Com’è che si diventa distanti?

Ipotizziamo che in un certo istante della tua Vita tu ti trovi ad essere estremamente vicino ad una persona. Questo vuol dire molte cose: che tu avverta il suo respiro, la regolarità e la forza dello stesso, la serenità o l’ansia che comunicano ad ogni istante. Che in qualche modo lo usi come metronomo, che lo ascolti, che ti adatti a quello. Lei o lui è il genere di persona che tieni il più spesso possibile a portata di braccio, di modo da poter donare o ricevere una carezza, da perderti in un abbraccio o stringerla ed affogarle ogni sua paura fra le tue braccia. È un genere di situazione che richiede un investimento nel costruire una conoscenza reciproca e continua, che cambia mano a mano che vi fate più vicini. Si inizia chiedendosi del lavoro e dell’età, si passa a parlare dell’infanzia, delle storie di famiglia, si arriva ad aprire i cassetti più riservati, a dire apertamente i nomi dei propri mostri, a condividere che cosa si pensa appena prima di addormentarsi, quando caduta ogni convenzione rimangono in fondo al cuore le paure ed i desideri più semplici, più indifesi, quelli che fai fatica a mettere sulla punta della lingua. Non è semplice costruire questo genere di vicinanza.

Ora, potresti chiederti, da questa situazione come è possibile tornare a costruire la distanza? Come puoi fare a scucirti via da quel groviglio, da quella situazione in cui tu muovi un braccio e le colpisci un polmone, lei respira troppo forte e a te fa male un rene? Quel particolare stato delle cose in cui gli estremi del suo sorriso ti tirano i lembi del cuore.
In altre parole, come puoi fare ad annullare quel lavoro di addomesticamento reciproco, quel dimenticarsi in qualcosa di più grande?

La prima cosa che potresti pensare è che si tratti di un processo complesso: no, non lo è. È semplicemente un processo lento. Questo è il genere di cosa che richiederà costanza: devi prendere una direzione e continuare a percorrerla, con lo stesso passo, senza voltarti, fino a quando potrai dire: ecco, non ti sento più allo stesso modo, ora siamo distanti. Come prima, come un tempo, come quando non eravamo mai stati vicini ma in un modo diverso, in modo più ferito, capisci?

Una tecnica consiste nel prendere quella persona e tenerla così vicina da smettere di vederla. Un modo per farlo e concentrarsi esclusivamente sulle vostre abitudini comuni, su ciò che siete soliti fare assieme e su un certo modo preciso di farlo. Sulla passeggiata che fate la domenica mattina in quel particolare parco, sulla puntata di quella serie che guardate in quel certo giorno della settimana, sul ristorante giapponese che visitate ad intervalli regolari. Vedi, ci sono abitudini che due persone vicine costruiscono sull’onda dei bisogni di quel momento, da cui traggono piacere e che ripetono alcune volte. Tu quelle abitudini le devi trasformare in processi che vanno ripetuti così come sono, che non si adattano, che non si discutono. È importante per una serie di motivi. Innanzitutto è uno strumento per intrappolare le persone in quello che erano in un certo istante, per non dargli lo spazio di mutarsi continuamente e crescere, di adattarsi a un modo di stare vicini differente che cambia mentre si cresce. In secondo luogo è un modo per limitare la comunicazione: non dovete discutere, dovete attenervi a un protocollo. La cosa bella di questo approccio è che nessuno dei due sembra imporre all’altro quelle abitudini istituzionalizzate: ne siete entrambi vittime, non vi è qualcuno contro cui lottare. È l’abitudine baby, che cosa ci vuoi fare? Abbiamo sempre fatto così, anche quando eravamo persone profondamente diverse, perché ora non ti va più bene? Qual è il tuo problema?

Una seconda tecnica consiste nel parlare rivolto alla stanza. Parla perché hai delle cose da dire, non necessariamente a lei o a lui, ma semplicemente perchè quelle cose ti va di dirle e lei o lui sono il tuo auditorio personale. Parlale senza guardarla negli occhi, senza misurare l’effetto che le tue parole hanno su di lei. Se hai bisogno di lamentarti lamentati, raccontale i tuoi disagi, le tue difficoltà come entra dalla porta. Se hai bisogno di celebrare i tuoi successi fallo perchè serve a te, non fare caso a cosa serva a lei quel giorno. Non chiederle della sua giornata o se lo fai fallo con le parole. Non ascoltare a quel modo che usavi prima, quando tacevi e studiavi l’inclinazione della sua bocca, quando l’accarezzavi e l’abbracciavi al terzo bicchiere di vino. Quello è un modo di chiedere che richiede troppo tempo, troppa cura, troppa dedizione.

Risulta molto utile fare affidamento alla routine. Se una cosa che avete costruito assieme andava bene un tempo allora è una cosa giusta, istituzionalizzata. Cerca di non sorprenderla in alcun modo. Preferisci essere affidabile, immutabile, qualcuno sulla cui solidità si puó contare, qualcuno la cui stolidità è certa. Non fare cose nuove. Nelle cose nuove vi è spazio per crescere, per conoscersi come si è in quel momento. A te non interessa. Tu la conosci per come era in un certo istante, nell’istante in cui avevate annientato la distanza. Tanto basta. Accontentati di quello. Quella era una persona che ti piaceva, a cui tenevi. Perché mai dovresti curarti della persona che è invece ora? Non è quella la persona di cui ti sei innamorato. Non darle quindi alcuno spazio per crescere, per mutare lei e mutare quindi i vostri equilibri. Vedrai, te ne sarà grata quando camminerà su piedi rattrappiti, mentre le scivolerai di fianco, ingobbito.

Devi farle capire che conti su di lei. Devi darle la sicurezza che lei ti appartiene. Meglio, devi farle capire come lei sia scontata. Come faccia parte di ogni tuo progetto non perchè la direzione in cui miri sia quella a cui aspira anche lei ma perché così è stato deciso tempo addietro e certe forze non sono più contrastabili; certamente non ora che i muscoli della decisione sono atrofizzati, che siete nella calda prigione delle cose che sono, che erano già prima e che quindi non possono che essere ancora. Non lasciare mai il minimo dubbio in nessun discorso, perché mai dovresti?

Vi è poi un punto che riesce particolarmente bene a noi uomini ed è la capacità di ignorare i mutamenti. Ci sono segnali che, per qualche motivo, sono difficili da decifrare per un uomo. Però tu lo sai che questo vale per gli altri ma non per te. Come potrebbe? Tu che avevi distrutto la distanza, tu che eri stato così vicino, come potresti mai non essere in grado di decifrare i segnali di una persona, solo perchè usi la tabella esplicativa che avevi stilato anni prima? I mutamenti minimi che vedi in lei sono adattamenti, è una pantofola che si sfonda ai bordi, ma che tu tieni con te perché le vuoi bene, perché non potresti mai cambiare. Non ti penare troppo, non capire, sono cose passeggere. Le passerà, capirà.

Vedi, la realtà è che non si tratta di un processo complicato, niente affatto, richiede semplicemente tempo e dedizione. Devi scucire un punto alla volta. A un certo punto i due tessuti si ritroveranno separati. Dove un tempo avessi detto ci fosse una cosa sola tornerai a vederne due. Le potrai tenere nelle due mani separate, domandarti come un tempo fossero unite, così finemente che non potevi vedere la cucitura. Ma è una magia di cui non capisci più il trucco. Poi guardi l’altra mano e non vedi più la parte che era lì, se ne è andata. Ripensi a che colore avesse, a che sensazione il tessuto ti desse sulla pelle. Alle stagioni che avete affrontato assieme. Le risposte però ora non arrivano in risposta alle tue domande. Perché? Perché sei riuscito a creare la distanza, a separare due che prima erano uno. Ora sono due uno diversi, separati. Scuciti.

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