Cielo baleno

Guardavo, così, distrattamente, e ho notato l’aridità del cielo baleno sopra di me, di quello spazio grande e vuoto in cui ho lasciato cadere sgocciolii di pensieri, mezze intenzioni, sogni mozzicati. A tenermi la voglia in tasca per giorni migliori.

Allora ho pensato che non é quella la risposta, che non ci sono semi da aspettare crescere. Che aspettare, di per sé, è già errore, é già distrarsi dai giorni che sfuggono, che la Vita è quella cosa che succede mentre noi siamo impegnati in altro (1), magari a seminare in un cielo baleno quello che ci tiriamo fuori di tasca, pigramente.

È tutto qui?

 

ma dimmi tu non è meglio così?

immaginare ed illudersi sempre

qui ad aspettare qualcosa o niente

qui ad aspettare un no o un sì

che in ogni caso sarebbero fine

(Il lungo addio)

 

(1) Parafrasato da John Lennon


Ci sono

No. Quanti schemi ci sono, quanti modi predefiniti, quante strategie di felicità.

È curioso, sai, come cerchiamo di trovare un modo di incastrare le nostre vite dentro a questi schemi per lamentarci poi di ogni deviazione, di ogni strusciare lungo i bordi di questa Vita che scalcia e ci ricorda che è più viva di quanto sappiamo gestire. Lasciala fare. Abbi un briciolo di fiducia, pensa che la fuori c’è un universo che sotto sotto ha un suo senso di decenza e abbastanza curiosità da volerci coinvolgere in giorni luminosi.

E comunque oggi ho fatto le mie prime esercitazioni di laboratorio. Molto divertente. Ah, il sarcasmo sui discenti, ah le spiegazioni, la condivisione. Cavolo, avrai fatto altre dieci ore! Passerà presto e io mi godo questa sensazione. Poi ho lavorato, alle sei sono andato a casa. Stasera ho guardato “whatever works”. E c’è più oggi di quanto ci riesca di vedere, no?

Che poi sull’ascensore stamattina ho beccato la vicina: ingegnera sposata con un ingegnere. Mi ha chiesto come stavo e io le ho detto che stavo bene, e che oggi avevo la mia prima esercitazione. Mi ha fatto due volte in bocca in al lupo. Ecco, vedi? Ci sono cose che succedono. Piccole piccole. Ma ci sono, ecco.


Disperazione catatonica

…la prossima fase sarebbe stata probabilmente uno di quegli incubi introspettivi, diabolici e intensi. Quattro ore o giù di lì di disperazione catatonica.

Pressione, stress. Per cosa, per quale ragione? La ragione ultima è il modo profondamente sbagliato di guardare alle cose; questo desiderio malsano e corrotto di trovare un’intensità in quel che capita sotto mano.

con un po’ di fortuna la sua vita sarà rovinata per sempre, pensando che proprio dietro una porta, in tutti i suoi bar preferiti uomini con camicie rosse di lana provano sballi incredibili con cose che lui non conoscerà mai.

Io credo che ci siano delle risposte e che trovarle significherà rinunciare a quella medaglia sul petto: smetterà di compiangersi e di farsi bello descrivendo quanto si è stressati, quante ore si è passato al computer. Passarne anche il doppio ma per il piacere di farlo, e basta. Capire i limiti e scegliere cosa si vuole fare e cosa no, cosa si è capaci di fare e cosa no.

Scegliere, essere onesti con sè stessi. Lavorare duro, bere molto duro. Vivere ancora più duro.


Maggio

Mi è venuta questa ossessione per Maggio, non so perché.

Non ti ho mai perdonato il tuo temere Maggio, il suono stridulo della tua paura. Il tuo ridere di fronte a ogni problema facendoti scudo delle tue insicurezze. Non ti ho perdonato  poi quel tuo rifuggire le distanze: non lo sai che la distanza è pensiero, è scelta? Non hai capito che non esistono scelte eterne ma solo un numero infinito di conferme? Domandamelo ancora, cara, anche oggi che il cielo è scuro. Avrai la risposta di oggi, non l’avanzo di ieri, cucinato in un giorno dal cielo terso.

Che cosa, poi, temevi in Maggio? Lo schiarirsi di possibilità? Gli agguati della stabilità?

Maggio, Maggio: ti ha ossessionato il cuore, te l’ha sbrindellato delle certezze che stonavano con quel tremore che da ritmo alle tue trasgressioni, a quell’equilibrio instabile in cui sai vivere, eterea e bellissima. Sei da amare ad Aprile, ogni giorno e in ogni luogo; stringerti i capelli forte e tirarti la testa all’indietro. Il suono del tuo dolore echeggia fino alla terza decade. Si spegne in quel muro di giorni, quello sbrindellarsi della primavera. Quando l’estate non è estate e il calendario fa la quarta piroetta tu ti sciogli. Rimane un eco del tuo senso ma non è più intelligibile. Sei andata, baby. Tu a Maggio non sai sopravvivere e provarti reale.


Biglietti

Ci sono biglietti che compri e non usi.

Vienna e poi Dublino.

Ci sono vizi e vizi da coltivare. Alcuni hanno il sapore amaro degli anni.

Niente check-in.

Ci sono correnti che ci portano oggi lontano da dove saremmo voluti essere, domani dove non saremmo mai stati capaci di arrivare da soli. Poi c’è l’infatuazione per l’inerzia, il gusto provocatorio di spendere i minuti come se appartenessero a qualcun altro.

Io non lo so, onestamente, dove sarò, forse neanche dove voglio andare.

So però come voglio viaggiare e so che domani, a San Patrizio, io farò ciò che è giusto e buono: scempio di me, fino a cancellare l’aberrazione della mia incapacità di vivere in un bagno alcolico. Che San Patrizio mi purifichi dalla mia stupidità.


Dove la notte dimentica l’odore il giorno e rinuncia a cercarlo.

Dove la notte lascia cadere i dettagli e si specchia nel frinire dei grilli.

 

Là, dorme il Senso. Protetto dalla luce soffusa, ammaliato dai silenzi del bosco, dalle mille malizie di ogni cespuglio, dall’incessante canzone dei segreti di larici e abeti.

Là, dovrei cercare, me e il mio tempo, e il vero suono delle mie parole. Questo ronzio invece, è buono solo per questa recita da due soldi, questo passatempo in attesa di un treno che non arriva, in una stazione fuori tempo, fra binari rabberciati e orari dimenticati.

Là, dovrei seppellire la confusione, dove la luna non farebbe la spia, dove una bottiglia di Vodka sigillerebbe la mia memoria.

 

Di che cosa decorerei poi il giorno quando tornasse? Che cosa troverebbe? Me? Me, capace di Vivere?


Limiti

A volte mi scuoto dall’ipnosi che mi affligge, smetto di osservare il modo distratto di cadere dei giorni come non mi riguardasse. In quei momenti cerco la porta, che, mi pare di ricordare, da su un modo di possibilità complesse, di combinazioni infinite e di spunti nascosti nella forma di una foglia, lo snodarsi di una strada, l’agitarsi di una cappotto multi-colore o lo squarcio di una risata argentina in una via monotona.

 

In mezzo a quelle possibilità riscelgo invariabilmente le stesse: comprare un altro libro che non avrò tempo di leggere, e un altro che non avrò voglia di leggere. Come se la libertà la si potesse tirar giù da uno scaffale, pagare, e mettere al sicuro nella libreria di casa per poi tornare, finalmente, a occuparsi di quelle cose che ci proteggono dal non saperla scegliere, la libertà.

 

Io ho bisogno di libertà, mi servirebbe un’ora d’aria da me stesso, dalla capacità che ho di soffocarmi e definire possibilità minime al scopo di nascondermi tutte le altre.

 

Rimango con il senso che non sia importante cosa ci sia là fuori, ma cosa ci sia per me, non quali colori addolciscano le giornate, ma quali colori io sia in grado di distinguere, di far fruttare e trasformare in emozioni, non in malinconie irraggiungibili che scorrono dal finestrino mentre torno alla mia ipnosi.

 

Ci sono limiti, e sono quasi tutti dentro me. Della mia mancanza di libertà non ho un mondo là fuori da condannare.


Stanotte

Stanotte ho sognato, sai.

Mi sono svegliato e avevo ancora le immagini dietro le orecchie. Cartoline ricordo rimescolate senza un ordine. C’era una mensa del Poli che però era all’aperto: le lunghe tavolate di legno, le panche sberciate. C’era una mia compagna del liceo, c’erano amici dell’Erasmus: ce l’avevano con me perché non li avevo salutati.

Ho pensato alle sensazioni vivissime che ti fa provare il ricordo delle persone che non vedi più; la perdita insanabile del non conoscere più la strada per la loro camera, i loro pensieri quotidiani, che cosa li immalinconisca. Credo che ci sia, in quella malinconia, la mancanza di ciò che eravamo e più non siamo, quella parte di noi che abbiamo vissuto e speso in quel tempo splendido, eroico, disperato, matto e soprattutto passato.

Quante splendide cose è stato ognuno di noi? Quante volte ha causato un sorriso d’invidia in una stella troppo vicina? Quante volte siamo riemersi da sbornie di vite colossali per combattere ancora i nostri fantasmi e i mille travestimenti delle nostre paure?

Ho pensato che la vita è come un puzzle: appoggi un pezzo dove credi che lo ritroverai e lui, come ti volti, torna nel suo mondo di frammenti e bordi difficili da ricucire. Non lo ritroverai sai, ma puoi farti incantare da altri pezzi, e costruire immagini molto più belle di quella disegnata sulla scatola.

Ho voglia di meravigliarmi.


Edera

E poi sarà scelto, mi strapperò l’edera che mi cresce lungo le caviglie, che si attacca al ginocchio e mi buca la pelle.

Poi è successo. Non ho più l’edera. I riverberi distanti richiamano pensieri distratti nelle passeggiate lungo al fiume. Ma io in questa vita qua ho pochi, pochissimi pomeriggi troppo vuoti in cui annegare. Non ho lo spazio. Non ne ho. Ho l’assenzio io, che avvelena dolcemente le mie vene.

Ho le vene io, da spendere in avvelenamenti dolci. Non mi fermo mai lungo al fiume, non mi sporgo oltre la balaustra e non lascio la mia impazienza giocare con i riflessi della superficie. Non c’è abbastanza futuro nella stasi. Soprattutto non c’è abbastanza presente. E dove io vivrò, di luce e non di riflessi, sarà dove avrò messo tanta vita a proteggermi dalle mie vigliacche malinconie.

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Cosa vuol dirmi

Cosa vuol dirmi l’insonnia?

Non parla di vecchi fantasmi: a ognuno spetta la sua pace, ancora un bacio sulla fronte, un ultimo bacio sulla fronte. Una benedizione, un addio. Non c’è più abbastanza freddo o tempo per recuperare alla memoria i colori di quella sciarpa, per chiudersi ancora nel tepore di un cappotto, le mani strette in tasca, le mani arrotolate strette intorno al cuore.

Non sono fantasmi. Sono i consigli di una saggezza sotteranea, un provare a dirmi qualcosa, a farmi capire. Parlane con l’orologio, lasciagli snocciolare storie, borbottare ticchettii insonni. Ascoltalo, che dice?

Ho il percorso lento e sorridente disegnato sul palmo della mano. Trasfroma ogni contrattempo in una possibilità. Non mi preoccupo del sonno o delle incombenze, dei baci sulla fronte o della forfora. Io sono felice oggi, più che ieri, e avverto l’incombere della felicità di oggi più di ogni inesistente domani. E se cadono sottili i minuti, sono buoni compagni, a saper scorgere il nome di ognuno di essi. Ho più parole, che sonno, più silenzi dentro. Non so perchè ma mi sembrano paesaggi, ho voglia di guardarli, senza pretendere nulla, come non avessero occhi o respiri. Lascia che sia e goditi il paesaggio.


Nerding, oh my…

Shutting down the brain.

C’è la scadenza del papero, c’è la discussione coi colleghi. Ci sono i colori dei grafici, ci sono i dati dei grafici, ci sono le perifrasi, c’è l’inglese.

Poi c’è inside job.

Un bicchiere di Mateus e…

C’è JRuby e giocare con i dati sui corsi d’acqua di tutto in mondo (progetto Hydrosheds), ci sono mappe da generare. Non so che farci: a me piace generare le mappe.

Il problema è che i dati sono TROPPI.

 

Certo poi si può andare nel dettaglio:

 

Mi piace anche questa canzone:

P.S. Fra l’altro casomai vi interessasse il codice, sono meno 141 righe di JRuby. E io in JRuby non ci so neanche programmare.

 

 


Inveterato

Sì, inveterato. Perché se persisto, se resisto al mutamento allora sono inveterato uno di quei ragazzi sfrontati e invece non bisognerebbe. Sono frasi da ricordare, da dire all’uopo…

And if you go chasing rabbits

And you know you’re going to fall

Tell ‘em a hookah smoking caterpillar

Has given you the call

Non servono giustificazioni, quanto scuse nel senso di cause pretestuose. Datemi un pretesto.

 


Dove non sai

Dove non sai è l’inverno che bacia il mare, è il vento a danzare sulla spiaggia, la brina a immalinconire gli ombrelloni. I sospiri dell’estate scomparsi all’orizzonte, le conchiglie abbandonate fra i capricci dei marosi e l’indifferenza di chi non c’è.

Dove non sai è un bagnino a cui chiedi degli amori più tristi, fra un bombardino e un’occhiata all’acqua: è ancora fredda. Ci sono storie che non sai, di cui qualcuno cerca scuse fra le lenzuola, nel camerino stretto di uno stabilimento. Dammi una scusa per non capire un suo silenzio, e un’altra ancora per una notte che lui passa fuori città. Dammi un graffio, un ricordo, un’emorragia di tristezza,;voglio perdere tutto quello che ho dentro fra la sabbia di Rimini e la sua capacità di scomparire a valigia disfatta, di scolorirsi di colpo, appena ci si ritrova stretti fra gli imbottigliamenti del ritorno.

Dove non sei ci sono storie, ci sono paure. E se non chiamo sono mille e uno tagli, sono gli spettri che ho nascosti fra le palpebre. Sono le fragilità ricevute in dono da una risata, da un rifiuto, da una rosa e un cestino, da un anello poi ripreso, da un “forse” che si è perso fra un tentennamento e un cosmopolitan, fra una sigaretta fumata fuori e più rientrata. Ci sono ragioni e radici e intere ragnatele di fatti, reazioni a commiserarsi, a coadiuvarsi, a incatenarti. Legacci a cui ci affezioniamo: le nostre amate fragilità, echi di una compagnia che ci portiamo appresso e di cui non sappiamo fare a meno. Ogni limite, ogni paura è in fondo un vecchio amore di Rimini, un pomeriggio passato al parco a struggersi per lei e le sue gambe lunghe, per la rossa e la sua gonna corta, per lei dalla risata irraggiungibile.

E dove tu non sei, dove tu non sai io ho continuato a coltivare la religione del ricordo, a incatenarmi nell’adorazione di ciò che è stato e dei mille sentimenti scorsi in rivoli sottili. Poi ho smesso. Ho però i cassetti ancora pieni di malinconie.


“Ho” a caso

Ho smesso di chiedermi se sono felice: ci sono mille motivi per esserlo e mille e uno scuse per non esserlo. Tempo perso.

 

Ho smesso di leggere tutte le e-mail, ho smesso di rispondere a tutte.

 

Ho amici che vivono qua vicino ed é una cosa buona e giusta. Molto buona e molto giusta.

 

Il tedesco non lo sto imparando, però alla serata tandem l’ho parlato con diverse persone e ho comunicato concetti intelligibili. Ho almeno ho avuto compagni di dialogo abbastanza gentili da lasciarmelo credere.

 

Ho l’influenza ma sta passando.

 

Ho tempo ma sta passando.

 

Ho domande per borse all’estero, ho case da cambiare.


Oggi

A casa con una semi-influenza, esco presto da lavoro.

Sarà anche che certe notizie sono ottime per demotivare dal rimanere in laboratorio dieci ore al giorno o lavorare nei week-end.

Oggi un’offerta di lavoro dall’estero. Fa piacere, specie considerando che sono loro a cercare me.

Però la cosa importante è un’altra: è riprendersi per LA festa.

Me la sono persa per due volte: una ero a Monaco, l’altra… non ricordo, ma in viaggio.

Il me dell’anno scorso aveva questa compulsione del biglietto facile, il me di oggi costruisce altro.

E intanto quella busta grande grande l’ho spedita. Vediamo. Quattro o cinque mesi e si saprà, no?


Questo silenzio

Questo silenzio.

C’è la luce fuori, placida e certa. Popola l’aria, l’esalta.

In questo silenzio la vedo, la immagino scaldare la mia pelle.

In questo silenzio i bordi della Vita… tutto assume un proprio colore, vivido. Si esalta il semplice esistere di cose e persone e oggetti e movimenti e stasi perfette.

È come essere innamorati: avverti tutto in maniera più profonda. Ogni cosa è abbastanza vera da catturare la tua attenzione, che si moltiplica e abbraccia tutto. Ricuce i bordi sbrindellati di realtà scomposte, negate dal rumore.

È silenzio, perché io sono vivo, ora.


Aspettando (II)

Ho visto una rosa marcire. La decorazione, la carta lucida.

Dov’ero io? Ero nella rosa?

Ho visto articoli rigettati. Dov’erano le mie ore, erano in quegli articoli?

Ho visto un pomeriggio dormire, una sera svanire, una settimana intera polverizzarsi d’attesa.

Ero io a dormire, svanire, sgretolarmi?

Diciamo che mi pongo delle domande.


Sognare…

Ho passato molto tempo convinto di non sognare abbastanza.

E invece avrei dovuto sognare di meno e vivere di più.

 

La realtà a volte è contraria alle mie idee, ci sono cose che sopravvivono solo nella mia mente, che respirano quiete sotto al mio cuore ma là fuori… sfioriscono in vapore dal profumo di nulla.

 

Mi dispiace ma ha ragione lei. Ci sono fughe tanto meravigliose che forse spenderci una vita a mettergli il sale sulla coda non sarebbe uno spreco. Però viene il tempo di cambiare gioco. Di farsi male.

 

Perché quando ti perdi in un domani disegnato con i tuoi colori, quando scegli la lente con cui guardare alle cose crei la possibilità una frattura e in quella frattura cadono i tuoi giorni, le tue attenzioni volte a perfezionare quel tuo quadro.

Poi un giorno ti bussa la differenza insanabile fra ciò che è fuori, vero, e ciò che hai cristallizzato nella tua opera.

La tua forza di volontà non basta a ricucire quella frattura.

Perciò rimani da questo lato della barricata, dove lo cose sono vere e se fanno un po’ male, lo fanno in maniera onesta.

 

Il problema è fare il conto con quello che non hai. Mentre nei tuoi sogni quello che desideri è.

 

Qui… quello che non ho.

 

A volte penso che principalmente quello che non ho sei tu dalla mia parte.

 

Ma è una visione ristretta delle cose. Ci sono dei non ho che sono davvero irrinunciabili.

 

Che devi dire, e vivere.

 

Quello che non ho è paura.

 

Quello che non ho è tempo da sprecare.


Limiti

Come diceva Claudio (1), immagina di avere solo un mattino. Immagina di avere solo un mattino per definire il vero scopo, per comprenderlo e ricavarne alla fine un modus operandi. Una ricetta insomma: trasforma l’immagine, l’idea nella Vita Vera. Finché non senti odore di sangue continua ad amalgamare, impasta se ancora non senti male, rimescola se non ti viene da ridere.

 

E aggiungi un tocco di Rum. Uno al cuoco, uno all’impasto.

 

Ora immagina di avere un’ora, un’ora soltanto per definire come comportarti. La risposta, la gestione delle tue priorità. Smettila di impilarle, prendi la prima. Quanto vale l’orgoglio? Quanto il profumo di una rosa? Quanto vale il sapore di malto, il giro di carte, le parole incespicate malamente in una discussione con un amico? Scegli. Hai un’ora.

 

1: http://provaciancoracla.wordpress.com/2012/02/10/ecco-uno-arriva/

Servono limiti entro cui definire l’azione, tradurre in Vita onde lente che si spengono nella mente. Se è l’essere finita a dare un senso alla vita, osservane il riverbero nelle sue sfaccettature. Nei giorni, nelle ore.