Provocazioni

Chiudere il workshop di due giorni, in un borghetto chic alle porte di Parigi e salire su un taxi. Parlare della vita e del tutto con il tassista tunisino sfidando il traffico di un venerdì sera di inizio vacanza sulla tangenziale di Parigi. Infine arrivare al dannato terminal 2G di CDG.

Arrivato nel piccolissimo terminal molto in anticipo e con un volo già previsto in ritardo restava solo da chiedersi a quale tipo di liquido soccorso il nostro avrebbe dovuto fare ricorso per affrontare quel tempo. “Berrò anche per te, amico tunisino.”

Egli non sapeva quando sarebbe salito sull’aereo ma sapeva che non l’avrebbe fatto da sobrio. Sì prevedeva un volo difficile per l’equipaggio. Una di quelle serate già normalmente stancanti si sarebbe trasformata in un globo di stress, forse di paura.

Vagando per il minuscolo terminal notava come la gente ingannasse il tempo imprigionata dietro a schermi luminiscenti, a riviste patinate. Qualcuno sfogliando distrattamente le pagine di un libro. Lo sapevano questi tentativi di essere umano che era possibile bere in quel luogo?

“Une pinte d’Affligem, s.v.p.!”

“Malheureusement on n’a pas de bière pression, seules des cannettes”

“Ma quelle tristesse!”

Tutto ebbe inizio. Lì, mentre quei volti insignificanti, quei corpi deformi si agitavano davanti agli occhi pensò a quanto fosse bello Daniele, ma bello in una maniera che ti spezza il cuore. Che proprio in quel momento gli mandò una foto, tramite WhatsApp. Ecco, la foto raffigurava Daniele ed altre belle persone, in una serata conviviale. Fra loro però si nascondeva un cazzo di bastardo. Quel genere di faccia da pollo ignorante che la natura aveva selezionato per poter aizzare la violenza. La sola presenza dei suoi antenati doveva indubbiamente avere scatenato guerre, chissà come la sua dannata stirpe si era salvata agli innumerevoli tentativi di linciaggio di cui era stata sicuro e meritevole obiettivo.

“Gli taglierò la gola alla prima occasione.” – mormorò a bassa voce – “gli procurerò orribili menomazioni e agiterò i suoi arti mozzati come monito a tutti quei cazzo di pervertiti che osino turbare l’armonia perfetta di foto altrimenti sublimi”.
Perché qualcuno aveva voluto essere così schifosamente infame, rovinare l’armonia?

“Non doveva provocarmi, non resterà impunito”.

C’era qualcosa nei suoi lineamenti, il cranio innaturalmente stretto. Qualcosa che mandava il sangue alla testa. Provocava un bisogno di violenza. Si chiese quale spregio della propria esistenza spingesse un essere umano a provocarlo a quel punto. “Non ha alcun senso del pericolo? Davvero crede sia una buona idea cercare l’odio della Torpedine?”.

La sua mente fu distratta da una balena seduta al tavolino affianco. Stringeva in una morsa di grasso e sudore il braccio di un uomo seduto vicino a lei. Sorseggiavano ognuno la sua birra, lei visibilmente incinta, lui visibilmente vittima di uno scherzo del destino, che aveva meno senso dell’ironia della Torpedine quando è sobria da tre giorni.

Una voce dentro la testa insinuava una sola parola “ACHAB”. Achab, continuava a ripetere. Io sono Achab lurido essere dai capelli grassi.

Non so quanto dopo si accorse di come si fosse creato il vuoto attorno a lui. Si trovava ora fra i sedili nella sala d’attesa. Decine di posti a disposizione solo per lui.

Ecco quella pace fu interrotta da altri esseri immondi. Un ragazzetto si avvicinò al distributore di fronte a lui. Lo sguardo sperdutamente effeminato, i capelli disgustosamente curati. Sul corpo tatuaggi richiamanti qualche perduta cultura violenta. Gente che avrebbe per prima cosa mangiato il cuore di questo ragazzetto.

Più in là un ragazzo giovane, che parlava in italiano a voce alta, facendo sfoggio del suo completo. Cazzo di feccia della società. Si sentiva la puzza di pollo ignorante a diversi metri di distanza. Trasudava arroganza, quasi come M. Gli venne alla mente quel volto maledetto. Egli avrebbe un giorno pagato. Si sarebbe trovato ben presto a portare una cravatta colombiana. A quel punto avrebbe perso quel suo sogghigno squallido.

L’aereo aumentò il suo ritardo. Il genere di notizia che fa venire sete.

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