Non credo

Non credo che nessuno, nemmeno io, sappia piu’ contare tutte le persone che sono stato. Tutti i luoghi che ho abbandonato, i rapporti che sono mutati o sono stati recisi. Non c’e’ uno sguardo che possa contemplare l’insieme del mio disperdermi in frammenti.

Vorrei qualcuno fosse capace di guardare con me tutti i pezzi e dargli un senso. Ricordare, ripercorrere, donare un sorriso a ogni momento, riporlo assieme nel suo angolo di memoria. Forse e’ una maledizione quella che spinge a dover cercare un senso. Rimango un’enigma anche a me stesso. Un joker giocato durante una partita di briscola. Rimescolo il mazzo. Riprovo.

Uno di quelle frasi da poco parlava del bisogno di scrivere la propria leggenda personale. Se questo fosse il caso a me sembra di avere troppi capitoli e nessuna valida conclusione. Troppi personaggi secondari, troppo intreccio. Come fossi stato preso dalla furia di scrivere, senza sapere dove andare. L’illusione che insistendo avrai potuto trovare una chiave alla mia storia col procedere delle pagine. Da sempre incapace di fermarmi ad aspettare l’idea giusta.

Credo che molte persone non conoscano la solitudine. O credano che la solitudine sia una situazione esterna, qualcosa che oggi c’e’ e domani puo’ essere rimossa, risolta in un gesto risolutore. Non lo credo. Io credo che nasca come una situazione che poi respiri, ti entra nei polmoni e alla fine diventa parte di te. Che cresca in determinati contesti. Ci sono condizioni, particolari, che portano quel gusto strano per il silenzio a germogliare, gia’ in tenera eta’. Esposto a veleni per cui non hai anticorpi. Poi ti ritrovi infiniti pomeriggi intrappolato da solo in un appartamento. E finisce col crescere. Ti ha gia’ ghermito, in una maniera tale che servirebbe un miracolo a recuperarti.

Pero’ quel miracolo non arriva. Ti ritrovi adulto, e a quel punto non sapresti districarti dalla solitudine. E’ semplicemente una parte di te, sei cresciuto intrecciato a quel tronco malato. Se trovassi un modo di abbatterlo, cosa rimarrebbe di te? Non puoi rimuovere una malinconia di fondo, una incapacita’ di comunicare. Come fare a comunicare tutto? O anche solo una parte significativa? Come fare a scucire il tempo che e’ irrimediabilmente trascorso? Ormai ho una pelle dalla trama fitta e gli eventi non traspirano piu’ al di fuori. Rimangono intrappolati fra le braci di mille e uno eventi. Vorrei dirti, spiegarti, ma saprei usare solo parole di un linguaggio scomparso. Non capiresti, io stesso fatico a ricordare.

A volte mi sento come una bomba inesplosa. Un potenziale di riordinare gli eventi, una forza dirompente che non si e’ scatenata. E che ora e’ semplicemente fuori tempo. Ora e’ il tempo di riposare e tacere.

Non fraintendermi, credo di poter vivere ancora mille e una avventure. Di aggiungere pagine a una storia contorta. Quello che non credo e’ di poter tornare indietro e riordinare le pagine. O di poter cambiare il tono di questa storia cosi’ lunga, difficile, e in fondo anche triste. Ho visto l’intreccio capovolgersi e dibattersi in sussulti orgogliosi ma, in fondo, inefficaci. Poso il libro. Guardo fuori dalle finestre, a panorami che non sanno rispondermi.

Ci sono libri che diventano grandiosi, e potenziali che si disperdono quando la svolta non arriva nel momento opportuno. Si sgonfiano in ripetizioni barocche, in disperati tentativi di ritrovare un filo, in revisioni che non raddrizzano piu’ una storia che se solo…

Guiderei

Ecco, se mi trovassi nuovamente dietro al volante di una macchina io farei questo. Accarezzerei la pelle consumata del volante, guarderei il numero di chilometri e me lo segnerei a mente. Quel numero sarebbe la mia partenza, l’inizio della sfida, ad aggiungere le decine di migliaia di chilometri. Ammirerei i piccoli difetti, le linee della carrozzeria, gia’ demode’.

Poi metterei in moto e andrei, accelerei fino a tornare ai miei 25 anni. Entrerei nella rotonda come quella volta, e darei un colpo deciso al volante. A tavoletta fino a ritrovarmi ventenne. L’estate, la portiera aperta, nella testa una ragazza, nella mano una bottiglia di birra. Nell’aria i suoni distorti di un’autoradio tenuta a volume troppo alto.

Ecco. Mi fermerei qualche quarto d’ora li’, il tempo di una birra calda, tenuta nel bagagliaio. Il momento necessario ad assorbire sogni ed ingenuita’, la capacita’ di proiettarsi in un futuro ancora da scrivere. Gli lascerei invece gestire quel senso di incompiutezza di allora, quel bisogno di divenire, di trovare forme e modi di essere.

Riprenderei il cammino, il serbatoio ancora pieno. Parcheggerei a lato strada, ti aprirei la portiera e ti guarderei scendere, in qualche stradina sterrata di provincia. Con cosa cavolo confina questa estate? A quanta fame si trova da casa?

Via, via, correrei via da te, senza gettarti un colpo d’occhio. Ripercorrerei il tempo, l’accelererei. Tornerei a rasarmi i capelli e a lasciarli ricrescere, a comprare giubbotti di pelle e riporli nell’armadio. Non farei caso al modo in cui le linee si definiscono, le possibilita’ si restringono. Salvo poi esplodere in decisioni impreviste, in assi estratti dalla manica. In colpi di genio e strategie inattese.

Calerei l’asso, e al tempo spesso il piede sull’acceleratore. Via, via, via da qui, prima di dover fare i conti con le proprie scelte. Giustificare i risultati a quel ragazzo che ero. Capirebbe? Forse. Chiederebbe di piu’? Quasi sicuramente. Aveva solo fame, mica soluzioni, lui.

E allora continuerei questa corsa a rovesciare destini e fortune, a riprendere fili, a disegnare svolte dove non ci sono. Ad improvvisare, perche’ ogni piano e’ saltato. Perche’ di piani non ne ho bisogno. Ho bisogno di cavalli, di uno schiocco che dia il via, di Asso che ride mentre si sporge dal finestrino.

Io guiderei perche’ in fondo guidavo da sempre, molto prima di imparare a farlo. Perche’ in macchina ci vivevo, a cominciare da quella punto granata. Perche’ avevo fatto centinaia di migliaia di chilometri per placare domande, per evitare di dover prendere decisioni ragionate.

E poi avevo smesso di guidare. E seppure aveva senso, be’ in fondo la parte migliore di me un senso non ce l’ha, lo cerca, perche’ e’ una scusa per andare una curva, un chilometro piu’ in la’.

E quindi sto coltivando scelte illogiche, irrazionali. Perche’ fa parte del mio fascino. Perche’ essere pianificatori e seri e’ solo una parte dell’equazione.
Per cui…

No

Cosi’, per scrivere in maniera astratta. Anche se forse, un po’ di autobiografia c’e’.

No, non sarebbe giusto dire che ho semplicemente aspettato.

Ho cercato. Ho viaggiato. Sono uscito. Ho agito. Ho cercato spunti e li ho perseguiti.

Pero’.

Non e’ che sia successo in un momento particolare, non e’ stata una rivelazione che si e’ dischiusa in un momento di chiarezza assoluta.

E’ semplicemente che ti ho cercata per una Vita, e poi mi sono accorto che una Vita era gia’ passata e in quella Vita tu non avevi avuto o scelto la possibilita’ di lasciare una traccia. Tutto qui. Allora poi nel tempo qualcosa si e’ spento. Non mi fraintendere, ho continuato a funzionare, alla maniera che faccio io. Ho continuato a fare, a pianificare, a progettare, a crescere, a costruire, ad imparare. Ho continuato a uscire, a ridere, a scherzare, a lavorare duramente.
Pero’. Io quel motivo, quello di fondo, non ce l’avevo piu’. Ne ho trovati tanti, apparenti, ne avevo le lavagne piene. Di schemi, di obiettivi, di desideri futili.
Pero’ intanto una parte preziosa della Vita era gia’ scivolata via, e tutte le cose che avrei voluto dedicarti, be’ le avevo coltivate per me solamente. Avevo i ripostigli pieni di gesti che non avevo potuto compiere perche’ non c’eri.

Ero stufo? No. Io non sono mai stufo. Io vado avanti. Pero’ la leggevo la realta’ e non ti ci vedevo. Rimanevo cosi’, ad aspettare un’inversione del tempo, di poterti riseminare in ricordi che non avevo, in momenti ormai negati.

Ma la Vita non e’ un giochino ad aspettare il dovuto. Non c’e’ dovuto. Alcune cose le avevo sapute costruire, splendidamente direi. Ed altre no. La sera mi giocavo ai dadi colpe e scuse, fra me ed i miei fantasmi.

Ho capito

Ho capito una cosa all’improvviso.

Ho capito che essere stati felici non da alcun diritto ad esserlo ancora.

Ho capito che aver avuto la felicita’ piena e totale non da diritto ad alcun rimpianto. Che dovrebbe esserci solo gratitudine.

Ho capito che se non altro e’ un segno che in qualche tempo e in qualche condizione siamo riusciti a costruire una felicita’ ad un livello del sentire che non e’ dato a tutti provare. Dice qualcosa su di noi. Non parla di fallimenti e di inadeguatezze, ma della nostra riserva di energie. Che puo’ un giorno sembrarci spenta, persa, o semplicemente irraggiungibile. Eppure c’e’. E questo e’ molto, molto piu’ di quanto molti potranno mai dire.

Ci vorrebbe piu’ gratitudine perche’ la felicita’ dovrebbe lasciare un’eco inestinguibile, che continua ad espandarsi. Che ci richiama. Invece ci perdiamo troppo spesso a fissare singoli frame rimasti impressi sulla retina. Sull’attenuarsi della luce, invece che sul suo Azimut. Siamo come piccoli uomini terrorizzati da un eclisse.

La luce c’e’, anche dove non ci riesce di vederla. L’eclisse passera’ e conteremo i sopravvissuti.

Ricominciare

Mi sembra di aver passato la mia Vita a ricominciare.

La prima volta stavo aspettando di compiere otto anni. Ero seduto su un divano in via Cassini. Mi diedero una notizia e io provai, per un attimo, una fuga poco convinta. Chiesi se fosse uno scherzo. Non lo era. Era la prima volta che dovevo provare a re-immaginare tutto.

Negli anni ho riniziato in modo meno traumatici, piu’ entusiastici. Ho cambiato amicizie, case, paese, lavoro, relazioni. Ho raremente vissuto piu’ di un anno senza un cambiamento che mi costringesse a re-immaginare una parte significativa del mio modo di vivere.

Forse il cambiamento si sollecita come un muscolo, e con il tempo si sviluppa, risponde in maniera piu’ rapida, si estende con piu’ vigore. Forse e’ una giuntura, e si consuma. Fino a quando fa male e non si immagina piu’ di potersi rinnovare. Forse e’ un misto delle cose.

Credo che in qualche modo sia anche io parte di questa generazione in cui non mi riconosco.

Una generazione per lo piu’ intrappolata in eventi che non accadono, in decisioni sempre rimandate, in fasi della vita che stagnano. Ma anche una generazione arrendevole, che non prova fino in fondo. E questo no, non posso dire che mi appartenga.

E quindi?

E quindi ricomincio. Perche’ in fondo le mie non sono mai scelte. Sono semplicemente il fare quello che avverto di dover fare. Anche quando non voglio. Anche se e’ una Vita che non voglio. Anche se avrei voluto tante volte solo tornare indietro e chiedere ancora se fosse uno scherzo. Sperare che la risposta tardi un poco di piu’ ad arrivare. Coltivare un dubbio impossibile un po’ piu’ a lungo. A volte un dubbio e’ tutto quello che serve, a volte un dubbio e’ tutto quello che c’e’.

E invece non ci sono divani. Solo stanze stantie, suoni che non rimbombano. Ci sono io, c’e’ il mio sguardo. Penso, scrivo, cammino, rifletto, riparto. In una parola ricomincio.

A volte penso a quante persone ho incrociato. Provo a contare quanti abbiano vissuto sempre nello stesso posto, parlato per anni di un lavoro da cambiare, di una relazione da rinnovare. E rimangono radicati dove sono. E’ sciocco, giudicare con un metro sbilenco vite che non m’appartengono, cosi’ distanti. Eppure me lo chiedo che impressione faccia tanta stabilita’.

La cosa strana e’ che per carattere credo di essere portato a costruire cose solide, a essere affidabile. Qualcosa di inamovibile, su cui contare. Chissa’ perche’ allora proprio io, fra molti, continuo a ricominciare, a rinnovarmi.