Il Villaggio della memoria: i colori

“Sai, ho dimenticato i colori” – disse l’uomo fissando il vuoto. Aveva alzato di scatto la testa dal bancone e con urgenza gli erano scivolate fuori dalla bocca le parole.

“Sì, i colori” – riprese poi – “i colori di quell’anno, l’anno più bello, più pieno. Ricordo solo che c’era un ingorgo, sfumature che si scontravano con altre e davano vita a tonalità solo mie. Sono ricordi vaghi ormai. Il tempo, il tempo m’ha mangiato i bordi. Una volta c’era il castano chiaro di lei che s’infrangeva sull’erba verde e in quel contrasto nasceva un colore solo mio, di me che l’osservavo. O le pietre lungo al fiume, che si scontravano con i miei piedi immersi nell’acqua gelida. Il colore di un biglietto del treno comprato in una stazione perduta, un tramonto scivolato via dal finestrino, mentre si corre lontano da casa e dalle sue incrostazioni croniche. Tutti i colori di quell’anno si sono mischiati con la distanza, visti da qui paiono un unico colore sfibrato, l’odore pungente del rimpianto. Lo sentite anche voi? Ce l’avete un ricordo che vi mastichi il cuore a poco a poco e lo rigurgiti in un gioco che non ha fine? Ecco, se non l’avete forse non avete un passato. Se l’avvertite forte la notte, forse non avete un presente.

Io mi chiedo ancora chi sia, chi sia ad avermi portato via i colori? Forse è questa vita mi ha cancellato i veri colori dalla memoria, che non li andassi a cercare ma rimanessi qui, a viverla. Il senso di sopravvivenza della routine, immagino. Forse era una provocazione, sì, una provocazione. E non mi va più di tirarmi indietro. No, io rivoglio i colori, perché forse non ricordo più com’erano o dove trovarli ma so che ci sono.”

Poi tacque l’uomo. Dopo un minuto di silenzio si alzò e se ne andò senza salutare nessuno. In paese non lo vide più nessuno.

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