Asso ed i santini

Certe cose che pelle ed occhi catturano ti rimangono per sempre intrappolate dietro la retina, impresse nella corteccia.

Per me Asso guiderà sempre per le vie di Torino a velocità smodate, pompando musica di una violenza disumana, fino a che diventiamo tutti bestie e tutto diviene così carico di colore che temi le strade si piegheranno sotto quel peso enorme. Che ci sia troppo rosso su quella facciata, che il cielo non possa reggere tutto quel blu notte. Verranno a chiedere spiegazioni a noi.

They call you H.E.R.O.I.N
I talk about you like it’s a drug
I call you H.E.R.O.I.N
Cause it will eases the pain till it’s numb

Non importa che finiamo ancora negli stessi posti perchè ogni sera l’ordine in cui ascoltiamo le stesse canzoni è differente. Perchè il modo che hanno di rimbombare nell’abitacolo è profondamente influenzato dagli umori. Stesso mazzo di carte? Ogni partita finisce in modo diverso. Asso è quel genere di bastardo che sconfigge la tua briscola con una scala reale. Cazzo, non ci avevo pensato.

Sapete, io credo che ci siano momenti che sono assoluti, capaci di lasciare una traccia. Non puoi prevederli a priori. Può trattarsi di uno sfigato mercoledì in cui eri tentato di rimanere a casa a guardare la TV, magari di berti un’acqua minerale fuori frigo. Invece ti ritrovi proiettato in un momento. Un momento in cui Asso ti sta inchiodando una memoria all’animo. Così, come un santino che porti sul cuore e di cui non dovrai fare a meno mai. È così che diventi un uomo diverso, per sempre mutato, per sempre accompagnato dall’immagine, dalla comprensione profonda che per sua natura non può che avvenire ad istanti improvvisi. È come se lui e la sua dannata testa piatta prendessero una siringa e ti inniettassero le cose direttamente nel cerebro. Li apri per forza gli occhi, baby. Ci sono persone, come forse sono io, che le cose le capiscono a quel modo lì. In modo violento ed estremamente chiaro. A prendere la realtà di petto e sbattergli in faccia le nostre convinzioni e poi preparsi alla testata di risposta, che ti fa esplodere il naso. Quando ti alzi, ridi, il sangue che cola sui denti e capisci la forza delle argomentazioni della realtà. Non c’è nulla per cui incazzarsi. È la Vita. Si impara, si sbaglia, si alza la musica.

Sì, ci sono modi di comprendere differenti per differenti persone. Alcune capiscono a poco a poco, maturano decisioni, coltivano mutamenti di spirito lungo passeggiate domenicali, riflettono sotto ai portici. Prendono note, le confrontano. Per loro capire è come osservare un fiore che sboccia. A un certo punto potresti dire che si è già aperto ma loro ti dicono che no, non ancora, siediti ancora qualche ora, lo vedi il movimento impercettibile del petalo che si sposta verso l’esterno? Ci siamo quasi, ma controlliamo, verifichiamo.

A me ovviamente questo modo di fare fa alquanto cagare. Per me le cose succedono in maniera binaria ed inequivocabile. Puoi essere dal mio lato buono, o puoi essere da quell’altro. Può essere un sì o un no ma a me i “forse”, i “ci devo pensare”, i “non lo so” suonano incomprensibili. Davvero pensi di capire le cose pensandoci? Come pensi di trovare la comprensione rimanendo sulla tua seggiola infame? Quella che ti tiene il culo incollato all’ignoranza, che ti seduce con la sua prospettiva di ragionamenti, di illuminazioni che coleranno dalla finestra lentamente. Una marea di stronzate. Nessuno ha mai capito nulla aspettando. Almeno, non io. Non ho quel tipo di intelligenza, non ho quel tipo di sensibilità. È più istinto rappreso in macchie giallastre. Ogni tanto ne esplode un grumo, come fosse un embolo. Un sussulto, un rigetto improvviso e violento, poi alzo il capo ed ho capito. Ecco, io capisco a quel modo lì. Gli altri mi suonano alieni. Forse potrei capirli se io volessi: finora non mi è riuscito, finora non mi è riuscito di averne voglia.

Un lato positivo del mio modo di procedere, ad immagini abbaglianti, è che mi sembra di poter mettere in fila una galleria di momenti, di espressioni grottesche, di paesaggi lunari, di esseri dalle membra disordinate, dalle facce irriconoscibili. Tutto quello che so la potrei riassumere tramite episodi e frasi e singoli atti, singole conseguenze. Se io capissi a quel modo lento e misurato, quella crescita organica, cosa avrei da ricordare? Come spiegherai il mutamento? Come un processo di crescita gentile, estremamente noioso? Come un percorso in cui continui a restare fermo fino a quando sei arrivato? Non mi convince. Non mi entusiasma. Ecco, è come se ogni persona avesse di fronte a sè una serie di porte. Taluni lavorano sulla serratura, con meticolosità. Studiano quel particolare modello, si informano, ordinano gli attrezzi giusti, fanno scattare il meccanismo con precisione e cura. Nel frattempo io inizio provando a dare una testata alla porta, poi una spallata. Sembra di non progredire affatto, di accumulare solo tumefazioni. E poi eccolo il momento del trionfo, quando arriva la comprensione improvvisa. Quando la violenza con cui tiri la tua carne sull’ostacolo ha ragione di ogni opposizione: la serratura, cede, di scatto. Clic. In quel momento ogni singola ferita, ogni singolo livido vibra di soddisfazione. Vorrei essermi fatto più male, vorrei ci fosse voluto bisogno di dare ancora una spallata.

Credo, credo profondamente nella poesia di istanti assoluti. No, non credo ci siano solo quelli, ma che quelli siano fondamentali. Se non lo capisci, come mai potremmo crearne uno meraviglioso e poi riguardarlo assieme? Asso, appiccicami un altro santino sul cuore. Usciamo e facciamogli vedere chi è la Torpedine, sai, ne ho bisogno, per capire.

Every now and then when your life gets complicated and the weasels start closing in, the only cure is to load up on heinous chemicals and then drive like a bastard from Hollywood to Las Vegas … with the music at top volume and at least a pint of ether.

― Hunter S. Thompson

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