In viaggio

Fra qualche ora sarò probabilmente seduto sul sedile di un TGV diretto a Parigi.

Avrò con me uno zaino. Dentro, se non avrò dimenticato nulla,  ci saranno dei panini, il libro del corso Assimil di francese, qualche noioso articolo su ecosystem IT, calze, mutande, altri oggetti di uso comune. Una bottiglia di San Simone, magari.

Se continuerò a essere sfacciatamente fortunato come in queste ultime settimane potrò voltarmi a ogni parola che non so pronunciare e chiederLe aiuto. La guarderò sorridere.

Mi piacciono i viaggi perché sono la metafora, il rimpicciolimento in una dimensione comprensibile di un’altra avventura, della forma definitiva e completa di avventura, quella che tutti intraprendiamo, o dovremmo intraprendere. Mi sembra di aver abbandonato il porto, che nessun ormeggio potesse più trattenermi al molo. La ruggine è sparita in un attimo dallo scafo, come fosse stata pronta ad andarsene, in attesa di un segnale. Ho imboccato una rotta che, non mi vergogno a dirlo, mi sta portando alla Felicità.

Non so cosa succederà; mi muovo seguendo gli istinti di uno stomaco che brontola, di un cuore che pulsa, una fitta al ginocchio la interpreto come la necessità di gettare le ancora, un formicolio dietro l’orecchio e do piena forza ai motori. Procedo a questo modo, come se navigare, e quindi Vivere, fossero gesti naturali, incisi da qualche parte dentro me, in profondità. Non ho istruzioni da seguire, respiro e il desiderio si fa gesto, il gesto combacia con la realtà e con i Suoi movimenti. Salgo sul pennone più alto e scruto l’orizzonte: ha un colore che ispira fiducia.

E allora parto.

P.S. ho scritto più di una volta di viaggi: tipo qui o qui o qui o qui.

Luce

Mi sono svegliato un giorno, sono sceso in strada e ho trovato l’aria fresca del primo mattino. Avevo dormito poco e la mia testa galleggiava, fra le vie, irraggiungibile a pensieri concreti, popolata solo di emozioni indefinibili, che pure avvertivo forti.

Mi ha stupito l’impatto con quella luce che, data l’ora e il periodo dell’anno, avrebbe dovuto essere tenue, capace di popolare le strade di Torino di un chiarore dolce, e nulla più. C’era una nota invece che rendeva la luce persistente. Un modo di brillare degli oggetti che sfiorava, delle targhe con i nomi delle vie, delle pietre di Luserna che calpestavo. Una luce differente. Mi sono ritrovato a imparare cosa fosse la luce, a scoprire un senso ulteriore nelle cose minime che popolavano la strada fino al Politecnico, dove arrivai troppo presto.

Mi sono domandato nei giorni seguenti se fosse davvero così: se davvero la luce, quel particolare tipo di luce, sia l’essenza di ogni cosa, la spiegazione ultima, il metro con cui misurare gli eventi o se volete la chiave di lettura che permette di comprendere, da sola, qualsiasi cosa sia degna di essere capita. La luce allora è forse l’essenza di ciò che è e di ciò che non è; disegna l’esistente di tratti e mancanze, di segni morbidi e assenze decise. A pensarci un attimo mi rendo conto che ogni profilo, anche quel particolare profilo, è composto tanto da ciò che c’è quanto da ciò che non c’è. La luce lo scopre, lo rende comprensibile alla mia povera mente. Corre lungo un filo ed è già un sussulto nel petto. La luce si sfoca e scompare, rimangono i tratti, dolci, che continuo a guardare, come se fosse possibile catturarli e non è così.

La luce si alza al mattino, scivola dentro la stanza a poco a poco, fino a sfiorarmi il viso. E’ una luce incapace di ferire gli occhi. Occhi che vengono a studiare dalla luce che cosa sia la bellezza, per poi ricordarlo anche quando la luce lascia la stanza. A quel punto, anche se non vedo più quei tratti dolci, continuo a vederne la bellezza: non è la luce che la crea, la luce me la spiega soltanto, perché io possa impararla.

E così quel tipo particolare di luce definisce il possibile, gli da una forma nuova. Modella, con una precisione che stupisce, quelli che nella mia mente erano pensieri abbozzati. Sogni? Si chiamavano così? Diventano povera cosa in un mondo in cui la luce ti attraversa il cuore e proietta come ombre vive i tuoi desideri, fino a che anche tu li capisci, per la prima volta.

Il primo goccio di luce che vedi nell’esistenza ti spiega in un attimo cosa sia l’universo, la Terra, l’odore del mondo e i suoi dolori. Così, se mi sembra di nascere nuovamente, è per via della luce, intensa e vivida, che ti sfiora i capelli e ne esce più forte.

La luce poi cola giù da Piazza Castello, scivola sul fianco dei giardini reali, e colpisce con quell’angolo a tre quarti che, ci giurerei, finirà col mozzarmi il cuore, incapace di crescere abbastanza in fretta per comprendere una bellezza semplicemente infinita. Rimango così, come una falena felice, irrimediabilmente attratto da un fenomeno che è semplicemente più grande di ciò che io possa analizzare, capire e spiegare.

Allora mi limito a viverlo, perché sì, io sono un ragazzo molto fortunato.

Sorprese

Sì, mi sono sorpreso.

Di quelle sorprese buone, che, a pensarci dopo; un giorno dopo, una settimana dopo, ti sembrano giuste. Piene di un loro equilibrio.

Mi stupiscono le accelerazioni improvvise della Vita.

Forse una logica e un percorso ci sono, nell’accadere delle cose. È solo che la maggior parte di quei percorsi si svolgono sotto traccia. Gettiamo Semi e rimaniamo ad aspettare. A sperare, come fosse un lavoro. Non siamo in grado di decifrare i sospiri tenuissimi della terra, il percorso che quei Semi che abbiamo gettato devono fare, per tornare a noi trasformati.

Così capita che ci siano dei semi piantati tempo addietro, coltivati con cura, con un amore sottile. Semi lasciati riposare e crescere per più di un inverno. Sotto traccia, in un posto che non si vede ma è molto vicino al cuore.

Santa Maradona l’ho capito poi più tardi, tanti anni dopo. C’era del vero. Chiamo mia madre. Guardo fuori dalla finestra, la piazza è piena d’aria fresca, di gente che l’attraversa e forse non la capisce. Ne vede la bellezza apparente. Comprendesse la bellezza infinita che si divincola sotto la superficie, le trame che l’attraversano, le possibilità infinite, le sfaccettature multiformi e il modo in cui si compongono. Le comprendesse si chiederebbe dov’è stato finora. E sarebbe una domanda stupida. C’è una grazia, una grazia che mi farebbe rimanere a guardarla. Invece no, riprendo a fare ciò che devo. Perché alla bellezza non si risponde guardandola, le si risponde Vivendola.

Claudio insisteva col farmelo rivedere, Santa Maradona. Claudio ha spesso ragione. Claudio ha ragione in modi imprevisti. Claudio è sempre una sorpresa.

Tutto sommato mi piacciono le sorprese.

Spartiti norvegesi

Oggi ho finito Norwegian wood. Un bambino smontava le poltrone della sala d’aspetto mentre voltavo le ultime decine di pagine.

Ho sentito mia la conclusione del libro, come un dito puntato a indicare una strada. Una strada coperta di polvere bianca, di cui non si vede la fine. Muovo i primi passi e già la polvere si alza, mi accarezza i vestiti, mi solletica il naso. Sorrido e spero non finisca. Mi piace camminare.

Capita perfino di camminare fra i gobbi che festeggiano, e, mal di testa a parte, uscirne con l’umore intatto.

Scrivo, mi rispondono.

Penso alla felicità. A quanto siano stupide le paure.

Ascolto la nota di fondo, studio, vivo.

EDIT: Un estratto dalle ultime pagine di Norwegian Wood

A volte tu ti sforzi troppo di adattare la vita ai tuoi meccanismi. Se non vuoi finire anche tu in una clinica psichiatrica cerca di essere un po’ più aperto e di abbandonarti di più alla vita così come viene. Anche una donna debole e imperfetta come me ogni tanto arriva a rendersi conto di quando meravigliosa sia la vita. Dico davvero! Perciò tu cerca di essere molto molto più felice. Mettici anche un po’ di buona volontà.

Rimedi alla sobrietà

Quella in cui vivo è una casa per bene, da noi certe cose semplicemente non accadono. Se però qualcuno di voi si accorgesse di essere sobrio c’è un rimedio, preciso e infallibile.

Si chiama embuscade, ed è stato creato a Caen.

L'imboscata verrà tesa alla vostra mente e... al fegato

Il nome rivela l’infida natura di questa bevanda, per cui io vi avviso: preparatelo, riempitene grosse caraffe, distribuitelo. Ma siate pronti ad affrontarne le conseguenze perché, e lo scoprirete,  l’embuscade est diabolique.

Vi ritroverete circondati da questo genere di personaggi, di sguardi persi. Vi chiederete cosa stia succedendo. E sarà troppo tardi, l’Embuscade avrà già avuto luogo.

In altre parole a quel momento realizzerete di essere fottuti ma non potrete farci un beneamato nulla.

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Ora, se siete degli incoscienti e, nonostante tutto volete provare a preparare questo biglietto di sola andata per l’ubriachezza, questi sono gli ingredienti:

  • 2 parti di Calvados
  • 5 parti di birra chiara
  • 3 parti di vino bianco (fermo)
  • 1 parte di granatina o di sciroppo di cassis
  • 1 o mezza parte di sciroppo di limone.

Svanite le nebbie alcoliche quel che rimane è un risveglio da campioni.

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P.S. Il giorno dopo ricevi messaggi del tipo:
A: “ma come me lo avete ridotto ieri XXX????? era da raccogliere con il cucchiaino”

B: “Continuava a ripetere: ‘non volevo bere, sarò gentile’ “

Let the sunshine in

È come se la realtà mi avesse dato uno schiaffo, bonario. Uno schiaffo pieno d’affetto, per ricordarmi che i suoi limiti non corrispondono a quello che io sia in grado di immaginare, credere.

Che a volte devi solo spalancare le finestre appena sveglio e lasciare entrare il sole.

È strano non provare vertigini.

Nota

È strano come praterie di ore, che sarebbero potute suonare vuote, inserendo una sola variabile acquistino un altro valore. Come una nota piena le riempisse.

Certe note non solo danno valore a intere giornate ma continuano a risuonare, a ricordare che la Vita è altro, o è questo ma vissuto in modo diverso, pieno.

Ti viene voglia di cantare Spread your little wings and fly away. Lontano dalla stasi, da un luogo dove le cose non accadono, da pareti che si chiudono su momenti di silenzio, da sguardi che non si incrociano, fra storie che corrono parallele in eterno.

Ti viene una voglia sottile di fuggire anche ciò che rende dolce la stasi, di una dolcezza che cola densa e lentissima, da illusioni che piano piano perdono colore. Ogni goccia è una piccola ammissione, un piccolo taglio che brucia, lieve.