Rientri

Festeggiano San Isidro: le bambine e i veli azzurri, le donne e i fiori rossi. Festeggiano San Isidro, per i prati, i ragazzi seduti per terra, riforniti da orde di venditori di birra. Durante il concerto l’aria si riempie d’improvviso dell’odore forte di hashish, intenso e breve. La folla lo reinghiotte per rigurgitarlo poco più là. Lampi sfuggenti durante il concerto, si muove come un unica massa, come una grande anima che non si da pace. Una anima e mille volti. I contain multitudes.

 

Madrid è il risveglio, l’aria sottile. È Callao, i suoi tre cambi, gli atrii grandi dell’aeroporto, il personale che parla ovunque e comunque solo spagnolo.

 

A me Madrid non interessa. Madrid è solo una scusa, una scatola in cui vivono anime belle. In cui incontrare amici, esperienze. Madrid è fatta dei riflessi di Carmignano di Brenta, di Macerata, dell’Aquila, di Teramo. È questa la sua parte migliore. Il palazzo reale? Solo scenografia.


Buscando Estrella


En Madrid

Ho pensato che ho briciole di cuore cadute qua e là: lungo le sponde del Manzanarre, nei pressi dei 25 anni, sui resti di un concerto. È strano ritrovarne e pensare alla strada fatta nel frattempo. Ancora più strano è pensare alla strada che rimane ancora da fare, a quanto manchi al mio traguardo.

 

Madrid non mi ha fatto più impressione. È solo che ci sono gli angoli, che conosci prima di svoltarli, le piccole cose che ti hanno colpito, un tempo, e che ora tintinnano di piccoli ricordi, di pomeriggi, sorrisi. Ho le spiegazioni di Giovanna che mi sono rimaste impigliate dietro le orecchie, come piccoli sonagli.

 

Madrid, vuol dire oggi per me meno fantasmi. È più il modo di inclinare la testa di Giovanna, nelle foto. È il suo sorriso, l’accento veneto con aggressioni marchigiane. È il concerto di Dorian Bregovic, è la Cerveza mini (che è un litro), è la Cana, è la ricerca di un’Estrella, le discussioni con un buttafuori, lo spagnolo inventato, contrattato a parole mozzicate, a spunti ingiuriosi. È il boccadilllo di calamari. Oggi è soprattutto Malasanha, ma è anche Lavapies. È meno Gran Via, è il parco del Retiro, ma in modo diverso: da utente che si prende due ore di riposo.

 

Ci sono pensioni che hanno il riscaldamento, unico vanto. E lo accendono con 38° gradi Celsius: li puoi contare goccia per goccia di sudore. Tic tac. È rumore nel mattino caldo, è frittura, sono bambini che gridano, ospiti che sbagliano camera, docce occupate.

 

Ci sono i kilt e le giacche dubbie, raccolti per strada. Ci sono i tamburi, i bottelon, i cinesi di Cerveza-Cerveza al posto dei cingalesi e delle loro rose. Che tanto gli spagnoli, il romanticismo non l’hanno capito. Sulla metro di Madrid non si cede il posto alle signorine, sono danze di sopracciglia, sono dubbi, incomprensioni. Poi incontri Stefania, incontri Romina. Due volte. C’è Marina che vive qui da sei anni, Claudio (un altro Claudio) che ha l’aereo presto, molto presto.

 

Alla fine, Antonio mi è sembrato contento, e di molto.

 

Madrid è strana, arrivi che non sai che vai buscando, torni e comunque sono state ore buone. No?

 

Niente, davvero niente per cui essere indegnados.

 

Poi parto da Atocha. Prendo un treno in Spagna, dodici anni dopo l’estate del 2000 e i tempi della maledetta reserva, delle attese di giorni, a Valencia, ma la Valencia vecchia, altro che gran premi, altro che coppa America. E ci sono i controlli ora, dopo le bombe sui sedili di chi tornava a casa, con un treno regionale. C’è una stanza nella stazione di Atocha: è una stanza del silenzio, in ricordi di quel goffo fragore, a farsi largo fra la vita di centinaia di persone che mica lo sapevano. Mi piace pensare che tutti i discorsi di chi tornava a casa quel giorno si siano rifugiati in quella stanza, per continuare indisturbati. Riprendere quel filo.

 

E allora continuerò a bere Estrella, a correre in questo deserto, dove non c’è abbastanza Algave e i suoi fiori alti. Proverò a sopravvivere a Ciudad Real, sebbene senza Tequila e Mezcal a parte (se capite cosa intendo).

 

Perché poi ho rientri. Buoni rientri.

 

E Claudio, che ti avventuri nel mio club di uomini più vintage che bambini, ventenni in modo diverso. Ecco, mi farà bene un po’ di compagna.

Gio Carolo liked this post

Ritorni

Sono tornato stanco da Firenze, sarà che partire il giovedì sera, dopo lavoro. Sarà il letto scomodo, in un hotel a una stella. Sarà piazza della signoria, saranno tutti quei turisti. Tutti spersi a naso in su e nessuna che sappia contare i metri fino a casa sua, che sappia ricucire la distanza. A meno di attraversare il ponte e trovare uno di quei quartieri in cui i bambini giocano a pallone contro il muro della chiesa.

La conferenza di per sé è stata un’ottima esperienza, ma per quella c’è il blog di quell’altro, di quello serio. Io invece bevevo un bicchiere dopo l’altro, guardavo Firenze che si appiccicava alla vetrata. E poi tornavo, quando iniziava a piovere e la città s’affannava in un sabato mattina che mi dicono, peraltro, non esistere.

Poi sono tornato, diciamolo pure, rincoglionito, da un sabato sera a zonzo e poi in quella casa dalle stanze enormi. Ho pensato poi, c’ho questo pensiero che mi infastidisce la testa. Ho pensato che le forme diverse in cui cerchiamo siano gabbie.

 

Ho pensato ai pezzi che cerchiamo per comporre una vita in cui, poi, essere felici.

 

Ho pensato ai codici che cerchiamo di recuperare, capire, interpretare per poter liberare la soluzione della felicità.

 

Ho pensato ai sacrifici che cerchiamo di offrire per poter essere degni della felicità. Alle ferite che dobbiamo infliggerci per purificarci da questo corpo e dai suoi legacci, da questa mente e dai suoi limiti. Alle scuse che sappiamo interporre sempre, in un gioco a domino che ricominciamo, ancora. Agli ostacoli che troviamo dietro ogni pietra rimossa. Mi sono chiesto se il tempo di essere felici fosse ora.

 

Sarebbe meraviglioso, vero?

 

E se magari la solitudine fosse apparenza. Se ogni mancanza, un nostro semplice guardare nella direzione sbagliata.

 

Ma sono troppo sobrio per capire queste cose, ora. Ci penserò poi.


Risonanze

La stessa sensazione. L’attesa di partire ha sempre lo stesso sapore; quando aspettavo sulla banchina della stazione di Rosta il treno che mi avrebbe portato a Torino e poi via per la Francia; lo zaino grande, una tenda malconcia.

Lo stesso sapore, nelle lunghe ore fra un treno e l’altro, un biglietto inter-rail stretto forte. Che non volasse via, che avesse ancora chilometri da darmi, possibilmente abbastanza per tornare a casa, eventualmente abbastanza per portarmi a spasso fra lingue, costumi, esperienze, e barbone di Lione, e camere sporche a Valencia, e via discorrendo.

Lo stesso sapore mentre, arrivato troppo presto aspetto un decollo, salvo sorprese.

Lo stesso sapore mentre assisto all’atterraggio di quella strana astronave che è la stazione di Porta Susa, giù nel cuore di Torino che si sposta, placido.

Finite le slide, in viaggio, come da migliore tradizione, aspetto di arrivare a Firenze. Di tornare a Firenze. Senza i fantasmi delle visite a Madrid, soffocati dalla bellezza austera e impenetrabile di Firenze, schiva.

E allora aspetto di camminarmene da solo per le strade, di andare verso il fiume, di trovare un posto dove mangiare, di ricordare che sapore ha una birra sulle sponde dell’Arno. Quel sapore andrà a combinarsi con quella piacevole, sottile malinconia, di non essere a casa, ma dove sono null’altro che un piccolo disturbo in un mondo che non mi conosce. Mi piace. È una pace strana, mentre lasci che il tempo passi e ti riempi gli occhi di questo o quello.


Liberazioni

È stata anche una liberazione mettere su questo sito questo libro, darlo da leggere.

Era una liberazione feroce scrivere, allora. Quand’ho iniziato cos’era? Fine ottobre, inizio novembre del 2010.

E alcuni commenti che mi ha fatto chi l’ha letto sono giusti. È anche vero che alcune verità sono esasperate, alcuni fatti consumati.

Ma io oggi ho trent’anni e lo zaino più leggero. Io ho cominciato questo nuovo miglio e sono curioso.

E dai Semi verrà il tempo di passare a dei Riverberi di tempi diversi, forse amari in modo più sottile. Forse con l’unico torto di essere passati, con l’unica colpa di essere il sedimento di chi sono, di riposarmi nelle ossa.

Che io poi ora Sei ottavi, se capita, l’ascolto di gusto. Perché è una bella canzone e perché in ogni caduta già germoglia il seme di una rinascita.

Comunque, basta frasi così, a cadere a caso: in fondo da ragazzo avevo ragione a trovare tutta la saggezza che servisse fra i versi dei Guns. Altro che poeti inglesi!

I was the one who’s washing

Blood off your hands

I know the things you wanted
They’re not what you have had

With all the voices I’ve heard
Something has died and something is just changed


Semi

Qualche tempo fa ho scritto un romanzo sia perché volevo farlo prima dei trent’anni sia perché mi trovavo a vivere un periodo particolare, sul limitare di una serie di eventi.

Così ho scritto Semi.

Semi è tante cose: è quello che dovevo buttar fuori, è stato un percorso che ho condiviso con chi mi ha aiutato (no, non è tutta colpa mia).

Semi non è altre cose: non è un libro scritto da un professionista e ha una serie di difetti. Di alcuni ne sono anche consapevole.

Chi volesse leggerlo lo può scaricare qui: Semi.

Sara Beltrame liked this post

Fare trent’anni

Dicono sia facile fare trent’anni; dicono che basti andare a dormire ventinovenne, e, a Dio piacendo, alzarsi dal letto per ritrovarsi trentenne e quel che ne consegue. Il dettaglio non dapoco sono i giorni che prima è necessario mettersi alle spalle, uno in fila all’altro.

Se ti volti fa un po’ effetto.

Ad alcuni fra noi, forse a molti, piace ritenersi cari agli dei e incatenarsi a previsioni di destini tragici. Io da ragazzo non pensavo sarei arrivato a oggi, ad avere trent’anni, pensavo, come altri sciocchi, che le pieghe della vita si sarebbero svolte prima per me. Invece mi è toccato in sorte di sopravvivere a giorni e avvenimenti. A eventi che per lungo tempo sono stati gli elementi principali nel definire chi fossi. Poi, è triste dirlo, si perde il conto degli anni, si impara a sopravvivere. E…

Fa impressione la pila di pelli che ho smesso. Dai miei primi sterili innamoramenti, alle mie prime fondamentali sbornie. Affianco gli amici che più di ogni altro (con una nobile eccezione) mi avrebbero fatto capire chi sono. Mi avrebbero dato la possibilità di essere qualcosa.

Sono stato molte cose e tutte mi sembravano importanti, allora. Poi forse sono state quasi tutte inconcludenti, forse alcune paiono stupide viste da qui. Eppure ho amato, ho pianto, ho lottato per delle cose che mi vibravano nel cuore di dodicenne, sedicenne, ventenne.

Trent’anni sono forse un punto di confine. Ricordo, mi sembra chiaramente, molte delle mie emozioni adolescenziali o che provavo intorno ai vent’anni e le capisco meno. A quell’età ogni singola cosa è fondamentale, ti assorbe completamente mentre forse a trent’anni ci si barcamena in un quadro complesso in cui tenere in equilibrio i diversi aspetti della nostra vita.

Avere trent’anni mi sembra abbia un sapore diverso. Meno intenso, ma forse più complesso. Ho una storia, ma mi rimane la capacità di dimenticarla e di andare avanti. Di inventarla domani.

E poi per i trent’anni dovevo scrivere un libro ma non avevo mai detto che sarebbe dovuto essere un buon libro.

Buonanotte a questi primi trent’anni. A chi ho amato e a chi ho rimpianto, a chi ho conosciuto e a chi mi è sfuggito.

Ad maiora!

Elena Canta, Cinzia Canavesio liked this post

Certi addii

Certi addii sono lunghi perché ogni passo è una nostalgia da rimirare e da metter via, per sempre. Sarà perché anche il dolore è ordine nel Cuore e ci sottrae al dovere di rimescolare le carte, di aprire le finestre e vedere quale vento viene a tagliarci la faccia.
Certi addii, sono aspettare che tramonti ogni possible strada del ritorno, che i sentieri che si è cercati, che si è scovati piano piano si cancellino, torni a crescere l’erba come non li avessimo mai trovati, mai percorsi.
È, in qualche modo, rinnegare ogni sforzo fatto.
Eppure ogni addio è celebrare chi eravamo quando abbiamo cercato e trovato, piuttosto che il vecchio stanco, la pietra su cui poggia e il sospirare al ritmo di canzoni dimenticate.
È capire che ogni tempo ha il suo padrone. Che noi, a differenza dei cani, non siam fatti per morire accudendo una tomba.

Per questo il lungo compito è stato dimenticare ogni suo modo di
sorridere, ogni scusa che usava per fare un broncio. Sciogliere ogni ricciolo come un nodo che mi teneva ormeggiato a un porto che non c’è più.

È il capire che se non hai porti, ti conviene cogliere almeno i venti. Sentirli sollevarsi lenti e leggeri per seguirli, ascoltare le nuove storie che hanno da raccontarti.


Blog da leggere

Uno degli interventi è questo:

Tu meriti una risposta, ed io non merito di dartela.
Verrà un altro più in gamba di me, col piacere
ancora intatto e le voglie da bambino. Sarà come
reinventare le tue storie di ragazza, e imparare
nuovamente cosa voglia dire amare. Imparare
un’altra volta in che letto rimandare
le tue ansie mattutine e le noie quotidiane.
Sarà come rincontrarsi, piedi scalzi e il corpo nudo,
e tremare con le dita quando è nuovo e sconosciuto.
Verrà un altro con le mani, con i gesti e il tocco muto,
verrà un altro a ricolmare ciò che tu non hai avuto.

(http://tiddominstrel.wordpress.com/2012/04/15/laddio-per-un-amore-finito)

Consigliato.


La mia Berlino

Sto leggendo “La mia Berlino” di Monika Maron.

Berlino è invece popolata di me. A Berlino, se ne avessi voglia, potrei incontrarmi cento volte al giorno, a ogni età, raggiante di gioia o in lacrime, sola, in compagnia, innamorata, piantata in asso; dappertutto posso starmene accoccolata in attesa che io passi di lì. In una notte d’estate mi basterebbe camminare lungo la Schönhauser Allee, verso le quattro di mattina, per vedermi mentre, credo un po’ brilla, al fianco di un giovane – non so più neppure chi – prendo una bottiglia di latte da una cassa depositata di fronte a un negozio di alimentari, non senza lasciare i soldi giusti al posto della bottiglia, e mi bevo il latte, mentre proseguo. Quella notte aveva piovuto. La strada sotto i miei piedi nudi è tiepida e scivolosa di polvere bagnata dalla pioggia. Tengo i sandali appesi all’indice della mano sinistra. Se mi domandassero quali sono i posti di Berlino che preferisco, dovrei assolutamente nominare la Schönhauser Allee, una mattina d’estate, verso le quattro, tra la Stargarderstraße e la Milastraße. Ma chi potrebbe mai capirmi?

Spero un giorno di scrivere “La mia Monaco”.


Finestra

Mi sono svegliata presto. Quel sogno: camminavo in un paese dalle vie di polvere sottile, le case bianche a corolla. Una lunga passeggiata, ariosa. Rientravo al mattino presto e passavo alla tua finestra. Nella stanza un ragazzo dai capelli lunghi. Lo guardavo e capivo. Gli chiedevo se tu fossi sveglia. Ed eri già lì, che mi davi le spalle, appoggiata alla scrivania. Ti voltavi e mi spiegavi, che la memoria è un gioco strano, il tempo solo un aspetto delle cose. Che è inutile guardarne una fetta, quella che corrisponde a questo momento, quando lo possiedi tutto. Lo srotolarsi di passato e futuro in ogni singolo momento. Che certe cose vanno oltre. Che ci sono dei modi di rimanere, che sono assoluti e che ora veniva un tempo diverso, ma era solo un’illusione.

Ho pensato che avevi ragione e che non volevo fosse diverso. Ma ho anche pensato che era una verità amara e mi sono alzato.

Ho pensato che ci sono molte persone dimenticabili, che in me lasciano una traccia cose strane. Ci sono momenti così belli che a ripensarci mi commuovo. Ma molte e molte persone mi sono scivolate via. Ho pensato che bisognerebbe incontrare persone che ti si appiccichino all’anima, che si muovano vicino, vicino a dove senti tutto più forte. Che ti facciano bene, che ti facciano male, che ti lascio un bacio d’addio sul cuore. E non succede.

Ho riguardato la presentazione. Poi sono andato al Poli, ho discusso di un baco, ho lavorato a un tool. Sono andato a mangiare la pizza. Poi ho provato la demo e tutto si impallava. L’ho sistemato e sono andato al JUG per la presentazione. Ho incontrato un amico, di quelli che portavano un cappello a Punta. Poi ho fatto la mia presentazione, sforando di brutto (nei prossimi giorni la mettiamo online), poi ne ho seguita una molto interessante (con annesso dibattito) e poi via a prendere una pizza con il JUG. È stata una bella serata ed é una gran risorsa poter accedere all’esperienza di qualcuno BRAVO. Bisogna andarsi a cercare le possibilità di confronto con le persone davvero competenti. Bisognerebbe crescere di più, più in fretta.

Riassumendo: ho mangiato due pizze oggi :)

Elena Canta liked this post

Boschi e storie

Lascia che il calore si condensi piano e diventi coraggio, poi apri la tua mano e raggiungi la mia.  Smetti di pensare: lascia che ombre e dubbi cadano come foglie stanche; non ti servono più. Seguimi lungo questo sentiero più antico delle mie parole. Fidati dell’odore di sottobosco, del taglio sottile del cespuglio di more. Qui, dove la saggezza del bosco ci protegge dalla malinconia del tempo, voglio costruire un riparo e in questo riparo raccontarti una storia.

 

È una storia bellissima, sai. È una storia che ho ereditato come un pezzo di cuore, è nata da tutto l’amore e le speranze che ho ricevuto in dono: le sue radici sono nella capacità di volermi bene che mi ha insegnato l’allodola, nuotando nell’aria fresca, abbandonandosi alle evoluzioni più bizzarre e ardite. È una storia che ho continuato a cucire con pazienza, ogni giorno che cadeva una goccia e non era mai pioggia: era un giorno il tempo sprecato, un altro il rancore, un altro ancora il dolore dell’attesa. Ho continuato a lavorare a questa storia e poi, come d’incanto, ma di un incanto lento, che ti lascia il tempo di stupirti, hai preso il tuo posto nella storia e le forme prima indistinte si sono sciolte nella sagoma precisa del tuo profilo. Ogni inconsistenza è caduta a terra, ormai inutile, sconfitta: il sipario lacerato di un teatro di provincia. Non mi serve più questo sipario, non ho più storie da nascondere. Rimani con me nel bosco e ascolta questa storia, che dapprima era mia e poi si è fatta nostra. Rimani e ascolta piano, non lasciare sfuggire neanche un dettaglio, una sfumatura sottile. Lascia che continui, abbandonati. Questa storia, l’unica che ho buona da raccontarti, si svolge fino a lambire il ramo su cui si posa la civetta, fino a stemperare l’azzurro in un cielo blu notte. Poi viene quel tempo e non resta che fare spazio al ritorno. E quel ritorno ha la forza dei giusti, viene a reclamare quel che é suo e sciogliere questo mio inganno.

 

Sì, perché la mia è la storia di come abbia cercato gli spiragli per mentire alla realtà e raggiungerti in un bosco che nasconde le distanze, intralcia le ragioni che dovrebbero dissuaderci e graffia furioso ogni motivo di buon senso che provi a superare questa mia testarda difesa. E se con un tratto di penna ho giocato a cancellare la realtà, questo gioco dura un battito d’ali, e poi è già la realtà, tornata a reclamare quel che è suo. A prenderti e portarti al luogo cui appartieni, a regalarti a corredo un tuo destino che non passa da questo bosco.

 

E se rimango qui, è perché non ho più storie da raccontare, é perché ho perso la capacità di creare boschi millenari, di far sgorgare dalla terra incattivita una fonte che abbeveri ogni nemico della realtà.

 

L’amore, dicono, è cecità. Io ho la maledizione di vedere queste cose.


Denso

Il modo denso che avevano i minuti di caderti dagli occhi, affastellarsi fino a diventare interi pomeriggi: infiniti e troppo brevi

 

Ho immaginato tutto, sai. Ero solo io che vivevo lungo l’autostrada, che invece di tagliarlo quel filo nero, lo usavo per colorare la notte e le lunghe ore. Ho voglio di guidare per ore: la luna alla mia sinistra, che investa di una luce spettrale me e solo me, poche altre auto a fare da cornice, senza poter incidere in quello spazio che è forzatamente solo mio.

 

Guidare di notte. Raggiungere gli oggetti nell’abitacolo, un CD che vesta meglio l’umore, una red-bull a mescolarsi a quel sapore che haosul palato, quell’insoddisfazione che svapora piano: chilometro a chilometro la perderò tutta.

 

Allora rimarranno solo le mie risate, nel vuoto di una stazione d’agosto, da qualche parte in Austria. Il mio modo sghembo di sorridere di un evento apparentemente stonato, lo strisciare fuori dalla tenda, cercando di riemergere da un pozzo di Tequila. I tre scoppi in successione: ricordi il fondersi feroce del suono con una realtà impreparata?

 

E alla fine tornerei a pensare alla densità del tempo, a quel colarmi addosso di quelle ore, a quel farsi strato e strato ancora, a insinuarsi fra la mia pelle, le mia ossa, la mia storia. I miei modi infiniti di dimenticare, i ricordi come lampi di riccioli e ubriacature e botte e portiere aperte, musica a danzare nella pianura, che distratta se ne va.

 

Allora, dove c’è spazio (e dove se no?) stenderei la mia anima, le darei la possibilità di sgranchirsi e la osserverai dispiegarsi a riempire valli e picchi e mari e strade e notti. Tutto il resto apparirebbe minuscolo, incapace di vivere lo spazio.

 

Ho bisogno di spazi e notte, per poter esistere, per poter ammirare ancora l’estensione dei miei confini.


Conta

Piove finalmente.

 

Ho mal di testa e guardo fuori dalla finestra. Mangio uva sultanina, in casa non ho altro.

 

Conto fino a dieci. Ancora ricordo i nomi di ognuna delle mie preoccupazioni quotidiane, il peso specifico di ogni sciocchezza.

 

Conto fino a cento. Incespico nelle liste di cose da fare, nell’annaspare di elenchi, di scadenze, di aspettative altrui.

 

Conto fino a mille. C’era qualcos’altro, vero? Qualcosa di più importante.

 

Conto fino a un milione. L’importanza del mio respiro.

 

Esco. Cammino vicino casa: piove, piove forte.

 

È passato tanto tempo da qualsiasi cosa. Io sono separato da ogni battito del mio passato, da ogni emozioni estrema. Io oggi non sono più triste, non sono più disperato. Non sono contento o arrabbiato.

 

Sono un fantasma, la pioggia mi rende translucido.


Ricette

Ricette, ognuno ha le sue. La mia consiste nell’uscire per andare a lavoro alle 8.30, tornare alle 19.30, aprire una birra rossa a stomaco vuoto e ascoltare Brancaday a volume rispettabile.

E poi ci sarà da preparare un po’ di slide e un po’ di valigie: a Maggio talk a Firenze e in Spagna. A Giugno una conferenza a Zurigo e una Summer school a Bertinoro. Prevedo periodi di acqua alla gola. A meno che un Dio benevolo sappia mutarla in qualcosa di più bevibile.

Stefano Semeria liked this post

Spazi, libertà, spezzoni

…immagini confuse. La confusione è un filo senza capo, una scena che non inizia e non finisce. Dapprima immagini e poi suoni e parole. Uno spezzone che si ripete, sempre più indistinto, sempre più privo del contesto.

 

Non era primavera da un sacco di tempo, l’avevate notato anche voi?

 

Che poi, mi dico, magari era primavera e non c’ho fatto caso. E sapete perché? Per lo stesso motivo per cui ho meno chilometri sotto al sedile, ho meno vagabondaggi insensati, per cui piego ogni ora a un tentativo di scopo: ho privato di ogni spazio ciò che non aveva una giustificazione da presentare e sono rimasto così, un uomo più sereno, un uomo con meno spazio per la libertà.

 

Un uomo meno libero, meno capace di essere libero, con meno libertà a riempirlo, e il bisogno di cercare rifugio in altre cose.

 

Poi faccio degli incontri: vecchi, vecchi abitanti di un tempo in cui rosicchiavo gli scampoli dei vent’anni invece di prepararmi ai trenta. Ha un buon sapore incontrare chi ha un passato e ha un futuro, in cui uno dei due non ha consumato l’altro. Chi ha fatto e l’ha scampata, comunque. Cazzo di gentaglia, siamo tutti della cazzo di gentaglia.

 

L’altra sera pensavo, ballando in quella tribù ristretta, su quel terrazzo, che non ci fosse spazio possibile per la solitudine. Poi ho capito che io ho meno spazio, sono più sereno perché ho meno schegge impazzite nel cuore ad agitarsi, far rumore fino a tardi e non lasciarmi dormire. Sarà quell’immagine di Freiburg di notte che mi ha calmato per sempre, quella bellezza invincibile. A volte magari, al mattino, un’ombra fugace dove non posso vederla, solo intuirla, una macchia che appare e scompare, rapidissima, a ricordare che comunque non ci sei, a farmi pensare che potresti ma ti sei incastrata in chissà quale angolo di spazio tempo, in chissà quale angolo che non ho voluto svoltare. Allora sorrido, mi faccio forte di questo sole, e ti mando a fanciullo, che ho altro a cui pensare. Io devo pensare a ricostruire la capacità di essere un uomo Libero.

Francesco Gerace liked this post

Perdere Venezia

- Ne resta una di cui non parli mai.
Marco Polo chinò il capo.
- Venezia – disse il Kan.
Marco sorrise: – E di che altro credevi che ti parlassi?
L’imperatore non batté ciglio. – Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.
E Polo: – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia
- Quando ti chiedo d’altre città, voglio sentirti dire di quelle, e di Venezia, quando ti chiedo di Venezia
- Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia
- Dovresti allora cominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, descrivendo Venezia così com’è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ricordi di lei.
L’acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell’antica reggia dei Sung si frantumava in riverberi scintillanti come foglie che galleggiano.
- Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano – disse Marco – Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco.”

(Italo Calvino, Le città invisibili)

E così io leggo tutto, vivo tutto alla luce delle mie esperienze, dei vostri cari volti. Di ogni cosa colgo solo la sfaccettatura riflessa in quel modo suo modo di andare sull’altalena, nel mio personale catalogo di parchi e luppoli e tagli Voi che ho amato, odiato, deriso, rimpianto, voi siete i limiti estremi di ciò che posso provare, voi il filo sottile che mi impedisce di svaporare del tutto. Voi siete ogni mia possibilità, ogni mia prigione. Per me ogni libertà, per me ogni limite.

Ogni emozione per capirla debbo confrontarla con una carta che ha uno dei vostri volti, che riflette uno dei cieli sotto cui siamo stati.


Ah, i frantumi…

E poi non ho pensato più.

Allora le possibilità impossibili si sono frantumate in mille sfaccettature, in “forse” raggiungibili, in mezze verità, in mozzichii di soluzione, in percorsi ricchi di curve a gomito, in scorci color pastello.

Là io me ne stavo a sorridere, del riflesso sul vetro scuro, della luce che si contorce ad abbracciare la bottiglia, a sedurla in un gioco di rimandi.

Ho guardato tutte le strade apertesi e ho sorriso, non perché qualcuna di loro fosse particolarmente giusta o avesse quel suono assoluto di verità annunciata, di fanfara ampollosa e certa. Ho sorriso perché tutti quei percorsi semplicemente erano, e il loro combinarli era la possibilità di perdersi, sbagliare e ancora riprovare, in un gioco a diventar vecchi e pieni di errori e cicatrici e birre finite e casse di pfand da ritornare e strade di notte, che poi ti sei perso e il prossimo casello io esco e non importa. Che poi c’è sempre un bar a cercarlo bene.

Sto bene, sto meglio. Sono meno stressato. I giorni passano e io esco, forse non riesco a fare tutto ma che importa, faccio, vedo, bevo, esco.