vedere un riflesso disperato del prima. Nei tuoi occhi ci vedevo i frantumi, ma cercavo ancora fra i cocci, mi tagliavo, avevo le tue lacrime che mi colavano lungo le braccia, che mi affogavano. Eppure io continuavo a cercare, cercavo di afferrare ancora un attimo. Ancora un attimo di un Amore che era stato e che mi sembrava stesse scivolando via fra le mani. Mi scottavo con le braci rimaste accese, solo per ferirmi le mani, solo per lasciarmi una traccia sulla pelle.

Ora che ho capito, ora che ho il coraggio, ora che ho compreso l’importanza di ritrovare un ponte, un modo di comunicare, ora sai che quello che dovevo dirti è importante senza più esserlo. I fantasmi rimangono a ballare nella sala da the, noi li guardiamo, chiusi fuori, ai lati opposti. Vorrei poterti salutare, vicini come allora, augurarti tutto l’Amore che non siamo riusciti a darci, se non per un istante, così straordinariamente bello. Scusami, sai, se alla fine siamo sfioriti, come una stagione che dura un pomeriggio. Il tempo di fare i bagagli, caricare la macchina, e rinizia a piovere, si rientra a casa delusi, stanchi, si aspetta il prossimo fine settimana, di far combaciare le ferie, di trovare il buon tempo, di decidere una meta. E a furia di aspettare i numeri di telefono cambiano, le macchine si rottamano, il mare si ritira, tu invecchi, io muoio, tu risorgi, io non mi ricordo più dove abiti. Essere vicini per poi non essere, più. È strano. È difficile. È una battaglia, lunghissima, che non possiamo più combattere assieme.

Com’è che si diventa distanti?

Ipotizziamo che in un certo istante della tua Vita tu ti trovi ad essere estremamente vicino ad una persona. Questo vuol dire molte cose: che tu avverta il suo respiro, la regolarità e la forza dello stesso, la serenità o l’ansia che comunicano ad ogni istante. Che in qualche modo lo usi come metronomo, che lo ascolti, che ti adatti a quello. Lei o lui è il genere di persona che tieni il più spesso possibile a portata di braccio, di modo da poter donare o ricevere una carezza, da perderti in un abbraccio o stringerla ed affogarle ogni sua paura fra le tue braccia. È un genere di situazione che richiede un investimento nel costruire una conoscenza reciproca e continua, che cambia mano a mano che vi fate più vicini. Si inizia chiedendosi del lavoro e dell’età, si passa a parlare dell’infanzia, delle storie di famiglia, si arriva ad aprire i cassetti più riservati, a dire apertamente i nomi dei propri mostri, a condividere che cosa si pensa appena prima di addormentarsi, quando caduta ogni convenzione rimangono in fondo al cuore le paure ed i desideri più semplici, più indifesi, quelli che fai fatica a mettere sulla punta della lingua. Non è semplice costruire questo genere di vicinanza.

Ora, potresti chiederti, da questa situazione come è possibile tornare a costruire la distanza? Come puoi fare a scucirti via da quel groviglio, da quella situazione in cui tu muovi un braccio e le colpisci un polmone, lei respira troppo forte e a te fa male un rene? Quel particolare stato delle cose in cui gli estremi del suo sorriso ti tirano i lembi del cuore.
In altre parole, come puoi fare ad annullare quel lavoro di addomesticamento reciproco, quel dimenticarsi in qualcosa di più grande?

La prima cosa che potresti pensare è che si tratti di un processo complesso: no, non lo è. È semplicemente un processo lento. Questo è il genere di cosa che richiederà costanza: devi prendere una direzione e continuare a percorrerla, con lo stesso passo, senza voltarti, fino a quando potrai dire: ecco, non ti sento più allo stesso modo, ora siamo distanti. Come prima, come un tempo, come quando non eravamo mai stati vicini ma in un modo diverso, in modo più ferito, capisci?

Una tecnica consiste nel prendere quella persona e tenerla così vicina da smettere di vederla. Un modo per farlo e concentrarsi esclusivamente sulle vostre abitudini comuni, su ciò che siete soliti fare assieme e su un certo modo preciso di farlo. Sulla passeggiata che fate la domenica mattina in quel particolare parco, sulla puntata di quella serie che guardate in quel certo giorno della settimana, sul ristorante giapponese che visitate ad intervalli regolari. Vedi, ci sono abitudini che due persone vicine costruiscono sull’onda dei bisogni di quel momento, da cui traggono piacere e che ripetono alcune volte. Tu quelle abitudini le devi trasformare in processi che vanno ripetuti così come sono, che non si adattano, che non si discutono. È importante per una serie di motivi. Innanzitutto è uno strumento per intrappolare le persone in quello che erano in un certo istante, per non dargli lo spazio di mutarsi continuamente e crescere, di adattarsi a un modo di stare vicini differente che cambia mentre si cresce. In secondo luogo è un modo per limitare la comunicazione: non dovete discutere, dovete attenervi a un protocollo. La cosa bella di questo approccio è che nessuno dei due sembra imporre all’altro quelle abitudini istituzionalizzate: ne siete entrambi vittime, non vi è qualcuno contro cui lottare. È l’abitudine baby, che cosa ci vuoi fare? Abbiamo sempre fatto così, anche quando eravamo persone profondamente diverse, perché ora non ti va più bene? Qual è il tuo problema?

Una seconda tecnica consiste nel parlare rivolto alla stanza. Parla perché hai delle cose da dire, non necessariamente a lei o a lui, ma semplicemente perchè quelle cose ti va di dirle e lei o lui sono il tuo auditorio personale. Parlale senza guardarla negli occhi, senza misurare l’effetto che le tue parole hanno su di lei. Se hai bisogno di lamentarti lamentati, raccontale i tuoi disagi, le tue difficoltà come entra dalla porta. Se hai bisogno di celebrare i tuoi successi fallo perchè serve a te, non fare caso a cosa serva a lei quel giorno. Non chiederle della sua giornata o se lo fai fallo con le parole. Non ascoltare a quel modo che usavi prima, quando tacevi e studiavi l’inclinazione della sua bocca, quando l’accarezzavi e l’abbracciavi al terzo bicchiere di vino. Quello è un modo di chiedere che richiede troppo tempo, troppa cura, troppa dedizione.

Risulta molto utile fare affidamento alla routine. Se una cosa che avete costruito assieme andava bene un tempo allora è una cosa giusta, istituzionalizzata. Cerca di non sorprenderla in alcun modo. Preferisci essere affidabile, immutabile, qualcuno sulla cui solidità si puó contare, qualcuno la cui stolidità è certa. Non fare cose nuove. Nelle cose nuove vi è spazio per crescere, per conoscersi come si è in quel momento. A te non interessa. Tu la conosci per come era in un certo istante, nell’istante in cui avevate annientato la distanza. Tanto basta. Accontentati di quello. Quella era una persona che ti piaceva, a cui tenevi. Perché mai dovresti curarti della persona che è invece ora? Non è quella la persona di cui ti sei innamorato. Non darle quindi alcuno spazio per crescere, per mutare lei e mutare quindi i vostri equilibri. Vedrai, te ne sarà grata quando camminerà su piedi rattrappiti, mentre le scivolerai di fianco, ingobbito.

Devi farle capire che conti su di lei. Devi darle la sicurezza che lei ti appartiene. Meglio, devi farle capire come lei sia scontata. Come faccia parte di ogni tuo progetto non perchè la direzione in cui miri sia quella a cui aspira anche lei ma perché così è stato deciso tempo addietro e certe forze non sono più contrastabili; certamente non ora che i muscoli della decisione sono atrofizzati, che siete nella calda prigione delle cose che sono, che erano già prima e che quindi non possono che essere ancora. Non lasciare mai il minimo dubbio in nessun discorso, perché mai dovresti?

Vi è poi un punto che riesce particolarmente bene a noi uomini ed è la capacità di ignorare i mutamenti. Ci sono segnali che, per qualche motivo, sono difficili da decifrare per un uomo. Però tu lo sai che questo vale per gli altri ma non per te. Come potrebbe? Tu che avevi distrutto la distanza, tu che eri stato così vicino, come potresti mai non essere in grado di decifrare i segnali di una persona, solo perchè usi la tabella esplicativa che avevi stilato anni prima? I mutamenti minimi che vedi in lei sono adattamenti, è una pantofola che si sfonda ai bordi, ma che tu tieni con te perché le vuoi bene, perché non potresti mai cambiare. Non ti penare troppo, non capire, sono cose passeggere. Le passerà, capirà.

Vedi, la realtà è che non si tratta di un processo complicato, niente affatto, richiede semplicemente tempo e dedizione. Devi scucire un punto alla volta. A un certo punto i due tessuti si ritroveranno separati. Dove un tempo avessi detto ci fosse una cosa sola tornerai a vederne due. Le potrai tenere nelle due mani separate, domandarti come un tempo fossero unite, così finemente che non potevi vedere la cucitura. Ma è una magia di cui non capisci più il trucco. Poi guardi l’altra mano e non vedi più la parte che era lì, se ne è andata. Ripensi a che colore avesse, a che sensazione il tessuto ti desse sulla pelle. Alle stagioni che avete affrontato assieme. Le risposte però ora non arrivano in risposta alle tue domande. Perché? Perché sei riuscito a creare la distanza, a separare due che prima erano uno. Ora sono due uno diversi, separati. Scuciti.

Il tuo nome

Il tuo nome lo pronuncio solo la notte, quando non vi è il sole a spiarmi, quando non corro il rischio che un refolo di luce si introduca nella stanza, lo ascolti e lo porti via. Il tuo nome lo pronuncio solo fra pareti che conosco, che ho interrogato e nelle quali ripongo fiducia. In questo modo sono sicuro che non provino a ghermirlo, a farlo loro. Il tuo nome mi piace pronunciarlo a bassa voce, e lentamente. Mi piace assaporarne ogni lettera, il modo in cui si fondono in sillabe rotonde, il modo in cui le sillabe sfumano una dentro l’altra.

Il tuo nome lo lascio riposare durante il giorno. Nelle sere d’estate quando vesto camicie sbottonate, maniche arrotolate e alzo calici. Quando scherzo, mi alzo sulla sedia e improvviso discorsi. Quando abbraccio l’amico ritardatario, quando offro da bere, quando prendo quella ragazza che non conosce nessuno e l’ascolto, le chiedo, le racconto. Il tuo nome lo lascio riposare, che non si affatichi a passare di bocca in bocca. Che non si sgualcisca. Lo conservo fra le cose preziose, lo tiro fuori con cura e lo pronuncio con attenzione. In quel momento vi è solo il tuo nome che riempie le stanza, come se i miei pensieri diventassero suoni, e potessero viaggiare come onde sonore. Come se potessi dargli una forma esterna alla mia mente. In quel nome, leggo tutto di te.

A volte mi fermo a pensare come quelle stesse lettere possano essere usate per comporre parole diverse, parole senza sapore, che userei senza farci caso, che pronuncerei distrattamente, che darai di resto o come mancia. Parole da poco. È strano pensare come i nomi siano parole così profondamente diverse, come il tuo sia parte di una stirpe nobile e misteriosa.

I nomi bisogna avere cura di non ripeterli troppo. I nomi sono chiavi: inizi col dire un nome e poi ti scappa un accenno, un piccolo aneddoto, tutto precipita in un racconto. Ne parli e no, no, a quel modo finirai per perdere a poco a poco la memoria. La distriburai, la spezzetterai, ti troverai a raccontare quegli avvenimenti, quegli incontri, sempre meglio fino a che diventeranno storie che sei uso ripetere. Ti sorprenderai a chiederti un giorno quanto sia arte e dettaglio aggiunto col tempo, osservando le reazioni degli astanti. Allora ti accorgerai di aver perso tutto, che quel nome sarà tornato a essere una parola, una semplice parola in un racconto che non ti appartiene, che è di tutti, della strada e dei passanti. Qualcuno ti dirà di averla già sentita quella storia, ma raccontata meglio, con più verve, con più dovizia di particolari. Cosa ti resterà allora? Come distinguerai ciò che era, vero e prezioso, da ciò che è venuto dopo, solo a parole? Non essere sciocco, conserva, proteggi quel nome. È troppo prezioso per condividerlo con orecchi vani e sciocchi. Tienilo per te, fallo durare ancora una notte, ancora una stagione.

Goliardia

La Goliardia, mi ha insegnato alcune cose.

Parlo della Goliardia, quella vera, quella che i Goliardi, quelli veri, chiamerebbero Santa Madre. A volte il termine viene usato per indicare un certo modo di vivere leggero e scherzoso. Ecco, questo uso di quella parola lo trovo sbagliato, trovo crei confusione. I seguaci di Golia Abelardo, sono altra cosa. E no, non dipende solo dal cappello. Anche perché non si tratta di cappello ma di berretto e una ragione in questa differenza c’è.

La Goliardia mi ha insegnato a ficcarmi in situazioni assurde e trarmene fuori. Ora, a prima vista potrebbe sembrare un gioco a somma zero. Non è così, perché sapersi ficcare in situazioni assurde è la capacità di rompere gli schemi, di infrangere muri e creare rapporti non previsti, con un passante, con un collega, con un superiore, con un essere umano qualsiasi. È la capacità di stupire e di stupirsi, di cogliere vie dove gli altri vedono muri da aggirare. A farle da contraltare vi è l’abilità di svicolare, di trasformare le conseguenze, di riordinare le cose che devono succedere, continuare a pescare dal mazzo fino a trovare il Jolly. Questa capacità torna utile spesso.

La Goliardia mi ha insegnato che determinate strutture, regole e uno schema di tradizioni condiviso permettono a persone estremamente diverse di interagire. Io posso incontrare un settantacinquenne che si presenta a me come Cardinale al Vizio e ci posso parlare come un compagno di giochi e di esperienze. Allo stesso modo come posso discutere con un ragazzo o una ragazza molto più giovani di me. Quel mondo infrange divisioni basate su età, idee politiche, status sociale. Divide il mondo in modo diverso: fra goliardi filistei.

La Goliardia mi ha insegnato che in determinati contesti si ridefinisce quello che è importante. Certe cose, apparentemente stupide, possono acquisire un valore che avresti ritenuto impensanbile. Mentre sei in quella logica, quando accetti quel mondo talune cose possono diventare possibili fonti di euforia o di terribile disperazione. Per contro altre cose, che avresti ritenuto drammatiche nella vita di tutti i giorni, sono ridotte all’insignificanza. Talune preoccupazioni si sciolgono come neve al sole.

I grandi Goliardi si sentono semplicemente immortali, nel senso che hanno più vita nelle vene degli altri. Sembrano muoversi con regole diverse. Avete presente Matrix? Ecco, è un affermare col sorriso che certe regole a te non si applicano. Se ne applicano altre. Per un Goliarda ad esempio l’umiliazione vera è il rimanere senza parole, essere incapace di difendere con le idee una scelta, un gesto, un’opinione.

Io credo che la Goliardia sia una tradizione che si sa rinnovare con i tempi. Sia un’esperienza che personalmente non adoro, non ritengo scevra da difetti e nella quale mi sono sempre trovato in bilico fra il gettarci il cuore a pescare il buono, e muoverne via il culo a scansare certi atteggiamenti e fastidi. Però è un’esperienza forte, molto difficile da spiegare. È una delle mie esperienze e sono contento di averla fatta. Come sono contento di vedere i colori che ho portato essere portati ora da altre persone, altri ragazzi. È il vostro turno: fatene una cosa buona.

Ruoli

Sono la costellazione che accarezza le tue debolezze, che corteggia i tuoi momenti spauriti. Quando ti chiudi in quel broncio da cui pensi di non poter uscire, quando si risveglia lo sconforto nel cuore io appaio all’orizzonte. Sono la luce che colma i tuoi vuoti, la tempesta che risponde all’aridità. Mi trovi non dove vuoi ma dove ti serve. Questo è il mio ruolo.

Vedi, ci troviamo nella Vita a poter ricoprire dei ruoli. Possono essere ruoli che ci rendono felici o meno, ma sono i ruoli che ci rendono Veri. Se ne avrei preferiti di diversi? Che importa, è una domanda senza senso. Il senso non si trova fra desideri e “se”, si trova invece fra gli atti, fra le carezze date quando servono, non quando ci va di darle. Credo che la conosca, nel profondo, la differenza. È la differenza fra chi ti cura e di chi tu sei la cura, magari ad un desiderio passaggero, ad un sabato di noia. A un mal di vivere che si nutre di piccole cattiverie. A volte non vedere questa differenza elementare riconosciuta mi ha incrinato il cuore, reso storta la figura.

I ruoli bisogna anche saperli lasciare, fare un inchino, lasciare un fiore alle spalle, appoggiare la maschera dopo che il palcoscenico si è spento. Uscire fuori. Bere una decina di birrette ghiacciate. Di quelle che ci stanno in un sorriso, e poi ne procurano ancora uno. Quando poi l’onda vaga ti rende il sorriso troppo largo, insostenibile, allora è necessario tuffarsi nel fiume. Riemergerne alterati. Emergerne immortali, anche se senza nome. Vedi, io non so come si affronti l’eternità se non hai un nome, però ci provo ugualmente. Non sono i dubbi che mi hanno reso vivo, sono i cieli, ampi, infiniti, e chi ha il coraggio di levare gli occhi, di sperare un po’ più in là, magari anche solo di lasciare uno spiraglio aperto, per una costellazione a riempirlo.