Per diverse ragioni

Questo è il millesimo post che pubblico su questo blog. Avrei voluto fosse un post diverso. Ma certe cose succedono e si scrive di quel che bisogna scrivere a quel momento. Mille post non sono pochi, ci sono così tante tracce di me in queste pagine che io nemmanco le riconosco tutte. Mille post non sono tanti, vista la quantità di cose che sono successe e che qui non hanno trovato spazio. Tanti o pochi, belli o brutti, ecco il numero mille.

Vedi mio antico Amore, ci sono cose che non ho detto, per diverse ragioni.

Innanzitutto non le capivo: allora ricordavo la parola cattiva detta in un momento di frustrazione, il bicchiere che avevi rotto, quella volta che te n’eri andata sbattendo la porta. Tu vedevi i miei silenzi, la volta che avevo detto di no a una tua proposta, la volta che avevo il telefono staccato. Piccolezze a distrarci, a fare da schermo. Sembra sciocco non capire per via di quisquillie, persi come falene dietro a cose stupide e piccole che luccicano e che fischiano. Chissà com’è che si fa a perdere di vista, a dimenticare il linguaggio dei battiti: più veloce, più lento. Avremmo dovuto capire che quella danza ora voleva dire sono già distante, guarda, ci siamo quasi persi ma se tu… se tu Amore facessi un passo nella mia direzione, potremmo dimenticare ogni differenza, tirare una riga su ogni diffidenza, chiudere gli occhi su ogni piccolo dolore. Lasciare che ti cinga la schiena, mettere a dormire quella paura: la vedi? Non ci serve, lasciala ai bordi del letto, vieni qui a dormire, ad appoggiare il tuo seno sul mio petto. Ma io all’epoca non capivo. Come tu non capivi, forse. Non capivo il modo per dirci addio, con eleganza. Come una cosa che bisogna fare, ma non si vorrebbe. Darti un bacio a dirti tutto il bene che ti voglio, a dirti che lo so che non è colpa di nessuno. Allora non capivo come finire sia importante quanto iniziare. Che l’Amore è un cerchio, che va chiuso con cura. Che un Amore anche finito rimane e bisogna metterlo via con il rispetto che abbiamo meritato, che i giovani amanti che siamo stati li rincontreremo a danzare dentro certe notti, quando io e te saremo infinitamente distanti. Eppure per sempre vicini. Che certi addii, li pronunci ma restano poi in bocca e nell’aria, per sempre.

Altre cose, che avevo capito, non sapevo esprimerle. Nel momento in cui le avevo capite avevamo già perso quella comunione, quella capacità di dirci le cose, così, con una carezza lenta e gentile, con una stretta improvvisa, con un movimento deciso dei fianchi. La chiave perduta, la parola ammutolita. Eri lì ma non riuscivo più a raggiungerti. Come facevo a spiegarti le mie paure? Come potevo dirti di come avessi capito quando le nostre strade si erano fatte a poco a poco divergenti. Come facevo a chiederti di insegnarmi, di lasciarmi una lettera in cui mi spiegavi cosa avessi sbagliato nell’amarti. Come facevo a dirti, allora, che se tu eri qualcosa per me che non potevi essere, io comunque sarei rimasto, per sempre, intrappolato nei tuoi capelli, senza voler sentire ragioni, senza poter ammettere alcun fallimento, alcuna resa al destino e alla realtà.

Per altre cose mi è mancato il coraggio. Come avrei potuto spiegarti tutti quei desideri che non ti includevano. Come avrei potuto dirti cosa immaginavo quando avremmo compiuto quel primo, tremendo, passo in direzioni opposte. Allora non volevo, proprio non volevo parlarti del poi. Volevo solo guardarti e vedere un riflesso disperato del prima. Nei tuoi occhi ci vedevo i frantumi, ma cercavo ancora fra i cocci, mi tagliavo, avevo le tue lacrime che mi colavano lungo le braccia, che mi affogavano. Eppure io continuavo a cercare, cercavo di afferrare ancora un attimo. Ancora un attimo di un Amore che era stato e che mi sembrava stesse scivolando via fra le mani. Mi scottavo con le braci rimaste accese, solo per ferirmi le mani, solo per lasciarmi una traccia sulla pelle.

Ora che ho capito, ora che ho il coraggio, ora che ho compreso l’importanza di ritrovare un ponte, un modo di comunicare, ora sai che quello che dovevo dirti è importante senza più esserlo. I fantasmi rimangono a ballare nella sala da the, noi li guardiamo, chiusi fuori, ai lati opposti. Vorrei poterti salutare, vicini come allora, augurarti tutto l’Amore che non siamo riusciti a darci, se non per un istante, così straordinariamente bello. Scusami, sai, se alla fine siamo sfioriti, come una stagione che dura un pomeriggio. Il tempo di fare i bagagli, caricare la macchina, e rinizia a piovere, si rientra a casa delusi, stanchi, si aspetta il prossimo fine settimana, di far combaciare le ferie, di trovare il buon tempo, di decidere una meta. E a furia di aspettare i numeri di telefono cambiano, le macchine si rottamano, il mare si ritira, tu invecchi, io muoio, tu risorgi, io non mi ricordo più dove abiti. Essere vicini per poi non essere, più. È strano. È difficile. È una battaglia, lunghissima, che non possiamo più combattere assieme.

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