Domenottozze

Oggi sono andato in un "circolo bohemienne". Lo recitava la targa, precisa e sicura, appena sotto il cartello "Per entrare suonare". Io, Daniele, Valentina. Cioccolate ricercate, infusi esotici, birre di cui discutere con il Bestia. Moquette, pareti rosse, divani morbidi e sobri. Aria chiusa, musica che circola lieve. Parole varie, una telefonata del buon Ciube. Lontano è vero, ma si fa sentire. Uno che sa come rimanere amici anche vivendo vicino Pordenone.

Di ritorno tolgo dal portachiavi vecchie chiavi. Una è di una casa nelle Marche da cui non vado da tre anni. Pochi grammi che mi portavo dietro ma avevo voglia di muovermi verso l’essenzialità. Rinunciare a tutto ciò che non è indispensabile. Quello che avanza è un peso, i grammi si sommano facilmente, ne sono fatte le montagne. Leggeri, sempre. E con buoni stivali ai piedi possibilmente.

Buona serata, per me sveglia alle quattro e mezza e dritti all’aeroporto. Ma questo week-end torna Ciube e la birra scorrerà a fiumi lontano da vecchie chiavi, impegni e lo stupido incespicare fra frattaglie di pensieri. La magia del malto e del luppolo…

PERCHE’ PERCHE’

Non riesco a trovare questa canzone:

They were so damn glad when I left school

Said I was crazy ’cause I broke the rules


Time to start livin’ my teenage dream


Out on the streets it was rough and mean




That’s why…they call me one of the boys




Got tattooed arms and rings in my ears


Never gonna suffer a straight man’s fears


Better have a drink, crankin’ with the mates


Movin’ fast I’m gonna make the grade




That’s why…they call me one of the boys


That’s why…they call me one of the boys




I’m pushin’ it hard, I’m pushin’ it fast


Gotta work it over, I gotta make it last




What you need is mates, staunch and true


Hold out your back they’re gonna see you through


I don’t look for trouble but I won’t hide


I’ll jump on you if you don’t step aside




That’s why…they call me one of the boys




There’s one thing I’ve learned


And I know it’s so true


Bad girls love bad boys but


Good girls love ’em too




I was young and wild, so much to learn


A fierce bright flame and hot to burn


Can’t turn back ’cause the die is cast


I die young, from livin’ fast




That’s why…they call me one of the boys


That’s why…they call me one of the boys


That’s why…they call me one of the boys




Ah yeah…I’m just one of, I’m just one of


I’m just one of the boys


I’m just one of, I’m just one of


I’m just one of just one of the boys


I’m just one of just one of the boys


I’m just one of just one of the boys

Che, come dire, ci sta dentro un casino!

Libere ore

Giorno feriale ed io sono a casa. In ditta abbiamo il "patrono mobile", oggi era l’ultimo giorno per usufruirne, preso. Al mattino mi chiamano per dirmi che lunedì sarò a Napoli, mi sento di colpo più stanco ed è stupido. Al pomeriggio esco, è sempre lì, sulla mia vecchia Seat Ibiza che i soliti pensieri mi trovano, dove non ci sono azioni concrete a proteggermi. Qui la solitudine mi prende, mi colpisce attraverso ogni spiraglio. Nel mentre nuvole e cielo lottano spartendosi lo spazio, il sole picchietta sulle montagne. Forse questo potrebbe bastare a recuperare, a sparpagliare l’amarezza, darmi una tregua. Il primo freddo mi ricorda un’estate spesa lontano da ogni dissoluta mollezza, ogni piccola stupida avventura, al lavoro. E non è del lavoro la colpa, questo è quanto è più duro.  Sono in questo buio da tanto ed i miei occhi ci si sono abituati. Colleziono esperienze, colpi di testa ma che conta? Non so più sognare perchè i miei sogni sarebbero tutti volti a cancellare questa solitudine, i miei sogni, dannazione, non riguardano solo me. E’ questo che voglio cambiare. Perchè in quella house of the rising sun che non c’è io c’ero poi davvero? Credo ci sia un’altra casa, una stufa ed una ghiacciaia sempre colma di birra. Un posto dove stare. Dove poter invitare qualcuno di tanto in tanto e poi al suo andarsene sprangare la porta e restarmene lì nel mio mondo. Perchè non c’è solitudine ch’io possa curare senza curare me e la mia stupidità che non è però ancora tanto forte da non farmi vedere quanto abbia intorno a me. E’ che coltivo tarli o che nessuno in realtà ha bisogno di me. Ti sei mai sentito un albero i cui frutti marciscono sui rami?

Roma

Terza trasferta in quindici giorni. Questa volta andata e rientro in giornata, una mezza influenza proprio mentre sei di in uno di quei grandi palazzi, sul tuo tavolo diviso a spicchi, proprio di fronte a Cinecittà. Coltivo decisioni impulsive, sconvolgimenti dettati dal desiderio di… essere me?

Ottimamente a tutti.

Malessere, nessuna preoccupazione sul lungo periodo passerà certissimamente

Ho questa sensazione di non salubrità del mio risveglio. E giù a maledire alcol e tabacco (che poi fra l’altro fumo raramente). Ma perchè non si maledice l’altro malessere, questo trascinarsi dei giorni, restringersi delle possibilità, questo inarcarsi di prospettive, celarsi di sentieri nelle pieghe del terreno. Scomparire, alla vista, al tatto, al desiderio di cose concrete, di pomeriggi di birre rosse, di carovane di Waizen che passano dentro l’abitacolo mentre-fuori-piove. Te la dimentichi o no quella città, le case basse, quel grigio abusato e quel freddo determinato. Te la ricordi tutta lucida per la pioggia, lavata come se un po’ d’acqua bastasse. Ma per sicurezza ci si aggiungeva anche una birra. Pomeriggi lunghi, pomeriggi la cui necessità, certa, non era sempre chiaramente avvertibile. Che una vecchia Clio poi ce l’aveva quel profumo, o forse era solo l’odore di quei lunghi, dannati, noiosi pomeriggi. Specie quando fuori piove.

Siamo tutti buoni ad invecchiare ma farlo con stile, è tutta un’altra cosa. C’è chi direbbe che non è poi così importante, nel lungo periodo siamo tutti morti.

Ci sono

Ci sono canzoni banalmente tristi. La tristezza è così banale, ripetitiva, futile. La mia, la tua. Vissuta da bambino, nascosta dietro un gelato alla crema in un pomeriggio di giugno, appena dopo scuola. Lì, fra le fronde d’un albero, ad aspettarti tutti i giorni allo stesso incrocio. Ha impregnato quella panchina. Te la ricordi? Me la ricordo? La malinconia è tutta rivolta a me, alle foglie che ho già visto vorticare e perdersi, alle nuvole cui non ho dato importanza. All’illusione che una brezza di vento ed una birra dopo l’esame di guida potessero tornare. A volte bisogna buttare, sprecare, gettare dal finestrino vita su vita. E’ che dopo non si può ritornare a raccogliere e mettere nella vetrinetta, dietro ad un vetro quei milioni di ore passati inseguendo quel che oggi è. E quel che oggi non è stato. La fiducia incrollabile se ne va, rimasta in vecchie agende, in diari colmi di… pagine bianche (non è che segnassi i compiti). Malinconia che nasce da una canzone e ne sono felice. Banali stupide note venite qui che se mi va di parlare io non sia solo.

Domani parto per Roma, di ritorno mercoledì o giovedì. Chissà.