La tristezza della facilità

È naturale scivolare nella ragnatela della facilità. In fondo basta fare poco, anzi niente. Scegliere la strada più ampia, approfittare della piacevole pendenza.

Però, è triste scegliere la facilità che non si impone risposte, che scosta le domande. La facilità che rinuncia a scegliere, che rimanda a giorni che si scostano in un futuro indeterminato.

Rinunciare, magari anche a capire cosa si vuole è facile. Così dannatamente facile. Ed è di quella facilità triste, di chi rinuncia ad essere migliore. Di chi rinuncia a non spargere confusione.

Si può essere meglio, no? Si può tenere la barra alta. Imporsi la disciplina. O meglio, imporsi la fiducia di sapersi migliori di così, migliori di come ci sentiamo alla sera di giornate lunghe, alla fine di mesi che ci hanno consumati. Sapere che è solo uno stato di stanchezza e polvere, ma rimaniamo capaci di fare cose non facili. Di fare le cose vere. Che hanno tutto un altro sapore.

A volte vince la tentazione di cose dolci e che costino poco. Uno sforzo minimo appena e la dose di malinconia, con cui spalmare pomeriggi vuoti, sere apatiche, ricoprire risposte che non hai. È facile. È sbagliato. D’altra parte a volte ti agiti nella direzione in cui riesci, se sei incapace di superare determinati tuoi limiti.

Però se questo è vero

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Allora, quando non si è capaci di vivere le cose vere, almeno che si viva secondo l’istinto, con la curiosità di vivere, così, con gli occhi pronti a meravigliarsi, senza aspettative precise.

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