Cosa vuol dirmi

Cosa vuol dirmi l’insonnia?

Non parla di vecchi fantasmi: a ognuno spetta la sua pace, ancora un bacio sulla fronte, un ultimo bacio sulla fronte. Una benedizione, un addio. Non c’è più abbastanza freddo o tempo per recuperare alla memoria i colori di quella sciarpa, per chiudersi ancora nel tepore di un cappotto, le mani strette in tasca, le mani arrotolate strette intorno al cuore.

Non sono fantasmi. Sono i consigli di una saggezza sotteranea, un provare a dirmi qualcosa, a farmi capire. Parlane con l’orologio, lasciagli snocciolare storie, borbottare ticchettii insonni. Ascoltalo, che dice?

Ho il percorso lento e sorridente disegnato sul palmo della mano. Trasfroma ogni contrattempo in una possibilità. Non mi preoccupo del sonno o delle incombenze, dei baci sulla fronte o della forfora. Io sono felice oggi, più che ieri, e avverto l’incombere della felicità di oggi più di ogni inesistente domani. E se cadono sottili i minuti, sono buoni compagni, a saper scorgere il nome di ognuno di essi. Ho più parole, che sonno, più silenzi dentro. Non so perchè ma mi sembrano paesaggi, ho voglia di guardarli, senza pretendere nulla, come non avessero occhi o respiri. Lascia che sia e goditi il paesaggio.

Nerding, oh my…

Shutting down the brain.

C’è la scadenza del papero, c’è la discussione coi colleghi. Ci sono i colori dei grafici, ci sono i dati dei grafici, ci sono le perifrasi, c’è l’inglese.

Poi c’è inside job.

Un bicchiere di Mateus e…

C’è JRuby e giocare con i dati sui corsi d’acqua di tutto in mondo (progetto Hydrosheds), ci sono mappe da generare. Non so che farci: a me piace generare le mappe.

Il problema è che i dati sono TROPPI.

 

Certo poi si può andare nel dettaglio:

 

Mi piace anche questa canzone:

P.S. Fra l’altro casomai vi interessasse il codice, sono meno 141 righe di JRuby. E io in JRuby non ci so neanche programmare.

 

 

Inveterato

Sì, inveterato. Perché se persisto, se resisto al mutamento allora sono inveterato uno di quei ragazzi sfrontati e invece non bisognerebbe. Sono frasi da ricordare, da dire all’uopo…

And if you go chasing rabbits

And you know you’re going to fall

Tell ’em a hookah smoking caterpillar

Has given you the call

Non servono giustificazioni, quanto scuse nel senso di cause pretestuose. Datemi un pretesto.

 

Dove non sai

Dove non sai è l’inverno che bacia il mare, è il vento a danzare sulla spiaggia, la brina a immalinconire gli ombrelloni. I sospiri dell’estate scomparsi all’orizzonte, le conchiglie abbandonate fra i capricci dei marosi e l’indifferenza di chi non c’è.

Dove non sai è un bagnino a cui chiedi degli amori più tristi, fra un bombardino e un’occhiata all’acqua: è ancora fredda. Ci sono storie che non sai, di cui qualcuno cerca scuse fra le lenzuola, nel camerino stretto di uno stabilimento. Dammi una scusa per non capire un suo silenzio, e un’altra ancora per una notte che lui passa fuori città. Dammi un graffio, un ricordo, un’emorragia di tristezza,;voglio perdere tutto quello che ho dentro fra la sabbia di Rimini e la sua capacità di scomparire a valigia disfatta, di scolorirsi di colpo, appena ci si ritrova stretti fra gli imbottigliamenti del ritorno.

Dove non sei ci sono storie, ci sono paure. E se non chiamo sono mille e uno tagli, sono gli spettri che ho nascosti fra le palpebre. Sono le fragilità ricevute in dono da una risata, da un rifiuto, da una rosa e un cestino, da un anello poi ripreso, da un “forse” che si è perso fra un tentennamento e un cosmopolitan, fra una sigaretta fumata fuori e più rientrata. Ci sono ragioni e radici e intere ragnatele di fatti, reazioni a commiserarsi, a coadiuvarsi, a incatenarti. Legacci a cui ci affezioniamo: le nostre amate fragilità, echi di una compagnia che ci portiamo appresso e di cui non sappiamo fare a meno. Ogni limite, ogni paura è in fondo un vecchio amore di Rimini, un pomeriggio passato al parco a struggersi per lei e le sue gambe lunghe, per la rossa e la sua gonna corta, per lei dalla risata irraggiungibile.

E dove tu non sei, dove tu non sai io ho continuato a coltivare la religione del ricordo, a incatenarmi nell’adorazione di ciò che è stato e dei mille sentimenti scorsi in rivoli sottili. Poi ho smesso. Ho però i cassetti ancora pieni di malinconie.

“Ho” a caso

Ho smesso di chiedermi se sono felice: ci sono mille motivi per esserlo e mille e uno scuse per non esserlo. Tempo perso.

 

Ho smesso di leggere tutte le e-mail, ho smesso di rispondere a tutte.

 

Ho amici che vivono qua vicino ed é una cosa buona e giusta. Molto buona e molto giusta.

 

Il tedesco non lo sto imparando, però alla serata tandem l’ho parlato con diverse persone e ho comunicato concetti intelligibili. Ho almeno ho avuto compagni di dialogo abbastanza gentili da lasciarmelo credere.

 

Ho l’influenza ma sta passando.

 

Ho tempo ma sta passando.

 

Ho domande per borse all’estero, ho case da cambiare.

Oggi

A casa con una semi-influenza, esco presto da lavoro.

Sarà anche che certe notizie sono ottime per demotivare dal rimanere in laboratorio dieci ore al giorno o lavorare nei week-end.

Oggi un’offerta di lavoro dall’estero. Fa piacere, specie considerando che sono loro a cercare me.

Però la cosa importante è un’altra: è riprendersi per LA festa.

Me la sono persa per due volte: una ero a Monaco, l’altra… non ricordo, ma in viaggio.

Il me dell’anno scorso aveva questa compulsione del biglietto facile, il me di oggi costruisce altro.

E intanto quella busta grande grande l’ho spedita. Vediamo. Quattro o cinque mesi e si saprà, no?

Questo silenzio

Questo silenzio.

C’è la luce fuori, placida e certa. Popola l’aria, l’esalta.

In questo silenzio la vedo, la immagino scaldare la mia pelle.

In questo silenzio i bordi della Vita… tutto assume un proprio colore, vivido. Si esalta il semplice esistere di cose e persone e oggetti e movimenti e stasi perfette.

È come essere innamorati: avverti tutto in maniera più profonda. Ogni cosa è abbastanza vera da catturare la tua attenzione, che si moltiplica e abbraccia tutto. Ricuce i bordi sbrindellati di realtà scomposte, negate dal rumore.

È silenzio, perché io sono vivo, ora.