August 17, 2026

Il fantasma che aspetta

Ho sempre atteso.

Ho atteso che tornassi a casa, ogni giorno dopo scuola. Ho atteso che finissimo di prepararci per poi uscire: andare a messa e a fare una gita. Ho atteso il sabato mattina, per venire con te in ufficio. E poi ho atteso molto, un ritorno dai confini, lo dicevano, improbabili. Che tornassi quando non si può. Ho atteso di poter essere io a infrangere quel velo che ci separava. Ho sperato, sognato, desiderato, pianto e inveito contro il confine impalpabile che separava i miei giorni dai nostri. Ancora aspetto, ma col cuore più stanco, sfibrato, come se di carne ne fosse rimasta poca al suo posto. Un battere macabro, incapace di capire quando sia il caso di smettere. Io quando smettere non l’ho mai capito.

Ho poi atteso incontri, cambiamenti d’umore, di posizione, conversioni del cuore.

Ho atteso che venisse il tempo in cui avrei fatto le cose che desideravo e sognavo.

Ho atteso che finissero le incombenze, i momenti di difficoltà, questa tensione, l’angoscia del quotidiano.

Se mi volto indietro vedo l’attesa strascicata, le ferite sul terreno.

Ho atteso. È stata un’attesa angosciosa, lunga, priva di pace, ma anche fertile. Un’attesa attiva.

Un’attesa che un giorno si scioglierà oltre veli stupidi, creati o subiti. Riprenderò colore, allora, e forma, e la sostanza che ho trascinato da sempre, la distribuirò ai pensieri cari. E rideremo di quel fantasma, che per vivere ha dovuto rinunciare a pensieri troppo duri.

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