Lagheggiando

C’è questo Lago che Laga mica male. È un lago piccolo ma tenace, pieno di sponde difficili da percorrere e riflessioni e incroci spazio-dimensionali. Qualcuno mi saluta: chi cazzo è?

Che poi i laghi sono una cosa strana.

C’era un lago vicino a dove abitavo, dietro Leopoldstrasse. Ci andavo così, passeggiando, ma ero capace di arrivarci solo perdendomi in quelle piccole stradine pedonali, che corrono attraverso condomini e piccoli giardini, dove tutto è confuso.

C’era un lago in un romanzo che avevo scritto. Lì, alla fine del libro il protagonista incontrava questa ragazza dagli occhi di Lupo. Lei poi lo lesse quel libro e rise: nel Carso non ci sono mica i laghi. Però hai capito cosa intendevo. Ah, saper guardare come un Lupo. Però anche imparare fissando occhi di Lupo dovunque li incontri, è un modo di prendere la saggezza a piccole dosi. Goccia a goccia, a farsi spazio, ad ambientarsi dentro te.

Ma a questo lago in particolare c’ero gia’ venuto. Da ragazzo a tarda notte parcheggiavo da queste parti, quando non c’era questo locale ma in cambio c’era tanto silenzio e tanto buio e tanto spazio. Ah, essere giuovini. Allora c’era così tanta impazienza. Avevo questa ansia tremenda e continua di capire chi io fossi, come potessi divenire solido, imparare a lasciare impronte nelle Vite delle persone. Io credo che questo, ad un modo che non saprei spiegare, abbia imparato a farlo. Di avere ora un passo pesante, un modo di guardare che, se ti vedo, ti può dire molte cose. Ecco, questo è meglio, in questa seconda maggiore età.

Ma nel 2008 ero venuto su quelle stesse sponde, prima di imparare tante cose, a cercare di annegare le domande. Non mi era riuscito. Però avevo fatto il primo passo di un percorso dannatamente lungo e difficile. L’avresti detto mai, che si iniziava così, anche così? Chissà.

Ieri invece ho chiacchierato, anzi, ho proprio parlato. Ho incontrato. Persone che non vedevo e persone che non conoscevo. Ma che comunque conoscono Braunbär, che però ora è cosa nostra. Lo vogliamo bene da tutte le parti, come se gli volessimo un chilo di bene per ogni difetto e quindi potrete misurare l’incommensurabilità del bene voluto e speso, raccolto e ricevuto. Da far girare la testa. Ma tu che lo conosci la prima cosa che mi dici è che sono Argentino, che, tecnicamente, è vero, anche se in modo diverso. Poi parliamo lungo il lago e tiri fuori quel nome che, ogni volta che lo sento la pupilla si dilata: una punta di terrore, la sorpresa che è sempre costante. Poi presto attenzione. Mi leggi il polso. Mi dici che io sono terra e acqua. Dici cose giuste e cose molto sbagliate. Però visto che possiedi una bottiglia di Prosecco in macchina tu hai ragione. E tutta la tribù ha poi ragione della grandine.

Poi si è fatto tardi. In attesa di fare tardi, di nuovo. Certi periodi si fa tardi. Certi periodi si fa, che è già meglio di non fare. Che ho guardato a lungo dalla finestra, e ora piombo sulle strade, così, coi soldi in tasca per un altro Negroni.

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