Albe

C’è questa cosa con le albe. Non mi è mai capitato di sentirmi sorpreso o impreparato di fronte a un alba. Mai ho pensato fosse arrivata troppo presto o non sarebbe dovuto arrivare affatto. Di fronte all’alba ti senti sempre e solo in un modo: grato. L’alba è possibilità, è il coraggio di un nuovo giorno, che accogli dal principio e che nessuno al mondo sa dire se ti sarà ostile e propizio.

Forse l’unica cosa che vogliamo, che ci fa rinascare è poi questo: possibilità. Prima di giudizi o scommesse, prima che qualcuno calcoli le probabilità, prima che qualcuno determini cosa è possibile e cosa no. Nell’alba, in quel primo momento, ogni direzione è percorribile. Si rimane abbacinati da quei riverberi di possibile e si lascia poi lo spazio di infilarsi ai calcoli e ai doveri, agli impegni presi precedentemente, alle soluzioni che si è già scartate. Rimaniamo poi fermi, lì, intrappolati dai resti di possibile che si sono sciolti sotto a sguardi troppo duri. Arriva poi il tramonto a intrappolarci nelle nostre disgrazie. E lo sai che odore hanno quasi tutte le disgrazie? L’odore dell’inerzia. È l’acqua che ristagna quella in cui si sviluppano le malattie dell’animo.

Ecco, allora forse dovremmo arrivarci con la giusta predisposizione di spirito alla prossima alba. Ammirarla un istante e poi partire, sotto il suo sguardo spettacolare, e buono, ed incoraggiante.

Forse è il momento di provare ad essere l’alba. A donare possibilità infinite a chi incroci la tua strada.

Arrenditi

Questa mania ci rende prigioneri, questa mania di voler ricercare l’ordine, quando l’ordine, fidati, non c’è.

Ascoltami un attimo. Lasciami un istante, lasciatelo. Ecco, guardami e affidati a queste parole: è il tempo di arrendersi. Non fra un giorno, non fra un minuto, ora. Lascia cadere a terra ogni pensiero che ti annaspa fra torace e mente. Non chinarti a raccoglierlo. Non vi è nulla che tu debba ricomporre.

Arrenditi al fatto che non vi sia ordine nella Vita. Al fatto che non ci sono conclusioni: ci sono solo incroci che si disperdono in mille frammenti. Non ti è dato che seguire col cuore fino a quando le persone, e i luoghi, e gli aneliti, e gli spasmi scompaiono dietro alla prima curva. Può apparire un tempo breve; è facile concentrarsi su quell’aspetto. Io invece ti invito a fare qualcosa di diverso, a concentrarti sul farne un tempo vero. Ogni cosa ha un suo tempo, lungo o breve. Fatti trasportare in quel tempo, dedicagli tutto l’amore e la presenza che puoi, e poi prosegui.

Lo so, sono il primo a portarsi appresso macigni nel cuore. Mi sembra mi ancorino a miei doveri, a cose che posso misurare a battiti di cuore. Io, per via della mia storia, non sono uso  abbandonare gli spettri. Rimango a vegliarli, per un senso di fedeltà che trascende molte cose. Io ancora aspetto che ritorni, che ti levi l’impermeabile chiaro, che posi la ventiquattrore nello studio, che mi faccia danzare all’altezza di una felicità che da qui sembra vertigine. Irrangiungibile. Tu sei il sigillo del mio cuore, per sempre. Non mi sembra che potrei mai sacrificarti abbastanza. Eppure lo so che non mi chiederesti sacrifici. Ma sai, è più facile rimanere a sorseggiare thè coi fantasmi. Ti pongono solo le domande che gli permetti. Non ti  inchiodano alle risposte che farfugli, non ti obbligano a specchiarti negli spicchi di atti che non compi. È più facile sedere mentre i muscoli si atrofizzano, la polvere diventa una coperta sotto la quale nascondersi. Sembra sia tepore, è invece cancrena.

Lo so. È difficile arrendersi alla mancanza di un ordine in cui riporre esperienze, con cui classificare gli avvenimenti. È difficile accettare che non ci siano conclusioni, che il destino di sogni e progetti che ci appartenevano, e dei nostri comprimari, non sia a portata del nostro sguardo benevolo, del nostro orecchio attento. Non vi è ordine per organizzare gli spasmi della memoria, gli avanzi di desiderio. Lo so. Ho seminato alle spalle cento e uno vite e non è diventato un processo più facile.

Eppure te lo dico comunque. Chiudi gli occhi. Respira. Fiducia. È tutto qui. Ecco, non vi è del silenzio, qui, se ti permetti di tacere? Non avverti come il chiacchiericcio della tua mente destabilizzi il mondo, eroda la sicurezza che porti nascosta dentro di te? Taci. È tutto qui. Taci e lascia la fiducia arrampicarsi lungo le tue vene. Prendersi ineludibile ogni affratto del tuo corpo. La fiducia la respiri, la fiducia ha bisogno di un solo spiraglio ed è già libertà. Di sbagliere, di vivere, di tacere. Libertà anche di arrendersi, se serve.

Questa tua ricerca dell’ordine è solo schiavitù, in cui ti nascondi perché è più facile. Smetti di inciampare fra le cose facili, inizia a scegliere. Scegli, ad esempio, di avere fiducia.

Danze

Avvicinarsi era stata una danza di vuoti e assenze. Si creavano spazi, eliminando ciò che non serviva: respiri, riposi, sicurezze. Quegli spazi creati dall’altro li studiavamo ma non li avvicinavamo, non eravamo pronti ad abitarli. Così si era fatta una danza di malinconie e rinunce, di incroci impossibili, che non avvengono. Di traiettorie ineludibili, intrappolate da calcoli incontrovertibili. Però a certi amori non importa nulla di tutto questo. Usarono le loro armi per scardinare la logica: la pazienza di un baco da seta, la rinuncia ad ogni senso di auto-conservazione, la capacità di concimare con pezzi di cuore.

Io credo che le nostre danze furono speculari. Mi piace ora pensare che se le affrontammo in solitudine, comunque i nostri aneliti, il nostro insistere, i graffi sulle bracce, tutto si riverberava, a distanza, dentro a stanze in cui eravamo esclusi.

Dove non c’erano costruimmo incroci, e piazze, e possibilità di incontri. Creammo sovrastrutture in cui potessero abitare le nostre scuse, i nostri silenzi, gli imbarazzi di sguardi che si sfuggono e si cercano e non si concedono.

È stata una fatica grandiosa, e impegnativa, e stancante. Nelle ossa avevo tracce di speranza flebilissime. Però. Però a volte si vive d’incapacità di rinunciare. Si immolano giorni e notti, e riposi, ed energie. Si dipinge d’ansia e attesa ogni giorno fino a che l’equilibrio d’un tratto si spezza. Quando questo avviene ci si trova o dallo stesso lato o separati per sempre.

Se ci si trova dallo stesso lato si deve capire d’improvviso la vicinanza. Si impara a mescolare le nostre ore, fino a che non si distinguono le mie dalle tue, creare dei giorni in cui potersi infilare a due. Cucire il tempo di guardarsi negli occhi, in profondità, e ancora.

Se ci si trova su lati opposti, allora non rimane che attraversare il deserto della malinconia. L’unica compagnia sono i miraggi: rimpianti, illusioni, ritorni apparenti. Mille e uno fantasmi a cibarsi di un cuore, solo, in balia di ciò che non è stato. Sbranato, messo a fronte di sfide invalicabili proprio dopo che ogni energia è stata spesa. A volte di tentativi si muore.

Siamo fragili

Credo che in certi momenti si veda la nostra fragilità.

Siamo fragili nei vasti pomeriggi, quando le ore si paludano, i giorni diventano settimane e non rimaniamo invischiati, incapaci di smuovere l’aria, di darle direzione, di fare accadere le cose.

Siamo fragili per il modo in cui affrontiamo il silenzio. Non abbiamo la capacità di coltivarlo e farne meraviglia, di lasciare depositare la bellezza che ci circonda in quello spazio. Di camminare, di osservare, di non provare a capire. Ma siamo fragili anche perché il silenzio non lo sappiamo spezzare, non lo sappiamo scavalcare quando è necessario, quando le cose ci passano a distanza di una parola eppure rimaniamo incapaci di pronunciarla. No, non è rispetto del silenzio, solo vigliaccheria, un inchino alla ignavia.

Siamo fragili perché siamo incapaci di conservare le tracce delle cose che ci accadono dentro e tutt’attorno. Ti rendi conto, poi, che le persone e gli avvenimenti ti attraversino come un vento che ti scompiglia l’anima, ma a cose avvenute non sapresti dipingerlo quel vento, non hai trovato un modo di catturarne l’odore o l’angolazione, di segnarti la forza o la prossima destinazione. Rimani con i tuoi rami spezzati, come medaglie a celebrare i tuoi cambiamenti, come cartoline a ricordare un altrove che ora però ti sfugge: l’immagine non gli fa giustizia e lo sai. Al massimo un poco d’invidia.

Siamo fragili e proprio per questo dobbiamo andare per le vie, a spingere l’aria, a smuoverla, a cadere, a spezzarci gli arti, a lottare con il silenzio e poi abbracciarlo, a fare entrare le tracce dentro noi di ogni cosa forte che ci attraversi e poi continuare, così, sicuri che certi venti torneranno, che taluni nasceranno dalla nostra forza di volontà, che altri li incroceremo per le strade che ci siamo concessi, e che alcuni verranno a meravigliarci dritti nel nostro giardino.

Siamo fragili, continuiamo ad esserlo, ma in maniera spavalda. Che comunque vada non ne usciremo nè vivi nè intatti.

Mille e uno

Mille e uno.

Sono rimasto sveglio, seduto per terra, accanto al letto. Ho aspettato mille e uno ore che il tempo passasse. Ho atteso quando ero giovane e vittima della paralisi. Talvolta ho atteso che le decisioni altrui mi piomberassero sulla testa. Altre volte ho atteso che il dolore trovasse il modo di diventare silenzio, di farsi distante. O che io comprendessi o trovassi scuse per dimenticare. Ma non si può dimenticare chi è dovuto restare giovane per sempre.

Ho guardato i giorni cadermi di mano, ho cercato per mille e uno giorni di ricomporre i frammenti del tuo viso, di ricordare come la luce travalicasse la finestra, trafiggesse la stanza, implorasse il tuo abbraccio. Ho cercato spiegazioni, ho ripercorso gli eventi con la memoria, cercato un inghippo ed il modo di negare la conclusione, di decretarne l’impossibilità. Poi il modo di combattere quel tuo modo spietato di conficcarti nel mio cuore. Nulla sembrava funzionare. Tutto era guastato, troppo imbevuto di aspettative troppo specifiche, di un tuo odore troppo pungente.

Sono partito, i primi passi erano interrotti da cadute. Inciampavo nei miei pensieri, nel mio bisogno di tornare. Ci sono volute mille e uno ferite perché mi abituassi al colore del sangue, perché le bruciature non divenissero che un’abitudine di sottofondo, un ticchettio a cui non fai più caso.

Ho chiuso la porta di casa mille e uno volte. Solo che la casa si spostava, si ridefiniva. Mi seguivano sempre meno oggetti. Ho perso mille e una magliette che non ritrovo più, mille e uno utensili di cucina che ora usa qualcun altro, mille uno libri che ho acquistato in lingue che ora non mi va più di imparare, su temi che ora non suscitano più il mio interesse, adatti a vite che poi mi sono dimenticato di vivere.

Ho aspettato mille e una spiegazioni. Le ho esplorate, le ho poi lasciate andare con un tratto di penna. Nessuna è sopravvissuta. Cadono tutte sotto il tuo sguardo che non ha lasciato appigli, solo sentenze mute.

Ho esplorato mille e una valli. Sono sceso in ogni paese, ho bussato a ogni porta. Raramente ho detto il mio nome. Ho sorriso, ho taciuto, ho offerto da bere. Nessuno conosce la moltitudine che si nasconde, dove solo il Lupo sa tornare. Mille e uno commiati, mille e uno volte in cui mi sono rimesso in marcia. Mille e uno bicchieri della staffa.

Ho conosciuto mille e uno persone. Hanno pronunciato i loro nomi ma io non li ho ascoltati, hanno raccontato le loro storie e io ne colto brandelli. Ho guardato i loro occhi. Taluni erano occhi buoni. Taluni erano occhi assettati. Taluni erano occhi spenti. Taluni erano occhi che strabordavano malinconia, e io non avevo risposte.

Ho contato mille e uno ricordi per ognuna delle persone che mi sia cresciuta accanto al cuore. Ho pensato che loro fossero la cosa buona e la cosa giusta, gli atti che rimanevano disseminati fra il mio disperdermi in frammenti, salvi al mio mutare, al mio vagabondare fra ieri e oggi, fra qua e là, fra l’inseguire un’ora di notte, di speranza e la necessità di arrendersi, per un quarto d’ora almeno.

Mille e una volta hanno provato ad eseguire la sentenza, a darle sfogo su di me. Mille e una volta ho riaperto gli occhi, richiamato da quel suono che conosco da sempre. Ho seguito le orme della luna e sono tornato a ricominciare. Mi sono rimesso in marcia, alla ricerca del mio branco.

Ho ancora mille e una resurrezioni che stringo nella tasca. Mi chiedo quante ancora mi serviranno.

Forse abbiamo perso

Forse abbiamo perso. Non so spiegare bene cosa, ma l’avverto come una fitta al costato, come quel dolore lieve che provi quando appoggi il bicchiere sul tavolo, vuoto. Un limone intrappolato in un sorriso forzato per una platea di cubetti di ghiaccio mezzi sciolti.

Abbiamo perso quella fame disperata. Quel bisogno ingestibile di ancora un’ora di chiacchiere, di ancora una strada da svoltare. Quel bisogno di doversi affermare in gesti grotteschi e sproporzionati, quella necessità insanabile di dimostrare che esistevamo. Sai, poi trovi il tuo cantuccio, il tuo modo di essere, dignitoso e composto, ti tieni solo un vezzo. Una frase che ripeti, una collanina che per te significa qualcosa. Cos’altro serve per essere vivi abbastanza da non doversi vergognare?

Abbiamo perso tutti quei pomeriggi ad annoiarci, quelle sere a fantasticare il fine settimana. Abbiamo perso quel modo di innamorarsi di immagini e non di persone, di far l’amore con le nostre intuizioni, con i nostri desideri. Senza in realtà avere la voglia di capire. Di sporcare l’intensità infinita del nostro sentire con i limiti di una realtà che va sempre e comunque stretta, comunque la rigiri.

Abbiamo perso quel tempo e tutto quello che avremmo potuto farci. Avrei potuto prenderti per mano e portarti via da questo destino semplice che abbiamo poi avuto. Dipingere altro, qualcosa di più intonato alle ambizioni esagerate di quel tempo brillante.

Abbiamo perso la capacità di illuderci. Ci hanno dato in cambio realismo, quando va bene. Cinismo, quando le giornate cadono storte, quando si chiudono i boccaporti e gli occhi, sperando in risvegli più semplici.

Abbiamo perso tutto questo e altro ancora. Però, sai, la ricchezza sta nella possibilità di sperperare. Se noi abbiamo sperperato così tanto, questo fa di noi dei privilegiati. Perché innanzitutto tutto ciò era nelle nostre possibilità e ne abbiamo disposto come volevamo. Gli unici limiti che abbiamo incontrato erano i nostri.

Poi un giorno ho capito che ne puoi ordinare un altro di bicchiere, e non ho più pensato di aver perso. Solo che mi aspetti un ritorno da affrontare con grinta. E noi, modestamente, ne siamo pieni.

Donne

Dopo trentasei anni di Vita e molte esistenze diverse impari alcune cose su di te: ci sono cose per cui sei portato e cose per cui non sei portato. Aspetti della tua vita che hai sempre fatto funzionare alla grande senza uno sforzo e altri in cui sai che difficilmente otterrai grandi traguardi. La bellezza di non essere più giovanissimi e che impari a navigare secondo i tuoi punti di forza, non chiederti cosa sia innaturale per te.

Come ho realizzato più e più volte un aspetto della mia Vita in cui ho ottenuto moltissimo è l’amicizia. Sì, ho compagni di avventure omini come me: il Bestia, Asso, Braunbär, L.G. Quel genere di gentaglia insomma. Però ci sono mie amiche che ogni tanto mi viene voglia di fermarmi e guardarle. Vedere che donne meravigliose siano diventate negli anni.

Sono diventate donne attraverso percorsi lunghi e complessi. Attraverso sfide che per un momento gli hanno fatto vacillare lo sguardo. Le fissavo e trattenevo il respiro. Cosa sarebbe successo? Invariabilmente hanno risposto crescendo fino a vincere le resistenze, fino a darsi le risposte di cui avevano bisogno. Ma non nel modo violento e cazzone in cui, chessò, Asso, sbroglierebbe una matassa. In un modo pieno di grazia. Quel modo soffuso di muoversi che non te ne accorgi e già stanno sbocciando più in là.

Le mie amiche sono diventate donne vere e piene. È bello parlare con loro, ascoltare quanto profondo possa cadere un pensiero nella vastità dei loro cuori. Mi piace quel modo incessante che hanno di farsi domande. Di insistere fino a che non si inventano una risposta. Prima sono piene di dubbi, per un giorno o per anni. Poi viene il momento in cui con una mossa elegante risolvono il dubbio e sono un passo oltre. Dopo non ricordano di aver dubitato mai. Sono così sicure, a posteriori, in quel modo così guascone che nemmanco glielo puoi dire, negherebbero. Ora che si sono ricomposte, sono di nuovo perfette, in un equilibrio fatto dei loro sorrisi. Stanno lì, bellissime, fino alla prossima cosa che gli smuoverà il cuore e che loro già fiutano nell’aria, molto prima che io lo possa vedere.

Hanno questo intuito e questo modo di cadere e rialzarsi facendo finta di nulla. Sono donne incredibili, nella loro complessità, nella pienezza con cui affrontano la Vita. Mi danno fiducia nel genere umano. Io vorrei solo ascoltarle parlare. Farmi dare consigli di stile, bere ancora un caffé e una birra con loro.