L’imprevedibilità dell’essere

Riccardo alternava la capacità di rimanere deluso ad un più salutare menefreghismo post-adolescenziale. Uno di quelli da professionisti.

Così un giorno scatenava la sua inflessibilità su sè stesso e la scarsa capacità di portare a termine ogni attività, sulla vicina di banco e le sue discutibili idee in fatto di moralità e l’allenatore della sua squadra che si ostinava con lo schierare due mezzepunte in una formazione che non poteva evidentemente permettersele. 

Un altro giorno era invece in grado di perdonare ogni disarmonia alla chitarra dei Ramones, ogni sguardo non restituito da una bella passante, ogni giorno preso a prestito dal tempo e mai più tornato.

Riccardo si alzava ogni giorno uguale a sè stesso ma ogni giorno con un umore diverso.

Paul, Riccardo ed un saluto a Giugno

Con il buon Paul vorremmo lavorare ad una cosa.
E provo a buttar giù qualcosa.
Perchè è Giugno che finisce e a volte le cose si distraggono.
Perchè è il caso di vedere gli angoli ed i parchi, oltre ai pub ed i sentieri.

Riccardo si trovava a spendere anche quel pomeriggio attorno all’ombelico della propri esistenza. Gli stessi pensieri. Lo stesso deserto spopolato. Una galleria un tempo viva e poi abbandonata. Riccardo ed il suo orecchio fino si trovavano bene lì ad ascoltare echi flebili di stelle lontane e talora spente. Marco, il parco e le sue risate, Alessandra e quello sguardo dolce, di chi ancora non conosci. Riccardo ed il brutto vizio di circondarsi di spettri e offrirsi nudo ai morsi della solitudine. Fra i tanti difetti che si riconosceva quello cui era più affezionato era la propria inerziale incapacità di uscire dal corso degli eventi. Sapeva cavalcarlo forse, giostrarsi e muovercisi con astuta agilità. E divertirsi e divertire, ma come un compagno di vagone che commenta arguto il paesaggio. Mai vicino alla cabina, mai a scegliere uno scambio per un altro, inerme ad ogni incrocio, sconfitto da un crocicchio.

A Riccardo si poteva però dal credito di aver ben arredato il proprio ombelico. Per esigenza spicciola, dato il tempo che vi trascorreva. Volti scolpiti sulle pareti, istantanee di risate scomparse dai ricordi di tutti. Immagini nitide di passaeggiate e vestiti bianchi, risate a svolazzare nel cielo limpido di giugno. Che poi ringhia giù pioggia e correre sotto un albero. Riccardo aveva gusto nell’arredare. 

E una fottuta mancanza di alternative.

E a volte si chiedeva se fosse un ricordo di sè stesso, un collante di memorie dalla cornice dorata. E si chiedeva come avesse potuto giocare un ruolo attivo nel dipingersi di quei momenti. Nel momento dell’azione si sentiva incuriosito spettatore. Quando agiva lo faceva per divertimento proprio e altrui ma lui uno scopo vero e proprio, una direzione, non ricordava di averla avuta. Magari ricostruita a posteriori, una volta asciugato il sudore viscido del momento, di quell’impuro accadere che contaminava una linea dritta e pura. Là nell’intimità di sè stesso intagliava motivi che non lo riguardavano e di cui vestiva i momenti che non più lo riguardavano, il cui unico scopo era arredare quei suoi momenti. Lui, una birra o due, ed ore di cui cercare il senso.

Vecchi piemontesi

Ieri degli zingari mi hanno rubato l’iphone all’interno del dipartimento di automatica ed informatica.

Poche ore dopo sono arrivate delle valutazioni non esattamente esaltanti su un lavoro cui avevo partecipato.

E allora ti siedi alla scrivania, sorridi e torni a concentrarti.

Con calma, quasi con gioia che la Vita ti ponga delle sfide, alla tua pazienza alla tua capacità di reazione.

E io ripenso ad una scena vista anni fa. Il giorno che l’acqua dell’alluvione che produsse danni enormi in questo bel Piemonte stava iniziando a ritirarsi registrarono un intervista a due vecchi piemontesi che avevano perso il frutto del lavoro di una vita. Quei due vecchietti erano lì quel giorno e senza lamentarsi dicevano solo che era tempo di rimettersi all’opera. Io penso a quello e a popoli che vivono in baracche costruite dopo l’emergenza-terremoto di inizio ‘900, penso alle popolazioni che invocano l’aiuto di una entità superiore: lo stato o forse anche Dio. Beh quei piemontesi avevano un’altra cultura. Una cultura serena, del lavoro e della reazione. Io trovo che sentirci responsabili di quanto ci accade e credere nella propria capacità di reagire sia fondamentale per vivere bene.

Io sorrido ed ho amici che vengono con me a bere la sera.
E ho avuto la fortuna di crescere in questo mio forte e adorato Piemonte. Spero di averne ricevuto un po’ della determinazione, dell’incapacità di frignare su destini avversi.

Simboli e decisioni

Tra poco andrò a dormire, una serie di circostanze mi ha privato, con svagata diversità, del riposo dei giusti.

Tra poco andrò a dormire e penserò ai simboli che mi devo legare al naso per ricordarmi le cose. Ed invece poi finisco comunque col darle per scontate. E i simboli servono solo a registrare buoni proposiyi e successivi fallimenti.

Penserò alle decisioni e al loro duplice aspetto: così leggere e così pesanti. Così pesanti per i loro effetti che si trascinano anche quando le situazioni in cui sono state prese si sono tramutate, ossidate, marcite, rinate a nuova vita. Eppure il mondo attuale rimane legato o forse costituito da un nugolo di decisioni rimaste lì, come alberi cresciuti e poi caduti, contorti e abbandonati, eppure ancora capaci di ingombrare un sentiero, di dominare una radura. E sono così leggere le decisioni nel momento in cui spuntano naturalmente da un moto d’anima, da una sensaione, da un umore. E trovo meravigliosa e miracolosa quella leggerezza che ignora il tempo su cui la decisione si ripercuoterà, non se ne fa sopraffarre. E questo ci rende capaci di Vivere nonostante il peso di ogni singolo gesto.

I dubbi ai rovi, la Vita, i suoi graffi e i suoi rimpianti nascono tutti dallo splendido gesto dello scegliere.

Amo questa Vita.
(anche se ha la capacità di darmi sui nervi, spesso)

Non-racconto di un viaggio

Venerdì sera dopo la cena di classe sono tornato a casa.
L’alcol, l’emozione, la luce che filtra. Poche ore di sonno. E poi lì, al posto di guida, un lungo nastro d’asfalto da srotolare. Un viaggio ed i suoi chilometri. Come fosse una piccola vita auto-racchiusa. Parto. Imboccata l’autostrada il navigatore mi invita a dimenticarmi di tutto e proseguire per quasi 500km prima della prima svolta.
E però penso ben poco mentre guido. Curiosamente rimango lì incapace di uscire dai confini di quella vita autocontenuta di cui dicevo.
E le ore passano, durante quella sfida fra me, il volante e la mia attenzione. A la guerre comme a la guerre. E arrivo. Le strade di Divaca. La grande casa di Mojca, la ragazza slovena che ho conosciuto nel 2008, Erasmus, Germania, un’altra vita.

Ed è stato un week-end magico, lì nel Carso, con un’amica che non vedevo da quasi un anno.

E passare accanto alle grotte di Postumia, visitate la scorsa estate con Barbara. Le certezze si sgretolano per quanto cerchiamo di costruirle. Come se la Vita non volesse vederci vivere di rendita ed impigrirci, prigionieri di quanto ci ha concesso.

È stato un bel week- end e volevo raccontarmelo ma poi ho pensato che sta bene dove sta, fra i miei ricordi più cari e fra i racconti che accompagneranno le mie serate al pub.

E tornare lottando ogni chilometro con la stanchezza, con il poco sonno. Crollare sul letto. E sapere che ne è valsa la pena.