Valigie rosse e nebbia

Ho riempito quell’enorme valigia rossa molte volte. La prima volta quando partii per l’Erasmus. Mi ricordo caricarla in quel tardo luglio sul treno che partiva da Avigliana. Quella valigia cosi’ pesante che mi diedi su uno stinco lasciando un taglio che sanguino’ copiosamente. Iniziava cosi’ quel viaggio, mentre scrivevo agli amici stretti “Lascio il paese, quanti soldi puoi prestarmi?”. Riconoscete la dotta citazione?

Quella stessa valigia era tornata di nuovo con me a Torino. E poi ripartita per Monaco. E poi tornata a Torino. E partita ancora per Dublino. Da Dublino ha fatto tappa a Lione, per poi restare, serena, ad aspettare di tornare un giorno, ancora a Torino.

L’ho vista ancora riempirsi, solo che questa volta non ero io che partivo. Vedevo che cosa finiva nella valigia e cosa restava a farmi compagnia, a riempire le stanze in attesa di decisioni, di personalita’, di tracce.

Io sono rimasto.

O sono tornato, cambiato.

Mi sembra che ci sia una nebbia densa a dipingere il futuro di infinite destinazione e possibilita’.
Non ci sono promesse, comunque impossibili da mantenere, non ci sono delusioni: non c’e’ nulla per cui rimanere delusi. Solo potenza. L’infinito del possibile che non pensavo potesse rinnovarsi.

No, pensavo a un percorso differente. Dai banchi di scuola, dal mio primo piccolo appartamento guardavo il futuro e vedevo cose diverse. Le vedevo precise. Non immaginavo nulla di quello che avrei fatto. Immaginavo in maniera diversa. Ora non immagino. Ora credo, ora costruisco e lascio alla nebbia simboleggiare tutto quello che potrebbe accadere. Sono sicuro ci sia del buono ad attendermi. Ma non so quando o dove. So che da qui a li’ c’e’ del vuoto e a me il vuoto non piace. Finisco col riempirlo di troppe cose. Di silenzi intensi, di parole scritte, di passeggiate, di progetti. Non so stare, semplicemente stare.

E cosi’ ho la testa in cui navigano milioni di pensieri, di progetti. Di idee. Di micro-decisioni, di impegni. Non ho tempo per sentirmi pensare. Perche’ se mi fermassi riguarderei le foto, ripenserei a questi begli anni.
Mi prenderebbe la malinconia.

Sorrido. Come suggeriva il mio maestro di Kung-fu. Sorridi, diceva. A furia di sorridere finirai per crederci.
Il nostro atteggiamento ci plasma.

E allora sorridero’. Ti pensero’, tu e questi anni, con gratitudine. E con gioia. Perche’ ho realizzato tante cose, ne ho vissute moltissime. Sono stato felice, prima di non esserlo piu’. Allora ripenso a tutto insieme,
senza guardare solo l’amarezza della fine. Un quadro davvero troppo parziale e ingiusto.

I pezzi di vita bisogna spenderli bene. Io sono convinto di averlo fatto, e questo vuol dire piu’ che qualcosa. Forse e’ l’unica cosa che conti.

Buon viaggio, a te che parti. Buona Vita, a me che resto. Buon silenzio e riposo alle foto e ai ricordi, a cui attingero’. Ma non ora. Ora e’ tempo di sorridere, mettere un piede dopo l’altro, creare spazio e riempirlo subito, agitandomi per restare a galla.

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