I ricordi

I ricordi, comunque, anche i più belli o più insignificanti, sono momenti di vita sprecati. Testimoni dei nostri atti incompiuti. Riaffiorano come per cercare di trovare una realizzazione.
O una spiegazione.

J.C.Izzo
Marinai perduti

Questa citazione l’ho trovata sul blog di Vedova Scalza, che si chiama Spiritually: http://vedovascalza.wordpress.com.

Vi consiglio di darci un’occhiata.

Felicità divergenti

Una mia amica mi ha scritto una frase che mi è piaciuta molto.

“i’m happy for you, because your clever mind finnaly started to cooperate with your life”.

Credo che la Vita sia un gioco a inseguire la felicità, ognuno con gli anni che ha a disposizione, ognuno con le sue carte.

Gli errori che si possono commettere sono tanti ma io ne vedo fondamentalmente due: il primo è avere paura, il secondo credo che sia quello di confrontarci con gli altri, di pensare che le strategie che per qualcuno hanno funzionato, o che a noi sembrano aver funzionato, possano valere anche per noi.

Invece la ricerca della felicità è un gioco solitario, puoi chiedere un consiglio a un amico davanti a una birra su cosa sia meglio per te, certo, ma in definitiva non puoi copiare quello che ha fatto qualcun altro, seguire la sua ricetta e avere la certezza che possa funzionare per te.

Tu sei diverso, hai bisogno di cose diverse, a questo momento ci sei arrivato tramite una storia che è solo tua.  Semplicemente quello che si incastra nella vita di un altro, la tua la distruggerebbe o cadrebbe, incapace di trovare in te un appiglio, o ti andrebbe di traverso.

È vero che a volte le felicità degli altri sembrano così vicine, e le invidiamo. Ignoriamo però i percorsi che le hanno rese reali e il loro effettivo valore. La felicità è diversa per ognuno, così come il modo di arrivarci. A volte vorremmo sederci e dirci già arrivati. O ci sconforta un confronto che crediamo ci veda perdenti. Ma nessun confronto è possibile, nessuno ha le tue carte in mano. Sono sicuro che qualsiasi siano le carte che ti hanno messo in mano le stai giocando al meglio che puoi e stai cercando di divertirti mentre lo fai.

Se così non fosse però, chiediti, di chi è la colpa?

Viaggiare leggeri

Giovedì scorso sono uscito da lavoro presto. Ne vedem miercuri. Non sono passato da casa, ho preso direttamente la U6 e poi la S-Bahn. Sono arrivato in stazione con abbastanza tempo per coltivare i pensieri, come d’abitudine. I chilometri sono scivolati piano dal finestrino mentre mozzicavo Fladenbrot e prendevo un sorso d’acqua. Mi piace mangiare pane e bere acqua quando viaggio, mi da la sensazione di viaggiare leggero, mi fa sentire in qualche modo un viandante. Sono arrivato a Wien Westbahnhof in perfetto orario. Sono sceso, eri lì nell’atrio.

 

Una sera sono corso in strada, fino a Favoritenstrasse, ho comprato della birra e una signora mi ha aiutato a disporre sul nastro le lattine prima che mi scappassero. Per la prima volta ero da solo per le strade di Vienna. Sono tornato verso casa tua e ho suonato il sei, perché è il mio numero preferito. Tu cucinavi tanta di quella verdura, di tutti i tipi, per lo più a me sconosciuti. I chili di patate dolci, la zuppa.

 

Sono andato a prendere l’aereo. L’aeroporto di Vienna era scintillante, con le parole di artisti che scorrevano sui monitor grandi, il wi-fi gratuito, le poltrone comodissime. Mi sono seduto e ho ripreso a mangiare Fladenbrot. Al momento dell’imbarco ho passato un foglio su uno scanner, nessuna ha controllato i miei documenti. Sono salito sull’aereo e mi sono ritrovato in Italia. Mio fratello, chissà perché, credeva arrivassi da Parigi, a un’altra ora, che atterrassi in un altro terminal. Sono rimasto meno di trentasei ore in Italia, giusto il tempo di camminare in Corso Traiano, aspettando si facessero le nove, e ricordare le volte che ero passato a prendere Giorgia o ci eravamo trovati sotto casa sua per andare al Queen Victoria. Se riguardo a ritrodo i percorsi debbo arrendermi al fatto che siano imprevedibili, che sia necessario accettarlo e imboccarli, anche se non sai dove finirai. Che bisogna camminare con coraggio, invece di temere di perdere il treno, che ti preoccupa anche se pensi che sarebbe dolce rimanere ancora due ore. È strano come la Vita sappia essere generosa, senza un vero perché. Sul pullman, di ritorno dal matrimonio parliamo, tu vestita di bianco, io di stupore. Stai bene così, Giorgì, coi capelli rossi e ammaliati in forme che sfidano la fisica, vincendo a mani basse. Parliamo, mi chiedi di lei, te ne parlo un poco, mentre sei sdraiata sui sedili, lo strascico che tiene un posto tutto per sè. Poi ti dico che Mojca l’hai poi letto quel pezzo di Semi e ha riso di un lago che a Divača non c’è, in tutto il Carso non c’è. Sono stato contento e orgoglioso di esserci. Poi sono tornato a Malpensa, nella prima mattina padana, la nebbia e una pioggerellina sottile. Mi sono imbarcato.

 

La S7 mi portava dall’aeroporto di Vienna al centro, dove avrei preso la U2. Con me avevo l’ombra di una preoccupazione, per una mail letta prima di decollare, un’incombenza, un’altra goccia in un vaso pieno che non ho voglia di svuotare. Poi c’è stato un momento in cui avevo tutto negli occhi: il quadro completo di come il passato arricchisca il presente, un presente di sole che filtra dal finestrino e le maniche della camicia arrotolate, un libro fra le mani. Di fronte a me poi una destinazione, una meta immediata. Ho pensato che non mi mancava niente, che quello era un buon momento per essere felice.

 

Se chiudevo gli occhi vedevo come il passato si raccordasse al presente tramite curve e cambiamenti sinuosi. Ho pensato come fosse possibile tracciare una linea che unisse un avvenimento del passato e seguirne poi fiduciosi le fughe in avanti, le svolte inattese, gli attorcigliamenti, fino a giungere a risoluzioni inaspettate, alla bellezza che irrompe lungo il percorso. Poi ho chiuso il libro e riaperto gli occhi, avvertito il sole pallido, abbastanza forte da diradare l’inverno che prova a imbrattare il cielo. Ho sorriso, pensando che stavo correndo dalla mia ragazza e dal suo sguardo furbo, raccogliendo per strada i raggi di sole e seminando i pensieri, perché per quel giorno non ne avevo bisogno. Ti ho raggiunta davanti all’università.

 

Sono rimasto, come Irina che si ferma a dormire dopo il vino rosso comprato in un bar. Io russo, lei mi sente dall’altra stanza. E poi sono ripartito, per riprendere i pezzi della vita che in questo momento non mi sembrano così importanti. Diciamo che sono partito per avere poi qualcosa da raccontarti, perché potessi riposare, perché è bello tornare o vederti arrivare.

 

L’ho preso allora quel treno. Io e qualche paura sciocca. Ogni tanto mi confondo, mi dimentico di disinnescare i pensieri a uno a uno ed essere semplicemente felice.  Ti ho dato un ultimo bacio sulla porta, il controllore biondo che guardava. Ho cercato la seconda classe fra i pochi vagoni che proseguivano fino a Monaco. Comunque questi treni crucci/austriaci sono spesso in ritardo. A volte fa comodo, per prenderli e non perderli, anche se arrivi a casa un po’ più tardi. Ma è un viaggio buono, con buone memorie a farmi compagnia.

 

Parlavamo ieri delle volte che avrei dovuto incontrarti: a Pisa, a Bergamo, a Vienna. E poi non è successo ed é strano, molto strani. Ma comunque adesso, davvero, non ha alcuna importanza.

Miscellanea confusa

Ho diversi correnti di pensiero affastellate nella mente, la stanchezza mi confonde. Ho anche parecchia birra in frigo, provo a fare ordine.

 

Daniele se ne è andato, quando sono tornato non c’era più. Non sono stato un ospite impeccabile. Avrei potuto essere migliore, più simile al solito. Avrei potuto essere peggiore, ma non sarei stato io.

 

Sono andato a lavorare per la prima volta qui a Monaco. Oggi non c’era il mio supervisore, ero da solo in ufficio. Solo con Sheldon. Sono in ufficio con Sheldon: è inequivocabile e un po’ spaventoso.

 

A volte riascolto delle canzoni, sentite a un concerto, in radio, in camera mia. Con la mente rivivo i momenti in cui avevano un senso. Capisco che ci sono persone che sogni, rimpiangi, che ti fanno struggere, che ti fanno disperare, che ti fanno tagli sul cuore, che ti fanno impazzire di gioia, prima di farti impazzire e basta. Poi ci sono persone che invece vivono, e vivi con loro delle emozioni. Le persone che sono troppo vere per avere bisogno di costruirsi fantasmi nella mente. Se le incontri non hai bisogno di stringerle forte, forte perché hai paura che scompaiono, che sfumino via per una parola sbagliata, un sospiro troppo forte, una scusa a smontarle, a dargli una possibilità di fuga. Le persone reali, vivono e ti invitano a fare altrettanto. Decisamente più semplice. Funziona però solo se sei pronto a essere reale. Mi manca la drammaticità a volte, perché fa male ma è una coperta in cui avvolgersi quando non c’è niente di meglio da fare e sei a casa, con una birra in mano.

 

Credo che bisognerebbe circondarci di persone che ci rendono migliori, che mandano in risonanza qualcosa dentro di noi, suonano la nota giusta e risvegliamo in noi energie sopite. Dovremmo circondarci di chi ci rende più autonomi e non di chi ci causa dipendenza. Di chi ispira la nostra voglia di fare, di chi ci fa sorridere di fronte alla fatica, a treni, aerei e ci fa venir voglia di muoverci ancora, di sentirci ancora vivi.

 

Lo stesso però vale per le situazioni: bisognerebbe scegliere quelle che ci fanno vivere bene. A volte le due cose sono in contrasto. Puoi vivere splendide situazioni con persone negative. Pensi di cavartela, di essere abbastanza furbo da poter prendere solo il meglio. Rimarrai però infettato, ritroverai qualche verme nel cassetto, magari tempo dopo. E cosa succede quando invece le situazioni, le casualità, i dati di fatto, i vincoli, i rimasugli di vite precedenti si mettono di traverso, fra te e le persone migliori che conosci. Cosa fare, come scegliere. Le persone o la Vita. Questo è il genere di scelta che non si impara mai a fare.

 

A volte è semplice: si tratta solo di investire in qualcosa. In quel caso bisognerebbe spendere tutti i denari che si è pronti a non rimpiangere, tutto il tempo che non si chiederà indietro al primo piatto rotto, la prima volta che si riaggancia durante una chiamata, la prima volta che salta un appuntamento. Non rimpiango nessuna volta in cui ho investito, mi ha reso più vivo e brillante di quanto non fossi mai stato. Però un investimento ha sempre un fine, e ha senso anche quando quel fine non lo raggiunge. È quando un fine non ce l’ha che deve sapersi auto-sostenere, essere situazione e non futuro. Io credo troppo nel futuro e poco nelle situazioni. Ma mi correggerò poi, col tempo, perché le situazioni sono solo quello che prima chiamavamo futuro.

 

Chiamo i parenti. Mia zia ricorda il giorno che nacqui, mio zio mi parla di come sia pensare i trent’anni quando ne hai cinquanta, poi sessanta. Io noto invecchiando che tante piccole delusioni durano meno. Le faccio scivolare via. Quelle grandi, poche, mi hanno steso a lungo però, più di quello che avrebbero dovuto. E ho sbagliato. Poi un giorno, chissà, ti alzi e fai quello che devi fare. Vedi chi devi vedere. Sorridi e non ti fermi, perché non c’è motivo per fermarsi. Cancelli le piccole sciocchezze fra te e la Vita, perché alla fine i maggiori ostacoli ce li hai messi tu, la tua paura, la tua pigrizia, il tuo non crederci.

 

Ti alzi, prendi una birra e scrivi un po’. Il resto verrà da sè, secondo l’istinto, coltivando il modo di vivere e di sentire. Senza tutte queste sciocchezze che scrivo ma solo con un sorriso. Magari due.

Ritorno a München

Sono andato in Slovenia, e poi sono tornato.

Ho preso il treno fino a Monfalcone, quando sono sceso e ho alzato lo sguardo c’era Mojca, coi capelli un po’ più lunghi e quel suo sorriso puro, lei che ride anche cogli occhi. Abbiamo parlato lungo la strada in macchina, era sera. Siamo andati a casa dei genitori di Domen e loro ci hanno poi portato nella grande casa di campagna, a Budanje. Quella una volta era Italia, e non si poteva parlare sloveno. Ora è un villaggio di famiglie allargate.

La vendemmia è stata una festa per tutti, dai vecchi ai bimbi. Pare che le stime più accurate indichino che abbiamo fatto più danni noi della siccità, una riserva virtualmente illimitata di vino a disposizione. Fra i filari mi esprimevo a gesti, mi passavano un altro bicchiere. Mi chiamavano “Federico!” si curavano che stessi bevendo.Abbiamo fatto il giro delle cantine di amici e parenti, abbiamo mangiato constantemente, infiniti vassoi di prosciutto, di formaggi, dolci. Siamo andati in montagna, una scalata breve su una montagna aspra. Le ragazze hanno pestato il vino coi piedi, nel tino. Abbiamo riattivato la pressa, usato cesti di legno e un carretto. Mojca e Ramona hanno guidato il trattore. Abbiamo fatto il bagno in una pozza, siamo andati al mare in Italia. Poi una mattina, con un ritardo di giorni sulla tabella di marcia, sono tornato. Ho dormito poco la sera prima, mi sono svegliato e ho guardato l’ora. Sono sceso nel portico, per strade il verso lontano di qualche gallo, una macchina dall’altra parte del paese. Salutavo Budanje e pensavo al ritorno. In qualche modo mi piace sempre rimettermi in cammino, dall’altra parte io sono il Viandante. Dal 18 agosto sarei rientrato in pianta stabile a Monaco, ripreso l’avventura.

È arrivato un messaggio di Daniele “Arrivo oggi alle 16”. Poco dopo Darko, lo zio di Domen che doveva portarmi a Ljubjana è comparso, abbiamo caricato i bagagli, ho abbracciato Daniel. Alla stazione ho preso un biglietto per München per poi scoprire che c’erano solo bus sostituitivi. Ci hanno portato alla frontiera con l’Austria, abbiamo cambiato un paio di treni e poi sono arrivato a Monaco.

La sera ero stanco, ma poi ho parlato per quasi cinque ore, proprio io che prima, davvero, non capivo come si facesse. La stanchezza mi è passata. Ti vedevo muoverti a piccoli scatti, movimenti rallentati come quando piano piano ti fai più vicina, io me ne accorgo e sorrido.

Tornare è anche questo, sciogliere i Lahko noč che ho imparato a dire, rilassarsi e andare a letto, dicendo piano Somn pufos.

Nei giorni seguenti sono andato al consolato indiano. Per essere re-indirizzato a un altro ufficio. Chiedevo ma nessuno sembrava sapere dove fosse Bruderstrasse. Trovato l’ufficio ho spiegato in inglese a un impiegato tedesco che volevo andare in India per un matrimonio. Non voleva capire che non fosse il mio, che andavo solo ad assistere. ,Quando alla fine ho trovato il posto mi hanno spiegato come chiedere il visto, dato dei moduli. Mi hanno fatto vedere uno riempiti da una vecchietta, come esempio, dato altri fogli con indirizzi. Stavo andando via quando mi hanno richiamato, confuso fra gli altri fogli c’era il modulo della vecchietta e ci ritenevano a riaverlo.
Ieri invece sono andato all’istituto malattie tropicali per chiedere dei vaccini. In questi casi tornerebbe utile sapere per che cosa si è stati vaccinati e quando. All’epoca però non ci facevo caso, avevo altro in testa. Tipo capire come sarebbero finiti i Cavalieri dello zodiaco. Mi hanno fatto parlare con un medico, mi spiegava malattie e vaccini.

“And you should not drink any alcohol or do sports after taking the vaccin. For five days”

“Avoid doing sport is not a problem”

“Ok, I understand, the Oktoberfest…”

“Genau”

“If you take rabies you will die. Do you understand? There will be no possibility to save you, you will be dead”

“This one does not sound nice”

“There are many ways to contract it: unprotected sex, blood transfusions, consuming drugs… ok, you don’t like the guy doing the last one”

“I am really not seeing also the others happening!”

“And you should avoid to be beaten by animals”

“I will. Does it include also monkeys?”

“Yes, all mammals. Also human beings, if a person bite you, you could get sick”

“I will do my best for preventing that to happen”

Daniele poi si è fermato due notti a Regensburg. Ci siamo sentiti su internet: “Posso venire da te?” “Parliamone”, poi deve uscire. Più tardi mi scrive “Arrivo oggi”.

Ora dorme.

Scampoli d’estate

Quest’estate non pensavo di viverla: sarei dovuto andare a Monaco, principalmente per rintanarmi in casa e lavorare per finire una miriade di progetti.

 

Invece la Vita ha avuto un’opinione diversa e quest’estate è stata piena di magia. Decisamente inaspettata.

 

Dal primo Agosto ho passato molte ore a non capire nulla o quasi per via della lingua: tedesco, rumeno, sloveno. Famiglie, bicchieri. Molte di queste ore le ho spese con una bicchiere in mano: una birra o del vino bianco. Tuica, a volte. Ho capito cosa intendeva Sant’Agostino: le persone, le persone. Spesso, fra un bicchiere e un altro, guardavo le persone, le espressioni, i sorrisi, le dinamiche familiari. Ho avvertito un senso di calore che andava oltre le parole, oltre ciò che la mia povera mente italica potesse comprendere. Vedete, io non ho molti talenti, ma ne ho uno speciale: è quello di sapermi circondare, non so come, sempre di persone straordinarie. Ho vissuto tante emozioni ascoltando un’infinità di storie, di sorrisi, di pensieri, di condivisioni. Incidentalmente anche una quantità di alcolici che avrebbe stroncato un branco di elefanti.

 

“We have an unlimited supply of wine”.

“Challenge accepted”.

 

Sarà l’aria della Slovenia, la convinta allegria di Domen, le fossette di Mojca, o il pensiero di qualche ragazza su un lungo treno che impiega molte ore a riportarla a casa, però io respiro quest’aria, l’odore di mosto che impregna il legno, e non ho alcun rimpianto, nessun cattivo desiderio. Purificato da tutto. Finirò per rimanere un giorno, due giorni in più, perché è normale, la Vita la lasci scorrere, quando è limpida, l’unica asprezza è la punta acida del vino giovane.

 

Io non ho meritato o costruito tutto questo ma stringo le dita, cerco di farne scivolare via il meno possibile. Mangio, sorrido, accetto il prossimo bicchiere. Chissà che sia una metafora, per imparare cosa vuol dire vivere. Come quando all’ultimo finisci alla festa di Alice, quando incontri Giulia in stazione, trascinandoti due valigie dietro.

 

“Dove vai?”

“Vado a fare la vendemmia, in Slovenia”.

 

È la mia terza volta in questo paese. Ci voglio tornare. Chissà quando il vento mi ci riporterà.

 

Ora vado a dormire, perché in fondo, tanto per cambiare, ho qualche bicchiere in testa da farmi sognare fino al mattino.

Strade, detriti, Est

Arrivi a Torino che vuoi andartene in più fretta possibile. Sparire, dileguarsi, come t’inseguissero. Non ti insegue nulla, è solo il tempo, conta i secondi che ti sfuggono di tasca. È un lavoro di una noia mortale.

Poi a Torino ci rimani qualche giorno e percepisci le immagini appiccicate a ogni incrocio, lungo ogni viale. Ci sono un boato di fantasmi a Torino. Un casino, mi chiedo come facciano a starci tutti, nella mia mente, nella mia povera mente.

Puoi volere andare via, ma, cara Torino, le tue mura sono sempre davanti a me (Isaia 49, 16).

Il campanello dice ancora “Giuseppe Caccetta”. Anzi, un angolo è strappato per cui dice “Giuseppe Caccet”, che fa molto più internazionale, mi sono sentito un po’ James Bond per sette anni (o otto? Non lo ricordo) con quel nome, che non è il mio, sul campanello. Se ci ripenso mi sento ancora un po’ James Bond. Ma sono le dieci del mattino di Sabato, e io sono in provincia, a casa dei miei. Adesso ho una casa sola, sta in Germania e sulla porta non c’è scritto nulla. Io sono l’8200.

 

Ho chiuso la porta: è stato buffo perché ha fatto lo stesso rumore di sempre.

Forse, avessi ascoltato bene, avrei sentito bisbigliare. Non so, magari Flavia che diceva a proposito della casa catastrofă naţională. C’è ancora scritto sulla lavagna, se guardi bene.

Mojca mi ha confermato, per cui io parto, oggi, e vado in Slovenia, a fare la vendemmia. Già a dirlo si capisce che è una figata. Mi piace cavalcare verso Est, mi sembra di andare incontro all’alba, poterle dire: incontriamoci a metà strada. L’idea di partire, di partire a breve, mi fa sempre fare respiri più profondi, più veri. Come se ci fosse una nota più vivida nell’aria. Io parto.

Ho mangiato, perché quando cucina l’Inarrivabile si mangia bene mentre in Germania si mangia male, malissimo, non si mangerebbe affatto.

E poi l’alba mi è esplosa in faccia. Ho spazzato via i frammenti rimasti sui vestiti, mi sono alzato, ho ripreso a camminare.

They raped him to death? – C’è un tono di sorpresa in risposta, Daniele continua a ripetere la domanda.

Avrei anche sonno, tecnicamente.

C’ho i pensieri interrotti, l’attenzione scivola via in flussi ramificati. Dov’è la foce di tutto questo pensare? Quand’è che smette e io riprendo a vivere? Certe domande bisognerebbe sapersele fare solo prima di colazione, mai durante, ti rovinerebbe la giornata. Finiresti con lo spalmare il burro dove non devi e la marmellata, Cielo, che cosa ho fatto con la marmellata?

Domande, domande, domande. Sei buono te a farle, io non ho voglia di rispondere. Sporgo la testa fuori dal finestrino e sto zitto con la testa. Come quando poi fai una cazzata.

Ma io riprendo possesso della strada! Mi muovo, vado verso la Slovenia e poi, credo, più su, verso la Germania. E a questo punto credo attraverserò l’Austria, perché è in mezzo, la correrò tutta d’un fiato. L’Austria. È uno di quei posti dove è bello prendere un caffè, lì, dove leggi Geöffnet, la scritta che lampeggia.