Il piccolo mondo

Sono seduto per terra, appoggiato al mio zaino. Sono in coda per il primo volo di una tratta che ne prevede due. L’aereo è in ritardo. Non si sa. È domenica ed indosso una comoda felpa.

Vedi, ho due strade.

La prima la conosco bene: ansia, paura, dubbi. Nervosismo. La ricerca di spiegazioni, di soluzioni. Il rifiuto di cosa succede.

La seconda consiste nel realizzare che le conseguenze, qualora ci fossero, sarebbero minime. Un fastidio. O forse la possibilità di vivere un’esperienza diversa, vedere come si reagisce.

Questa è una scelta da fare. È il motivo per cui indosso un braccialetto con due lupi, a ricordarmi di quella leggenda che ci invita a scegliere chi vogliamo essere.

Io poi sono un caso grave di ansia e paure che si basano sul nulla. Paura di cosa, esattamente? Di dovermi adattare a un nuovo piano?

Nella Vita le cose talvolta vanno nel migliore dei modi, talvolta no. È il naturale corso degli eventi, con imprevisti e risultati subottimali. Come possiamo pensare di vivere bene se abbiamo l’irragionevole aspettativa che tutto vada sempre nel migliore dei modi? Come possiamo non essere poi delusi?

Credo che qualche piccolo contrattempo sia educativo per me.

Sapete, sono riuscito a viaggiare sereno. Correvo mentre dagli altoparlanti continuavano a gridare
“proceed IMMEDIATELY to your gate, fucking bastard!”. Godevano, i porci.

Sono poi finito in un piccolo albergo fuori mano, dal nome italiano. “Piccolo mondo” si chiama. Era l’unico albergo libero in Lussemburgo, in una frazioncina dove l’unico ristorante è quello dell’hotel.

Ora suona la campana di questa chiesa piena di charme. Attorno a me proprio un piccolo mondo, isolato dalla mia vita.

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Alla TV la pubblicità di TripAdvisor. Ci lavoravo, un tempo.

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In taxi parlavo in francese, con l’autista portoghese. Parlavamo di Porto. All’arrivo ero Obrigado.

Ma in fondo si può pensare che non si arriva mai. O che stasera sono arrivato. È questo il mio piccolo mondo oggi, è posso godermelo.

Arrendersi alla bellezza

Puoi scegliere di arrenderti alla bellezza.
Preferire la bellezza, all’utile.
Parlo di una bellezza grande e dolorosa, che si deposita come strati di fil di ferro sul cuore. Che trattieni il respiro perchè non si muova troppo bruscamente. La bellezza inevitabilmente entra dentro te, diventa abitudine al dolore.

La bellezza non è solo gioia. Quel tipo di bellezza è vana, è facile, la condividi con milioni di altri sguardi.

La bellezza è sacrificio. La bellezza è una scelta. È la negazione di ragionevoli paure.

La bellezza è talvolta una scelta scomoda. Scondisderata, sconsigliata. Eppure chi non ha gioito di aver corso in direzione opposta ad ogni consiglio? I consigli ti intasano, si ammassano, tutti dentro a rotonde trafficate, a lavori stabili, a vestiti che non rivelino troppo, a bicchieri riempiti a metà. Non esattamente il mio stile di Vita.

Allora, io ci provo a scegliere la bellezza.

Ma cosa vuol dire? Come le trasformi quelle parole in un ricamo di Vita?

Credo che per capire una scelta sia sufficiente concentrarsi sulla rinuncia al suo contrario. Ogni scelta che non è anche rinuncia di altro è apparente, è una cosa leggera, da poco. Scegliere la bellezza vuol dire rinunciare al ragionevole, alla logica dei rifugi, alle tappe stabili per forza e necessità. Vuol dire scegliere i luoghi per loro stessi e non solo per dove ci portino. Vuol dire smettere, finalmente, di seguire una cartina rassicurante. Di vivere rassicurando delle idee che non siamo neanche sicuri di aver pensato noi.

Vuol dire arrendersi alla bellezza che incrociamo, anche quando arriva da direzioni che non aspettavamo, da angolazioni che non rispettano i nostri schemi. Anche la bellezza a cui non eravamo pronti. Vuol dire mettere una parte della nostra Vita a disposizione della bellezza che ci capita dentro. La bellezza di un luogo in cui finiamo per un tiro di dadi, per un impegno scomodo. La bellezza di un incontro con una persona irragionevole. La bellezza di un accidente che rimescola le carte. La bellezza di ritrovare le persone e vederle cambiate. La bellezza di dover partire. La bellezza di ritornare con entusiasmo o controvoglia. La bellezza è ovunque, ma spesso serviamo altri padroni.

Non credo che la bellezza posso da sola offrire tutte le risposte, no. Ma credo che sia venuto il momento di farle posto. Di lasciarle un ruolo. Chissà che in cambio non ci dia il respiro di cui abbiamo così bisogno.

Io intanto parto: nella valigia le camicie ed i programmi. Addosso una felpa che sa d’Irlanda, un sorriso, la foto di una piccola chiesa gotica proprio di fronte all’albergo sperduto nel nulla. I libri a portata di mano, per le pause in aeroporto. La mente aperta, pronta a sorprese buone.

L’Amore non basta

Sono lo spettro di un tempo che più non è, di una speranza che è stata smentita, di un desiderio che è stato frustrato. Ascoltami perché quello che mi rimane, è il ripetere la lezione che ho appreso, ancora ed ancora. A me non può essere più utile. Troppo tardi sono giunti i soccorsi. Ma a te, forse.

Prima, quando vi era l’incertezza. Gli ostacoli. Mi spingeva il desiderio di vincerli, di provarmi degno dell’amore che stava arrivando alle mie spalle, come un’onda che monta in lontananza, come una frana che si carica di energia. Quando sembrava ancora irragiungibile, io sembravo allora irrefrenabile. Nessuna forza in grado di opporsi al mio desiderio. È così che si concepisce un amore, lottando.

Allora arriva un poi, quando uno sguardo ti strappa l’anima e la tira via, quando le mani si sfiorano e l’anticipazione diventa insostenibile. Quando un bacio sembra farti esplodere le labbra. Quando finalmente è nel tuo abbraccio, allora ricordati, che l’amore non basta.

L’amore non basta, se lo lasci ammutolire nei silenzi. Senti quel mormorio di fondo e non gli dai sfogo, non gli dai retta. Ti crogioli in sguardi e successi parziali. Ti sembra di essere arrivato ed era solo una tappa.

L’amore non basta, se non affronti le tue paure. Rimangono sopite come bulbi nascosti nel terreno d’inverno. E poi irrompono, frastagliano l’asfalto, ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Le fondamenta non appaiono così solide, ora.

L’amore non basta, a salvare dall’abitudine. Come la goccia ti scava a poco a poco un posto sul divano, un posto nel consueto. L’energia che avevi speso profusamente scorre via. Rimani ancora un poco a celebrare una vittoria che già più non è.

L’amore non basta. Ve ne sono cimiteri lastricati. Di amori crollati sotto il proprio peso, caduti a terra perchè sorretti da uomini troppo deboli, da donne troppo distratte.

L’amore non basta a sè stesso. Affonda, si ripiega. Ha bisogno di energie e nutrimento continui, e di che alimentarlo, di cosa, dove trovare le riserve di energie necessarie?

L’amore non basta a chi lo prova. È un sentimento che tutto chiede, che ti svuota. Come lo supporti? Te lo puoi permettere? Dove troverai di che essere abbastanza uomo, abbastanza forte, per resistere uno, dieci, cent’anni. Per trovare un modo diverso di dare, sempre adatto al momento.

L’amore non basta a chi lo riceve. Ha bisogno di companatico, di attenzioni e cure che si adattano, di comprensione e parole e atti, e adattamenti. E un milione di cose che non vengono dall’amore soltanto. L’amore inganna, con quel boato che fa e poi ti lascia quei vuoti senza spiegarti come tu possa riempirli.

L’amore non basta a salvarci. Eppure, prende tutto lo spazio e non ne rimane per altro. Si resta, così, incastrati, da questo amore che non basta e non c’è spazio per soluzioni, per ossigeno. Si muore, d’amore e mancanze. Si muore. E poi rimane solo un amore, gelido, pietrificato, una landa di occasioni mancate, di palloncini sgonfiati, di amori consumati, di amanti consumati.

L’amore non basta. Allora cos’altro può salvarci dal cinismo? Cos’altro può riscattarci da questo silenzio dove le cose non accadono, le distanze non si colmano. Dove io rimango qui, e tu lì e non ci capiremo mai. Dove mai saremo in grado di tessere quel legame, che anche non ci vedessimo mai più, io per sempre, tu per sempre, uniti da un contatto flebile ma innegabile.

L’amore non basta. Oggi lo so. Ma credimi, era facile credere il contrario, se tu avessi visto l’amore di cui parlo.

È utile sopravvivere?

Da qui giudichiamo le azioni sulla base dei risultati: è stata utile quella scelta? Il tempo è stato speso saggiamente? Alla fine, hai vinto?

Non vediamo il colore che allora si insinuava, predominava sulla logica. Allora ero ciò che non potevo non essere. Allora spendevo l’amore che avevo, che ero.

Lo so che da qui sembra una scelta vana, un florilegio di sentimento fine a se stesso averti amato così a lungo. Eppure io perdono a me stesso il tempo speso infruttuosamente. Amarti per me era essere me stesso. Se mi ci sono volute tremila notti per sanguinarti via, io ho sepolto ogni goccia, le ho benedette una per una, perché in quel mio sangue c’era ancora la tua immagine.

Forse hai avuto ragione tu a scegliere di sopravvivere. Fra la poesia vana e la pragmaticita sappiamo chi fra noi preferisse l’una e chi l’altra. Le tue paure poi hanno sempre avuto un sapore diverso, più amaro, più pungente. Ti mordevano il calcagno, ti rendevano il cammino faticoso, il respiro affannato. Ti soffocavano. Ti soggiogavano. Le mie sono sempre state più dolci, mi hanno cullato oltre le logiche conclusioni. Annebbiato ai dolori reali.

Vorrei abbandonare questo gioco sciocco a contare i risultati, a rendere di conto a se stessi e chi ci circonda. Semplicemente essere, amare, in maniera feroce e incontrollata. A che serve sopravvivere altrimenti? Per essere chi? Una qualche versione edulcorata di se stessi, che vada bene in società?

Lo so che sono stato per lungo tempo un mutilato di guerra. Mi affannavo per i corridoi, fra gli sguardi confusi. Raccontavo di una guerra lontana che ancora mi brillava negli occhi. Mi rispondevano sguardi vacui, confusi, di chi non aveva visto, di chi non aveva capito. Sono suonato sciocco. Probabilmente lo sono stato. Ne rivendico ogni minuto. Ero io, ed essere me, in quel momento voleva dire essere sciocco. Era un capitolo che dovevo scrivere, sai.

Ora sono oltre. Sul petto porto una medaglia che dice che fino in fondo ho reso onore a me stesso e a chi mi è capitato in sorte di Amare. Che oggi sono libero, di essere me stesso. Il mio sangue è nuovo, è limpido, è forte. Sorrido e penso a quando mi innamorerò. A quando chiamerò gli amici per parlare di Lei. A quando mi presenterò al suo fianco con quel l’orgoglio che provo, quando amo.

Ho capito che se una strada insensata la prosegui fino oltre la sua fine, poi ti ritrovi, rinato. Pronto a ricominciare. Intatto. Pronto a rioffrirti alla Vita.

Ho capito che, sfregiare chi si è per sopravvivere, per me è un prezzo troppo alto. Ho capito che fino a che perdere mi sembra accettabile, allora perdere diventerà impossibile.

Infinitamente lontano

Ero rimasto lo sfondo instupidito di una scena che si andava disfacendo. Il modo in cui la luce soffusa della notte ti decorava il viso: non si trattava di qualcosa che potesse durare. Me lo diceva il modo che aveva la realtà di vibrare esasperata, incapace di reggere a lungo quell’equilibrio impossibile. Non potendo rimuovere la notte, fosti tu a scomparire dalla scena. Io rimasi una falena sperduta. Mi agitavo senza direzioni, senza ovvie soluzioni.

È strano pensare come da molto prima, da subito, tu avessi deposto le avvisaglie dell’ineludibile attorno a te. Mi svegliavo e trovavo sul cuscino un tuo avviso dolce. Sapevi che quel tempo sarebbe venuto e ti premuravi di addestrarmi, a poco a poco, alla lontananza. A capire che un giorno in casa sarebbe rientrato solo il tuo profumo. Che un giorno saresti stata infinitamente lontana. Che la notte alla fine non ti avrebbe più restituita, ci si sarebbe rivoltata contro. Inghiottita dal tuo destino.

Ho giocato solo per un istante a non crederti. A pensare che l’impossibile sarebbe dapprima divenuto improbabile, e che alla fine io avrei addomesticato le leggi che governavano le nostre Vite. Avrei tessuto un nuovo luogo, scevro da regole a noi contrarie. In quel luogo avrei potuto incontrarti, per davvero, come solo due pensieri assoluti possono sfiorarsi, specchiarsi, fondersi in un qualcosa, in una minaccia alla fibra della ragione, in un qualcosa di diverso che vorrei poter spiegare e già mi si scioglie nel cuore. Rimango così, instupidito. Eppure giurerei ancora di sentire il tuo profumo, certe sere. Solo di tanto in tanto, solo quando così piace, a qualcuno di infinitamente lontano.

C’è questa cosa qui

C’è questa cosa qua che le cose belle accadono e che fondamentalmente il controllo che abbiamo su di esse è limitato.

Ci sono stati momenti in cui determinate cose belle erano esattamente sul punto di accadere, a me. E poi non sono successe perchè cento stelle erano allineate e ne servivano cento e una. La Vita è, fra le moltre altre cose, fortuna. A volte le cose accadono, a volte no. A volte accadono a te, a volte no. A volte, sarà semplicemente per la prossima vita.

Un uomo sciocco prenderebbe questo fatto, questo assunto della realtà in cui respiriamo, per una scusa. Gli uomini sciocchi vivono circondati da scuse, e rese, e oppressioni, e paure, e colpe altrui. Perché, sì, se è vero che non puoi necessariamente fare accadere determinate cose è pur sempre vero che hai sempre delle cose che puoi fare, delle cose che puoi coltivare, and at the very least you can always find something to drink, you can talk with your own ghosts, and your memories, and have another drink. And that, substantially, is a good substitute for being concretely happy. This will be enough, to keep you alive while you float towards the next stroke of luck.

Et fundamentalmente ça signifie qu’il y a toujours quelque chose à faire, quelque chose a découvrir. Peut-être pas précisément les choses que tu desire les plus dans ce moment mais tous te trompe presque toutes les temps, donc, peut-être mieux comme ça.

Ci sono quei racconti che quando li scrivo è come fare una chiacchierata con gli amici di allora, con le sensazioni di allora. Con le cose incredibili che ho vissuto. Ti giuro, un sorso di birra, dieci minuti con una penna in mano e mi sembra di ritornare. Di ritrovare quel brivido incredibile di quando scoprivo orizzonti più ampi, di quando ero costantemente perduto, e l’accettavo, e mi perdevo ancora di più e andava bene così. È così incredibilmente bella l’accettazione che la Vita è un’onda altissima, e se solo fai il morto, chiudi gli occhi e lasci che il sole ti riscaldi andrà tutto fottutamente bene.

Sponde

Dicono ci sia una differenza sostanziale fra il cercare una donna per amarla di un amore che basta a sé stesso o cercare la felicità che contempli anche una donna. Sono quelle finezze che sembrano dettagli ignorabili, quando sei giovane. E poi capisci che invece si tratta della differenza, fra ciò che è, diviene, e genera frutto, e ciò che esplode in una stagione, folgorante ed inutile.

Chissà.

Le differenze sono qualcosa che mi affascina. Come la differenza fra prima e poi. Un giorno, scambiarsi delle parole, delle spiegazioni che non convincono neanche chi le pronuncia. Lasciarsi dopo una lunga relazione è come tagliarsi un braccio utilizzando un coltello di plastica: richiede tempo, determinazione, e una certa impermeabilità al dolore. Alla fine, quando il taglio è completo il sangue ha già avuto il tempo di defluire. Rimane un lieve stupore, come un bambino che guardi la morte, si sorprenda che le labbra, già sottili, possano prendere un colore bluastro.

E la differenza sta nella distanza, che si è ottenuta ad un costo significativo. La distanza che vogliamo serva a darci respiro, a separarci da quella parte di noi che va in cancrena. La distanza poi rimane. Dove prima era conoscenza, confronto, la costruzione di risposte comuni. Ora è il nulla. L’altra sponda di ciò che un tempo era un noi rimane imperscrutabile. Mi chiedo che ne sia stato, in quale canale sia defluito tutto il mio amore. Se tu conservi, per ricordo, un poco della cura che io ho avuto per te. O se invece te la strappi di dosso, ovunque tu ne trovi la più piccola traccia. Se provi orrore all’idea di trovare ancora un poco dell’affetto che ho avuto per te. Ovviamente non ho risposte. Non da qui. Un tempo, me le sarei scritto da solo, le avrei disegnate seguendo lo spartito delle mie inquietudini. Oggi rimango in balia di una quieta curiosità. Chissà se sono più preoccupato del tuo destino o di quello dell’amore che ho speso.