Quando

Appunti che avevo preso ieri, perché ormai scriverei due-tre volte al giorno. Poi ho aspettato.

Quando sei giovane le tue armi di difesa si limitano sostanzialmente ad ascoltare “Patience” a ripetizione, a sdraiarti sul piumone che ha ancora quei motivi scelti da tua madre. Non è molto, ed infatti non basta. Al più fissi il fondo di un bicchiere di whiskey bevuto di primo pomeriggio, senza ghiaccio. Così va meglio ma, sostanzialmente, soffri, poi soffri un po’ di più e poi molto. Poi sembra vada meglio ma è solo perché poi deve andare molto, molto peggio.

Negli anni però acquisisci armi pericolose, che è facile sfuggano di mano e ti sterminino la capacità di vivere. Il disinteresse, l’anestetico dei muscoli del sentire, la paralisi, la paralisi infinità che ti condanna alla stasi del cuore. Davvero tu questo non lo vuoi. Il problema è che succede proprio perchè smetti di ascoltare. Ah, la vigliaccheria. Avessi saputo da ragazzo che essere adulto vuol dire per il più delle persone essere vigliacchi, ripararsi sotto tetti solidi. Un tempo affrontavi i fortunali, a volto scoperto, la pioggia che scorreva sul petto nudo. Ora ti allontani dalla finestra, chiudi le persiane. Che il fulmine non ti trovi in casa. Che il tuono non ti scompigli i capelli. Ma non lo sai che non c’è riparo dalla vigliaccheria? Che è già tutt’attorno, avvinghiata alle gambe? Che brutta cosa: era davvero così difficile accettare di avere paura e ottenere una Vita in cambio? Puoi dirmi fosse un cattivo affare?

Coraggio, che qui si muore solo di scarsa voglia, d’inerzia, di colpi ripetuti di telecomando.

Ah, poi incontri amiche. Nel fondo dei loro occhi, nel loro inciampare, nelle risate scomposte il germe della follia, ma di quella buona, che serve la Vita invece di sostituirla. Che donne. Di quelle che se le incontri, figlio mio, imparerai cosa sia il timore, in un modo o nell’altro. Ma poi potrai sempre disimpararlo, con calma.

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