Mille e uno

Mille e uno.

Sono rimasto sveglio, seduto per terra, accanto al letto. Ho aspettato mille e uno ore che il tempo passasse. Ho atteso quando ero giovane e vittima della paralisi. Talvolta ho atteso che le decisioni altrui mi piomberassero sulla testa. Altre volte ho atteso che il dolore trovasse il modo di diventare silenzio, di farsi distante. O che io comprendessi o trovassi scuse per dimenticare. Ma non si può dimenticare chi è dovuto restare giovane per sempre.

Ho guardato i giorni cadermi di mano, ho cercato per mille e uno giorni di ricomporre i frammenti del tuo viso, di ricordare come la luce travalicasse la finestra, trafiggesse la stanza, implorasse il tuo abbraccio. Ho cercato spiegazioni, ho ripercorso gli eventi con la memoria, cercato un inghippo ed il modo di negare la conclusione, di decretarne l’impossibilità. Poi il modo di combattere quel tuo modo spietato di conficcarti nel mio cuore. Nulla sembrava funzionare. Tutto era guastato, troppo imbevuto di aspettative troppo specifiche, di un tuo odore troppo pungente.

Sono partito, i primi passi erano interrotti da cadute. Inciampavo nei miei pensieri, nel mio bisogno di tornare. Ci sono volute mille e uno ferite perché mi abituassi al colore del sangue, perché le bruciature non divenissero che un’abitudine di sottofondo, un ticchettio a cui non fai più caso.

Ho chiuso la porta di casa mille e uno volte. Solo che la casa si spostava, si ridefiniva. Mi seguivano sempre meno oggetti. Ho perso mille e una magliette che non ritrovo più, mille e uno utensili di cucina che ora usa qualcun altro, mille uno libri che ho acquistato in lingue che ora non mi va più di imparare, su temi che ora non suscitano più il mio interesse, adatti a vite che poi mi sono dimenticato di vivere.

Ho aspettato mille e una spiegazioni. Le ho esplorate, le ho poi lasciate andare con un tratto di penna. Nessuna è sopravvissuta. Cadono tutte sotto il tuo sguardo che non ha lasciato appigli, solo sentenze mute.

Ho esplorato mille e una valli. Sono sceso in ogni paese, ho bussato a ogni porta. Raramente ho detto il mio nome. Ho sorriso, ho taciuto, ho offerto da bere. Nessuno conosce la moltitudine che si nasconde, dove solo il Lupo sa tornare. Mille e uno commiati, mille e uno volte in cui mi sono rimesso in marcia. Mille e uno bicchieri della staffa.

Ho conosciuto mille e uno persone. Hanno pronunciato i loro nomi ma io non li ho ascoltati, hanno raccontato le loro storie e io ne colto brandelli. Ho guardato i loro occhi. Taluni erano occhi buoni. Taluni erano occhi assettati. Taluni erano occhi spenti. Taluni erano occhi che strabordavano malinconia, e io non avevo risposte.

Ho contato mille e uno ricordi per ognuna delle persone che mi sia cresciuta accanto al cuore. Ho pensato che loro fossero la cosa buona e la cosa giusta, gli atti che rimanevano disseminati fra il mio disperdermi in frammenti, salvi al mio mutare, al mio vagabondare fra ieri e oggi, fra qua e là, fra l’inseguire un’ora di notte, di speranza e la necessità di arrendersi, per un quarto d’ora almeno.

Mille e una volta hanno provato ad eseguire la sentenza, a darle sfogo su di me. Mille e una volta ho riaperto gli occhi, richiamato da quel suono che conosco da sempre. Ho seguito le orme della luna e sono tornato a ricominciare. Mi sono rimesso in marcia, alla ricerca del mio branco.

Ho ancora mille e una resurrezioni che stringo nella tasca. Mi chiedo quante ancora mi serviranno.

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