Se aspetti

Scivola lentamente, in un sonno silenzioso.

 

Smetti di pensare, continua a cadere.

 

Se aspetti, se aspetti abbastanza, se la luce si ferma sulla soglia, se neanche un rumore o un pensiero vengono a disturbarti, forse, allora ti capiterà di scorgermi. In fondo a tutto, in fondo alle tue giornate, ai tuoi progetti e le tue paure. Dopo le aspettative e i problemi quotidiani, dopo tutte le incombenze, il traffico, gli affanni e i ritardi di una Vita che va sempre a modo suo, e tu a coglierle dietro.

 

Ecco, mi vedi? Non ne sono certo. Forse la prospettiva non è giusta, lo sguardo non abbastanza lucido e io rimango una macchia sullo sfondo, un chiaroscuro incompleto.

 

Ci sono cose che possiamo condividere, come spezzare il pane, sederci e sbocconcellarlo silenziosi.

 

Ecco, non ci fosse nulla da dire, quello sarebbe il traguardo. La fine, capisci? Una fine dolce, una di quelle che ci meritiamo.

 

Mi manchi quando non ci sei, mi manchi quasi quanto mi manco io quando mi perdo in giungle di affanni, quando mi smarrisco in un caravanserraglio sgangherato di distrazioni. Di illusioni. Quando credo che alcune cose siano importanti, e non lo sono, arrivo tardi e poi non vengo affatto.

 

Mi piace pensare invece, che in qualche modo arriverò. Che ci vedremo per davvero alla fine di ogni pensiero, quando non c’è più bisogno di pensare. In un mondo che non ha bisogno di finestre. Uno di quei mondi che durano un attimo o forse due, e sono abbastanza. Perché io forse posso vivere le strade del mondo, ma spesso voglio non farlo. Voglio che tu sia il mio vizio, la mia scusa e, soprattutto, il mio rifugio. Quando potrei essere mille cose ma semplicemente non mi va di farlo. Ecco, così, a porte chiuse. Poi riprenderò e farò ciò che debbo fare, ciò che voglio fare. Costruirò, perché quello è il mio verbo. Difenderò, arroccato su posizioni a cui non crede più nessuno, perché quella è la mia scelta, da sempre. Però saprò che c’è un posto dove non ho difese, dove scelgo di essere vulnerabile. Tu sei quel posto. Tu sei quel porto.

Le braci

Ho appena finito di leggere Le Braci di Sàndor Màrai. Mi è piaciuto parecchio.

Si danno un bacio, uno strano bacio rapido e un po’ goffo: se qualcuno li vedesse non potrebbe fare a meno di sorridere. Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non é possibile affidare alle parole.

Blog, viaggiare, tornare

Questo blog ha compiuto sette anni e io sono tornato dall’India e da Vienna. Ho grandi bagagli e sacchetti nelle mani, un cappello buffo, di quelli che in Italia non lo capiranno mica. Si riderà, ordinando una birra e pagandola più che in Germania, si continuerà a ridere bevendola e dimenticando l’orrido sapore della Kingfisher, che va per la maggior fra Chennai e Bangalore, dove la gente mica beve per piacere.

 

Torno, ospite ancora una volta di ÖBB. Torno e sarei rimasto. Mi accompagni al vagone, poi siedo, stupido e stanco per qualche minuto fino a che il treno se ne va. Per quest’anno non tornerò più a Vienna.

 

In India c’erano parecchi colori e la gente li mischiava a rendere tutto luminoso, intenso. I sapori anche erano intensi e mangiando con le mani li avvertivi di più. Gli odori erano forti e quelli gradevoli si alternavano a quelli sgradevoli in un gioco di disequilibri che trova un senso solo dove tutto è semplice e complicato, dove c’è una gran fiumana di gente e i cani attraversano la strada fra i clacson e le mucche parcheggiate, dove le scimmie rubano sacchetti e si arrampicano sui tetti, i Tuc-Tuc della Piaggio trasportano miriadi di volti e si incalano in percorsi irregolari, le moto sfrecciano, i caschi sono taboo e la gente si protegge dal freddo con dei paraorecchie. Ho visto un camion in un fosso una notte, una persona seduta di fianco e un fuoco, non perché facesse freddo ma per gli animali. Ho visto la luna che sembra essere più in alto a questa latitudine, l’ho vista sventolare invaghita del proprio riflesso, sull’oceano indiano. Un tempio poco lontano.

 

Sono andato e sono tornato, perché si fa sempre così.

 

Passiamo forse la Vita a preparare un grande ritorno, di quelli da fare in grande stile. Tornare all’immagine di noi stessi, a esserci fedeli.

Credo ci siano parti di noi che possono rimanere sotto traccia a lungo ma che prima o poi tentano di riemergere, per impedire che soffochiamo. Talvolta se noi le ignoriamo le possiamo scorgere specchiate negli occhi di amici di lunga data oppure cadere dalla bocca di persone che hanno quella scintilla in più. Così viaggiamo e se lungo la strada, capita di migliorarsi, di raccogliere cose buone, c’è sempre un idolo in fondo al cuore a cui dobbiamo rendere omaggio. Quella che, in qualche modo, è la nostra natura. Perché chi siamo è una sentenza, inappellabile.

 

Al tempo stesso ci sono cose che voglio scrostare via, di cui voglio liberarmi. Ci sono affogato nel dramma, dentro sguardi melliflui, mentre la vita è la fuori. Chi lo sa. Io no. Io ho solo il rumore fitto in testa, che piano piano scema e rimango con i miei idoli, le mie voglie, le mia incapacità e i miei grandi talenti.

 

Torno a Monaco, lascio Vienna leggendo Le Braci, di Sàndor Màrai, che parla anche di Vienna. Torno a Monaco, che non è casa mia, ma un posto dove abito. Soprattutto è un posto da dove parto. Italia, Slovenia, Austria, India. Stuttgart, Hamburg. Devo comparare un biglietto per tornare a casa, per partecipare alla pizzetta che sto organizzando il ventuno dicembre. Devo tornare e far ridere gli amici, dargli la possibilità di ridere di me, con me. Illanguidirmi alla vista dei Tòret, chiacchierare, raccontare, fare battute, troppe e fuori luogo, abbracciare. Mangiare la pizza, bere birra, sperare di non incontrare la polizia tornando a casa.

 

Apro la porta di casa a Monaco dopo due settimane, è quasi mezzanotte.

Buonanotte, fra cui e tutti i luoghi dove riposano le persone a me care.