Creare un’azienda

Creare un’azienda grande o piccola che sia e’ un’esperienza difficile da definire.

Quello che succede e’ che inizi a comportarti come un business. E inizi a essere percepito come un business. Ad avere i problemi e le soddisfazioni di un business. I numeri, le chiamate, le responsabilita’, le aspettative. E a un certo punto, in effetti, hai un business, o, molto spesso, sei un business perche’ quando la tua attivita’ e’ piccola e’ molto difficile scinderla da te. In qualche modo tutto inizia quando metti su un cartello e decidi di auto-proclamarti una societa’. Ovviamente rimani lo stesso minchione che eri fino ad un minuto prima, non hai la piu’ pallida idea di piu’ o meno nulla di quello che tu debba sapere: contabilita’, gestione dei clienti, promozione, contrattazione. Semplicemente inizi a fare. A imparare. A rispettare te stesso e la tua professionalita’. Poi lo fanno anche gli altri, e il gioco prosegue.

E’ entusiasmante. Frustrante, faticoso, stressante. Specie per qualcuno con una formazione tecnica perche’ la realta’ e’ che si tratta di un processo poco governabile. Ti limiti a determinare la direzione di massima, cerchi di tenere la barra dritta, di ridere in faccia alle onde che si infrangono sulla prua. Dove finirai di preciso nessuno e’ in grado di dirlo. Non c’e’ manuale o strumento che regga il confronto impietoso con il mondo la’ fuori.

In un certo senso vuol dire diventare adulti, assumersi la responsabilita’ del proprio destino anche se si e’ coscienti della quantita’ infinita di incognite, dell’indeterminatezza del risultato. Fare impresa e’ come vivere: a volte non basta essere nel giusto o impegnarsi perche’ le cose vadano come riteniamo di meritare. Lo accetti e vai avanti. O non lo accetti, ma vai comunque avanti, in qualche modo.

A me sembra che essere in proprio sia come essere un contadino o un cacciatore: ti scontri con la realta’ dei fatti e vedi il dietro le quinte, il percorso che ti porta a trovare di che sfamarti. Una siccita’, un branco che non passa dove l’aspettavi, sono eventi con cui ti devi confrontare, a cui devi reagire, non puoi piu’ fare finta di niente. Questo mentre qualcun altro chiacchiera pigramente seduto al tavolo, limitandosi a mangiare quello che trova nel piatto, lamentadosi per la lentezza del servizio e la dimensione delle porzioni.

E’ stare dietro le quinte e vedere i preparativi faticosissimi di un trucco di grande effetto, quando visto dal lato della platea. Dietro vedi solo sudore, digrignare di denti, graffi sulle mani. Ma sai che quello che appare e’ qualcosa di piu’.

L’appartamento spagnolo

200px-Cartaz_L'Auberge_espagnole_2002

C’e’ una serie di tre film a cui sono legato. Si tratta della trilogia dell’appartamento spagnolo.

Vidi l’appartamento spagnolo al cinema, con una ragazza con cui stavo allora. Si chiamava Francesca. Mi ricordo di essere rimasto affascinato da quella storia di ragazze che partivano per l’Erasmus, a Barcellona. Per me l’Europa era stato l’interrail, e per Barcellona ci eravamo anche passati. Non per nulla vi ho ambientato alcuni capitoli di Riverberi di viaggio.

Quando vidi quel film la prima volta pensavo che non l’avrei mai vissuta quella esperienza. Che nella vita mi sarei limitato a qualche viaggietto estivo. Che l’avrei vissuta a quel modo l’Europa, e nulla piu’. Mi sembrava che me ne mancasse la possibilita’. Invece un colpo di dadi, una sterzata a casaccio e mi ero ritrovato smentito da me stesso.

L’avevo poi rivisto in Erasmus, con i miei compagni di avventura in una stanzetta di HaDiKo, a Karlsruhe. Che bella esperienza era stata! Che sensazione nel mischiare quei momenti cosí carichi di sensazioni all’idea che la Vita si possa stravolgere senza sforzo, con uno scatto improvviso.

locandina

Nel luglio del 2010 vidi il secondo film della serie: Bambole russe. Ero gia’ tornato dall’Erasmus. Era un periodo molto particolare. In quel post parlo di una persona che ero andato a trovare da convalescente, una persona che reputavo un amico. Mi accorsi poco dopo di aver sbagliato.

Per me bambole russe era un film particolare, che parlava di quel mondo magico che solo Giorgí aveva visto. Ma chi diavolo va in Russia? Bé lei c’é andata. E ne é anche tornata. Qui d’altra parte abbiamo più altalene.

Mi sembrava quel film parlasse di diventare adulti, di vivere una dimensione diversa. Parallelamente parlava anche di sentirsi a proprio agio al di là dei confini. Ora, ho molti limiti, ma ho fatto le mie ricerche e da allora ho affrontato un numero di traslochi internazionali. Ho assistito a matrimoni in diverse nazioni, sono stato a trovare amici in giro per l’Europa. Ci sono stati periodi in cui ho fatto una decina in viaggi nell’arco di pochi mesi. Mi ricordo un periodo in cui vivo a Monaco e avevo una grande ciotola che strabordava di biglietti aerei, del treno, di strani mezzi di trasporto. Nel tempo ho creato i miei riti di viaggio, scelto cose che lascio direttamente in valigia, ho definito un ordine che chiedo sempre alla hostess.

12_p4gU5

Stasera vedo il terzo film della serie: Casse-tête chinois, o “Rompicapo cinese”. Lo vedo in francese, anche se molti dialoghi sono in inglese. E’ una bella sensazione vederlo in quel misto di lingue, sentirmi a mio agio. Il film parla di un ragazzo che nel frattempo e’ diventato uomo, e ora si ritrova a quarant’anni in situazioni rocambolesche. A ricominciare. A cercare di rimettere ordine nella Vita. Be’, mi sembra adatto. Anche se forse le mie situazioni sono piu’ chiare e prima dei miei quaranta ho ancora degli anni da giocarmi. Il protagonista parte per New York e io invece sono tornato a Torino, per l’ennesima volta. Ora ho voglia di restare. Anche se sono affascinanti queste scene in cui il protagonista trova un suo equilibrio, una nuova casa in un nuovo paese, le sfide linguistiche. Sono scene queste che mi sono davvero familiari.

Non credo ci sara’ un quarto film. Allora mi godo il resto di questo terzo episodio. Mi porta alla mente qualche situazione. Cose che non pensavo la Vita mi desse, cose che non pensavo che mi sarei andato a prendere. Mi godo il resto del film e mi preparo a essere sorpreso. Dal film e da quello che androò a creare.

Le case

Screen Shot 2018-05-13 at 11.50.04

Uno le case dovrebbe sempre lasciarle. Dovrebbe lasciarle spesso, prima che diventino case. Dovrebbe chiudere le porte, tirarsele dietro, a separare cio’ che siamo stati, cio’ che non abbiamo avuto il coraggio di essere da cio’ che, a Dio piacendo, saremo capaci di poter essere, un giorno.

Abbandonare tutto cio’ che si puo’ abbandonare, creare tutto lo spazio.

Invece rimaniamo li’, dove un quadro ci parla, dove un oggetto e’ rimasto appoggiato come quella sera, dove, un tempo, l’ombra si allungava in disegni morbidi, in arabeschi che sapevamo interpretare.

Uno dovrebbe ripartire e poi non ritornare. Non ritornare mai piu’ nei luoghi dove e’ stato felice. Perche’ inevitabilmente l’orizzonte e’ cambiato. Avresti poi voglia di chiamare, di risentire. Ma non ti ricordi il nome, neanche il nome. O il numero e’ stato disconnesso. Non esiste piu’.

Uno dovrebbe continuare, andare, lontano o vicino non importa, ma dove non c’e’ mai stato nulla. Dove tutto e’ nuovo e non si riflette in ombre, in racconti, in ricordi, in lampi d’intensita’ ineguale. Uno dovrebbe uscire e non pensarci piu’. E non pensare piu’.

Screen Shot 2018-05-13 at 11.50.46

Pero’ facendo cosi’, continuando a muoverti, ti accorgeresti di avere ora il coraggio, ora che non c’e’ nulla per cui avere coraggio. Ora che non ci sono nodi a sfidarti lungo ogni viale, pensieri rimasti a dormire su una panchina. Sfide che avevi appoggiato li’, e che ancora ti aspettano. E’ facile avere coraggio quando non serve.

Sogni

Ho fatto questo sogno che mi ha colpito molto.

Tornavo a casa e mi accorgevo che qualcuno aveva toccato le mie cose e dapprima ero vagamente arrabbiato. Ma poi capivo: vedevo tutti questi cuori sul letto. Copertine di album con cuori, libri con cuori, cuori disegnati. Mi rendevo conto a quel punto che era stata mia figlia di 7-8 anni a fare quel gesto per cercare di riavvicinarsi. A quel punto mi perdonava della distanza che si era creata fra noi e ricostruivo il nostro rapporto. Mi sentivo grato. Poi nel sogno dovevo uscire perché fra le altre cose sapevo volare e dovevo salvare qualcuno.

Mi sono svegliato. Mi sono chiesto dove fossi 8-9 anni fa. Che cosa ci facessi qui oggi.

Se cambia il veleno

Mi stupisce come a vent’anni cio’ che faccia male siano i sentimenti troppo vivi, quel loro modo di attaccarsi come ruggine alle vene, di distruggere l’essenza stessa. Di privarti della capacita’ di assorbire il veleno e disperderlo in gocce affrontabili. Maledici la capacita’ di avvertire il dolore.

Pero’ a trent’anni muori di un male diverso. Sei rimasto senza vene, senza capacita’ di trasportare le sensazioni dalla pelle al cuore. Rimani orfano di segnali, una radio che non riceve alcuna stazione. Sei guarito dal male del sentire. Benvenuto nel mondo dei sordi di cuore.

Nel silenzio batti i piedi. Nessun rumore.

Matrimonio, ma mica quello, un altro

Ieri sono stato al matrimonio di Giulia e Andrea e scriverò di un matrimonio. Ma non quello. Uno che ha luogo in Riverberi di Viaggio e di cui potrete leggere solo fra molti capitoli.

Una sera d’estate, su nel Canavese. La sera seguita a una lunga giornata, iniziata con una breve celebrazione negli uffici di un piccolo comune. Visti gli articoli 143, 144, e 147 del Codice Civile due persone erano state unite dal vincolo perpetuo del matrimonio. Ricche libagioni erano seguite e, visto che Giulio era un amico dello sposo, egli aveva preso parte alle ricche libagioni, agli innumerevoli brindisi, agli applausi seguiti ad ogni bacio. Poi i parenti avevano iniziato a defluire, lentamente, al passo stanco delle ossa anchilosate, degli anni che zoppicano, della scarsa voglia di risalire in macchina.

Le birre si erano fatte da ghiacciate a fredde, i camerieri rimasti apparivano stanchi, gli ospiti rimanenti avevano gli occhi resi vacui dall’alcol.

Ma Giulio non era circondato dagli amici, non stava complimentandosi con la sposa per l’eleganza dell’abito. Giulio era invece seduto su una panchina nell’ampio cortile della tenuta. Da una porta aperta poco lontano veniva la musica della festa. Giulio si lasciava cullare dall’aria fresca della sera, da quell’attimo di quiete, lontano da tutti. Chiuse gli occhi e sentii un instante, un istante solo di pace assoluta. Senza domande. Senza paure. Senza futuro.

Poi captò delle note più flebili, le note di una canzone che conosceva. Fece qualche passo in quella direzione, si fermò a una decina di metri dalla casetta del custode. Da una radiolina sul davanzale venivano le note di Al compleanno della zia Rosina.

“…il treno non passa ancora eppure io l’aspetto

la canzone più corta di questa anche lei è finita

la Vita, la Vita e Rita s’è sposata…”

Giulio muoveva le labbra al ritmo di quelle parole. Prese un sospiro forte, si voltò fece per tornare sui suoi passi e nella penombra vide Aida, una sua amica conosciuta alcuni anni prima. Il volto di lei era appena illuminato dalla luce di una sigaretta. Lei la allontanò dalla bocca e gli fece uno dei suoi sorrisi timidi.

Giulio rispose al suo sorriso e le si avvicinò.

“Vecchia roccia” le disse battendole una pacca sulla spalla lasciata scoperta dal vestito.

Lei lo guardò e scosse appena la testa.

“Mi fai compagnia?” – senza aspettare che Giulio rispondesse si diresse verso uno dei divanetti a metà fra la festa e la radiolina, proprio al centro del nulla, dove ogni approdo è ugualmente distante.

Stettero lí in silenzio mentre Aida fumava.

“Oggi sei venuto da solo” – disse Aida – “Magari hai incontrato qualche bella invitata che non ti ricordi affatto Elena?”

“Nessuna mi ricorda Elena. Nemmeno io mi ricordo di Elena”.

Aida guardò Giulio per un attimo, poi riprese a guardare davanti a sé.

“Come stai?”

“Bene”

“Hai risposto troppo in fretta perchè sia vero”

“E’ l’abitudine: e’ una vita che dico che sto bene”

“E non e’ vero?”

“No, non lo e’. Stare bene non e’ la mia natura”

“E’ un peccato”

Aida ispirò l’aria. Poi prese un’altra sigaretta dal pacchetto. Lo porse a Giulio senza una parola. Giulio prese una sigaretta a sua volta e lasciò che Aida l’accendesse.

Fumarono in silenzio.

Fu poi Aida a chiedergli: “perche’ non puoi essere semplicemente felice?”

Giulio alzò lo sguardo, volse la testa a destra e pensò prima di rispondere “Sai, e’ come se dovessi disegnare la mia Vita e questa fosse l’unica cosa che conti. Come se io avessi speso tutte le mie energie a progettare un quadro dall’equilibrio perfetto, dalle armonie piene. Impiegato tutte le mie energie ad apprendere le tecniche, perfezionare la pennellata. Però io, per qualche motivo, non ho i colori. I minuti passano, e tutto quello che ho progettato, tutto quello che ho appreso non servono semplicemente a nulla. Rimango di fronte a una tela bianca senza la possibilità neanche di cominciare. Ogni tanto qualcuno passa di fronte a me e mi getta uno sguardo a volte di rimprovero, altre volte di pietà. Come io non avessi le capacità o il coraggio di un’idea o l’istinto di perseguire un’intuizione fino alle sue conclusioni più ardite e sorprendenti. Ma nulla di tutto questo è vero. Io sono pronto, ho lavorato più di chiunque altro io conosca, ho una voglia immensa e amo intensamente i miei progetti, la mia voglia. Ma ne io ne chi mi osserva può vedere nulla di tutto questo. Solo una tela bianca, come fosse un’accusa che io faccio a me stesso, che fa eco nella stanza grande e vuota, negli sguardi sciocchi, nel ticchettare dell’orologio.”

Aida tacque, perchè a volta neanche la sera ha le risposte a certi rompicapi.

“Giulio, io non so dove tu possa trovare i colori”.

“Sai, ho perso anche la voglia di cercarli” disse Giulio facendo spallucce

“E sbagli” – rispose Aida, con quel tono che si usa per le parole che bisogna dire e alle quali si sa che bisognerebbe credere.

Giulio fece un sospiro e disse – “Lo sai, non e’ giusto. Semplicemente non lo e’. Ho amato, lottato, costruito, creduto, ricominciato tutta la mia Vita. E sono sempre al principio”

“È vero” – disse Aida – “ma la Vita mica è giusta. Semplicemente è”

“…o non è” la interruppe Giulio.

“Già”.

Rimasero ancora lí, seduti, a cercare un modo di riprendere il discorso. Un punto di vista, un’affermazione, una rivelazione piccola o grande. Ma con la luna che li fissava, Rino Gaetano che sfumava sullo sfondo e i grilli che continuavano ad accusarli rimasero come paralizzati. Intrappolati per sempre in una sera di giugno, incapaci di rompere la bolla, guardarsi, parlare. Capire.

Non credo

Non credo che nessuno, nemmeno io, sappia piu’ contare tutte le persone che sono stato. Tutti i luoghi che ho abbandonato, i rapporti che sono mutati o sono stati recisi. Non c’e’ uno sguardo che possa contemplare l’insieme del mio disperdermi in frammenti.

Vorrei qualcuno fosse capace di guardare con me tutti i pezzi e dargli un senso. Ricordare, ripercorrere, donare un sorriso a ogni momento, riporlo assieme nel suo angolo di memoria. Forse e’ una maledizione quella che spinge a dover cercare un senso. Rimango un’enigma anche a me stesso. Un joker giocato durante una partita di briscola. Rimescolo il mazzo. Riprovo.

Uno di quelle frasi da poco parlava del bisogno di scrivere la propria leggenda personale. Se questo fosse il caso a me sembra di avere troppi capitoli e nessuna valida conclusione. Troppi personaggi secondari, troppo intreccio. Come fossi stato preso dalla furia di scrivere, senza sapere dove andare. L’illusione che insistendo avrai potuto trovare una chiave alla mia storia col procedere delle pagine. Da sempre incapace di fermarmi ad aspettare l’idea giusta.

Credo che molte persone non conoscano la solitudine. O credano che la solitudine sia una situazione esterna, qualcosa che oggi c’e’ e domani puo’ essere rimossa, risolta in un gesto risolutore. Non lo credo. Io credo che nasca come una situazione che poi respiri, ti entra nei polmoni e alla fine diventa parte di te. Che cresca in determinati contesti. Ci sono condizioni, particolari, che portano quel gusto strano per il silenzio a germogliare, gia’ in tenera eta’. Esposto a veleni per cui non hai anticorpi. Poi ti ritrovi infiniti pomeriggi intrappolato da solo in un appartamento. E finisce col crescere. Ti ha gia’ ghermito, in una maniera tale che servirebbe un miracolo a recuperarti.

Pero’ quel miracolo non arriva. Ti ritrovi adulto, e a quel punto non sapresti districarti dalla solitudine. E’ semplicemente una parte di te, sei cresciuto intrecciato a quel tronco malato. Se trovassi un modo di abbatterlo, cosa rimarrebbe di te? Non puoi rimuovere una malinconia di fondo, una incapacita’ di comunicare. Come fare a comunicare tutto? O anche solo una parte significativa? Come fare a scucire il tempo che e’ irrimediabilmente trascorso? Ormai ho una pelle dalla trama fitta e gli eventi non traspirano piu’ al di fuori. Rimangono intrappolati fra le braci di mille e uno eventi. Vorrei dirti, spiegarti, ma saprei usare solo parole di un linguaggio scomparso. Non capiresti, io stesso fatico a ricordare.

A volte mi sento come una bomba inesplosa. Un potenziale di riordinare gli eventi, una forza dirompente che non si e’ scatenata. E che ora e’ semplicemente fuori tempo. Ora e’ il tempo di riposare e tacere.

Non fraintendermi, credo di poter vivere ancora mille e una avventure. Di aggiungere pagine a una storia contorta. Quello che non credo e’ di poter tornare indietro e riordinare le pagine. O di poter cambiare il tono di questa storia cosi’ lunga, difficile, e in fondo anche triste. Ho visto l’intreccio capovolgersi e dibattersi in sussulti orgogliosi ma, in fondo, inefficaci. Poso il libro. Guardo fuori dalle finestre, a panorami che non sanno rispondermi.

Ci sono libri che diventano grandiosi, e potenziali che si disperdono quando la svolta non arriva nel momento opportuno. Si sgonfiano in ripetizioni barocche, in disperati tentativi di ritrovare un filo, in revisioni che non raddrizzano piu’ una storia che se solo…