Dove non sai

Dove non sai è l’inverno che bacia il mare, è il vento a danzare sulla spiaggia, la brina a immalinconire gli ombrelloni. I sospiri dell’estate scomparsi all’orizzonte, le conchiglie abbandonate fra i capricci dei marosi e l’indifferenza di chi non c’è.

Dove non sai è un bagnino a cui chiedi degli amori più tristi, fra un bombardino e un’occhiata all’acqua: è ancora fredda. Ci sono storie che non sai, di cui qualcuno cerca scuse fra le lenzuola, nel camerino stretto di uno stabilimento. Dammi una scusa per non capire un suo silenzio, e un’altra ancora per una notte che lui passa fuori città. Dammi un graffio, un ricordo, un’emorragia di tristezza,;voglio perdere tutto quello che ho dentro fra la sabbia di Rimini e la sua capacità di scomparire a valigia disfatta, di scolorirsi di colpo, appena ci si ritrova stretti fra gli imbottigliamenti del ritorno.

Dove non sei ci sono storie, ci sono paure. E se non chiamo sono mille e uno tagli, sono gli spettri che ho nascosti fra le palpebre. Sono le fragilità ricevute in dono da una risata, da un rifiuto, da una rosa e un cestino, da un anello poi ripreso, da un “forse” che si è perso fra un tentennamento e un cosmopolitan, fra una sigaretta fumata fuori e più rientrata. Ci sono ragioni e radici e intere ragnatele di fatti, reazioni a commiserarsi, a coadiuvarsi, a incatenarti. Legacci a cui ci affezioniamo: le nostre amate fragilità, echi di una compagnia che ci portiamo appresso e di cui non sappiamo fare a meno. Ogni limite, ogni paura è in fondo un vecchio amore di Rimini, un pomeriggio passato al parco a struggersi per lei e le sue gambe lunghe, per la rossa e la sua gonna corta, per lei dalla risata irraggiungibile.

E dove tu non sei, dove tu non sai io ho continuato a coltivare la religione del ricordo, a incatenarmi nell’adorazione di ciò che è stato e dei mille sentimenti scorsi in rivoli sottili. Poi ho smesso. Ho però i cassetti ancora pieni di malinconie.


“Ho” a caso

Ho smesso di chiedermi se sono felice: ci sono mille motivi per esserlo e mille e uno scuse per non esserlo. Tempo perso.

 

Ho smesso di leggere tutte le e-mail, ho smesso di rispondere a tutte.

 

Ho amici che vivono qua vicino ed é una cosa buona e giusta. Molto buona e molto giusta.

 

Il tedesco non lo sto imparando, però alla serata tandem l’ho parlato con diverse persone e ho comunicato concetti intelligibili. Ho almeno ho avuto compagni di dialogo abbastanza gentili da lasciarmelo credere.

 

Ho l’influenza ma sta passando.

 

Ho tempo ma sta passando.

 

Ho domande per borse all’estero, ho case da cambiare.


Oggi

A casa con una semi-influenza, esco presto da lavoro.

Sarà anche che certe notizie sono ottime per demotivare dal rimanere in laboratorio dieci ore al giorno o lavorare nei week-end.

Oggi un’offerta di lavoro dall’estero. Fa piacere, specie considerando che sono loro a cercare me.

Però la cosa importante è un’altra: è riprendersi per LA festa.

Me la sono persa per due volte: una ero a Monaco, l’altra… non ricordo, ma in viaggio.

Il me dell’anno scorso aveva questa compulsione del biglietto facile, il me di oggi costruisce altro.

E intanto quella busta grande grande l’ho spedita. Vediamo. Quattro o cinque mesi e si saprà, no?


Questo silenzio

Questo silenzio.

C’è la luce fuori, placida e certa. Popola l’aria, l’esalta.

In questo silenzio la vedo, la immagino scaldare la mia pelle.

In questo silenzio i bordi della Vita… tutto assume un proprio colore, vivido. Si esalta il semplice esistere di cose e persone e oggetti e movimenti e stasi perfette.

È come essere innamorati: avverti tutto in maniera più profonda. Ogni cosa è abbastanza vera da catturare la tua attenzione, che si moltiplica e abbraccia tutto. Ricuce i bordi sbrindellati di realtà scomposte, negate dal rumore.

È silenzio, perché io sono vivo, ora.


Aspettando (II)

Ho visto una rosa marcire. La decorazione, la carta lucida.

Dov’ero io? Ero nella rosa?

Ho visto articoli rigettati. Dov’erano le mie ore, erano in quegli articoli?

Ho visto un pomeriggio dormire, una sera svanire, una settimana intera polverizzarsi d’attesa.

Ero io a dormire, svanire, sgretolarmi?

Diciamo che mi pongo delle domande.


Sognare…

Ho passato molto tempo convinto di non sognare abbastanza.

E invece avrei dovuto sognare di meno e vivere di più.

 

La realtà a volte è contraria alle mie idee, ci sono cose che sopravvivono solo nella mia mente, che respirano quiete sotto al mio cuore ma là fuori… sfioriscono in vapore dal profumo di nulla.

 

Mi dispiace ma ha ragione lei. Ci sono fughe tanto meravigliose che forse spenderci una vita a mettergli il sale sulla coda non sarebbe uno spreco. Però viene il tempo di cambiare gioco. Di farsi male.

 

Perché quando ti perdi in un domani disegnato con i tuoi colori, quando scegli la lente con cui guardare alle cose crei la possibilità una frattura e in quella frattura cadono i tuoi giorni, le tue attenzioni volte a perfezionare quel tuo quadro.

Poi un giorno ti bussa la differenza insanabile fra ciò che è fuori, vero, e ciò che hai cristallizzato nella tua opera.

La tua forza di volontà non basta a ricucire quella frattura.

Perciò rimani da questo lato della barricata, dove lo cose sono vere e se fanno un po’ male, lo fanno in maniera onesta.

 

Il problema è fare il conto con quello che non hai. Mentre nei tuoi sogni quello che desideri è.

 

Qui… quello che non ho.

 

A volte penso che principalmente quello che non ho sei tu dalla mia parte.

 

Ma è una visione ristretta delle cose. Ci sono dei non ho che sono davvero irrinunciabili.

 

Che devi dire, e vivere.

 

Quello che non ho è paura.

 

Quello che non ho è tempo da sprecare.


Limiti

Come diceva Claudio (1), immagina di avere solo un mattino. Immagina di avere solo un mattino per definire il vero scopo, per comprenderlo e ricavarne alla fine un modus operandi. Una ricetta insomma: trasforma l’immagine, l’idea nella Vita Vera. Finché non senti odore di sangue continua ad amalgamare, impasta se ancora non senti male, rimescola se non ti viene da ridere.

 

E aggiungi un tocco di Rum. Uno al cuoco, uno all’impasto.

 

Ora immagina di avere un’ora, un’ora soltanto per definire come comportarti. La risposta, la gestione delle tue priorità. Smettila di impilarle, prendi la prima. Quanto vale l’orgoglio? Quanto il profumo di una rosa? Quanto vale il sapore di malto, il giro di carte, le parole incespicate malamente in una discussione con un amico? Scegli. Hai un’ora.

 

1: http://provaciancoracla.wordpress.com/2012/02/10/ecco-uno-arriva/

Servono limiti entro cui definire l’azione, tradurre in Vita onde lente che si spengono nella mente. Se è l’essere finita a dare un senso alla vita, osservane il riverbero nelle sue sfaccettature. Nei giorni, nelle ore.


Slip by

Ci sono foto che scivolano così, sul monitor, senza intenzioni premeditate: non frutto di una ricerca ma il ballare del caso. Da una foto possono venir fuori nuove angolazioni di realtà che hai vissuto.

 

A distanza di anni può vedere l’immagine di un pomeriggio d’estate. Faceva caldo, e non era un periodo semplice. Guardi la foto e, ora che sai qualcosa di più su quello che stava accadendo alle tue spalle, scorgi il riflesso tagliente di una ferita mentre ti veniva inferta.

 

E non è importante. Non è importante perché ci sono altre foto. Di sorrisi interi e completi. Di persone che non sono evanescenti giochi a darsi un senso quanto la solida ricerca di un modo di essere vivi, un semplice essere.

 

Se c’è la Verità, là fuori, se ne emergono pezzi senza un perché, allora io Vivo ora e non faccio della Vita un gioco triste, a lavare le cicatrici. C’è altro, di più importante.


Aspettando qualcosa

“Ha gli occhi più vivi che abbia mai visto in viso umano. Il resto della paccotiglia che chiamiamo umanità si crogiola davanti alla luce innaturale del televisore, aspettando l’apocalisse. Aspettando qualcosa. Noi tutti aspettiamo qualcosa. L’aumento. L’amore vero. Un regalo. Una sorpresa. Un figlio. La morte. Lui non sta aspettando. Non sa cosa vuol dire aspettare. Non vede il passato, non vede il futuro.”

“Ed è per questo che, mentre mi riparavo gli occhi da un sole spietato, non sentii paura, non sentii il richiamo del domani, non mi pentii di niente, salvo del tempo perso a pensare di poter raggiungere qualcosa. A volte, mi dissi, bisogna perdersi. E forse qualcosa ti raggiungerà.”

L’ha scritto Claudio. Avevo appena parcheggiato sotto Piazza Vittorio quando ho letto questo suo intervento. Ero in anticipo. Poi sono salito e ho aspettato. Altri a passeggiare sotto i portici. Decido di entrare a scaldarmi. Una birra, per iniziare la serata.

Arrivano poi gli altri. Parlo con Tonino, l’accento londinese. Cecilia offre un giro di assenzio, le zollette che si fanno masticare dall’alcol. L’assenzio comincia a fluire in onde lunghe, frustate morbide di cui non senti lo schiocco.

Parlo con Carlos, parlo con Hannah, parlo con Alice, con Paolo.

Molti bicchieri dopo stiamo ballando da Giancarlo, 2.

Ci sono sciarpe che si perdono e bottoni che catturano, li liberi e ricatturano. Avranno ragione loro. Non bisogna fare rumore che Dragos dorme.

Ci sono mattini che arrivano, così, non te ne accorgi. Ci sono rientri a casa alla nove del mattino. C’è un clacson a svegliarti al semaforo.

Ci sono ore di Motel Connection e musica elettronica mentre provi a scrivere quella parte di articolo. I battiti scaglionati si mescolano ai comandi di R, ai cicli, ai data frame, a Latex e le sue opzioni, alla pizza nel pieno pomeriggio.

E Claudio ha ragione.

 

So feel that sun liquefying

Hear your sough in time

So hear the sound that survive

 


Le cose là fuori

Ci sono le cose là fuori.

 

Da qualche parte, dicono poi che ci siamo anche noi.

 

Reale? Io?

 

I lineamenti che mutano, i desideri che si affinano: li temperi, si spezza la punta, li getti via snervato.

 

Prova tu ad essere alto un metro e sognare la collezione dei Cavalieri dello Zodiaco per poi ritrovarti poco dopo confuso dal suo profumo di vaniglia.

 

Come niente ti trovi ad ascoltare Firestarter e ubriacarti, De André e non capirlo, gli 883 e rimpiangerli.

 

Sei sempre convinto di avere stretto in mano il filo di te stesso? Non è forse l’inerzia quella che ti spinge a inseguire sogni che si sono già consumati, che hanno perso la loro carica? Non ti riesce di ammettere che la maggior parte dei desideri non erano neanche i tuoi, usato sicuro. Sacrifichi la vita ai desideri dismessi di qualcun altro. Il genere di errore che il mio comodino non farebbe.

 

Puoi anche realizzarlo a un certo punto e la fottuta inerzia continua a guidarti, verso coste che non ti interessano più, verso secche ormai inevitabili. Consumati, se ti va.

 

Allora scegli ogni giorno cosa desiderare. Guarda il sentiero, non mete che raggiungerai in una pelle diversa da quella che indossi ora. Vuoi spendere i tuoi vent’anni per soddisfare un quarantenne che magari non berrà neanche più la tua marca di birra preferita?

La meta non ti appartiene, è di quell’altro; ma la strada è tua. Scegli quella. E smetti di ascoltare le vecchie canzoni: lei non tornerà, e comunque ormai il tempo si gioca a dadi le sue rughe e il suo culo basso non distrae più nessuno.


Oltre il mare

Giornate impegnative: finisco con l’essere stanco, nervoso alla domenica sera, arrabbiato al lunedì sera, quando non ce n’è motivo. C’era quel video, ieri, che invitata a riflettere come ciò che inseguiamo non ci soddisfi più due settimane dopo averlo raggiunto: cerchiamo sempre nuove vette, nuovi “inner circle”, nuova competizione. Riflettiamo sul buono, sul raggiunto. Non arrabbiamoci con Vodafone. Mettiamogli una bomba.
Cosa ci fosse oltre il mare lo scoprirono solo coloro che lo solcarono.
Degli altri si dice snocciolino sguardi lungo le coste, li rivolgano alle loro faccende e lascino pensieri qua e là, a colare verso riva, a ferirli di distrazione. La notte i tarli si insinuano fra i loro cattivi riposi.
Coloro che partirono invece, sbarcarono poi fra l’acqua fredda, la ghiaia a ferire i piedi, alte palme a distrarli dalle memorie del ritorno.

Ero stufo di provare nostalgia per un un futuro che non c’era e così fui fra coloro che si imbarcarono.

Passate che ebbi le Canarie, seguii come molliche di pane le Pleiadi. Non le raggiunsi mai e ancora ho di che viaggiare, di che consumare scafi e suole.
Dall’altra parte della costa posai diligentemente il mio nome sulla sabbia: a cosa serve averne uno dove non ci sono città, né osti, né conti da pagare?
Preparai il ritorno bruciando le navi. Quel caldo saluto era un addio o un benvenuto: non ho mai capito appieno la differenza.
Camminai fra le terre che qualcuno chiamava possibilità mentre altri vi ambientavano storie di uomini neri al duplice scopo di spaventare i bambini e scoraggiare sé stessi dal desiderare troppo forte, troppo in là quando c’erano confini rassicuranti e mari a dividere il raggiungibile dall’eccesso.
Incontrai sovrumani silenzi, e dapprima col mio semplice sopravvivere, poi con il coraggio della disperazione imparai ad abitarli.
Smarii il senso del ritorno, camminando lungo quella che ora chiamano la Gran Via e che allora non aveva nome né per me, né per i pappagalli multicolore che incontravo. Era solo strada e significava “metti un piede di fronte all’altro. Ancora”.
Arrivai dovunque dovessi, perché non c’era fine, in quella strada lunghissima tanto da non chiedere di essere percorsa tutta, tanto da non sfibrarti di domande “Quanto manca?”. Mi parve di udire in sottofondo la risposta: “Più di una vita. Riprendi a camminare”.
Dall’altra parte del mare, c’è un mare intero a separarti dalle tue paure.


L’importanza dell’ignoranza

“Non bisogna mai vergognarsi di non sapere”.

Angelo Ogbonna

 

Io sono anche d’accordo con te e credo che sia una lezione da tenere a mente.

Però se avessi sentito le domande durante il compito di Informatica forse ti ricrederesti…

Un mio collega mi raccontava che uno dei segreti di chi diventa un vero esperto è mantenere la mentalità di un principiante: sempre curioso di capire i meccanismi delle cose, di migliorarsi. Evitare i pericoli del plateau “Good enough”.


Quello che faccio

Oggi, nel pomeriggio, ho avuto una Skype call con una persona che considero uno fra i maggiori, se non il maggiore esperto nel mio campo.

Questo è il bello del mio lavoro. Quante volte capita a voi di potervi confrontare con i migliori del vostro settore a livello mondiale?

Non fraintendetemi: ci sono frustrazioni a bizzeffe e i beceri dettagli sono il pane quotidiano. Non si vive certo di sole idee ma di trucchi del mestiere (che io non conosco), di esperienza, di equilibri.

Però sono piccole cose che ti fanno arrivare a casa, preparare la cena e riprendere a lavorare. Magari con uno o due bicchieri di Mateus e un sorriso.


Cambiamenti

Quanti cambiamenti programmiamo?

Quanti cattivi giorni ci nascondiamo dietro la promessa di un cambiamento: a qualcuno, a noi stessi?

Com’è che nasce un cambiamento?

Non lo so. Però ho scrutato a lungo il silenzio con orecchio vigile, ho ordinato mille e una volta ai miei muscoli di muoversi, poi, un taglio nel silenzio: quello scatto infinitesimale e rinizio a muovermi.

Changing of the guards.

Uno dei miei primi post si chiamava così, Cambiamenti. Era il Dicembre 2005.

Era li vedo i cambiamenti a cui sono andato incontro e non mi illudo più di aver raggiunto nessuna riva, ora guardo al viaggio, alla necessità di mutare. Ciò che non muta muore.

Mi scrollo di dosso le briciole d’apatia, sorrido della vecchia pelle. Mi ha tenuto compagnia quando serviva quel modo di proteggersi dalle cose. Ora sollevo la coperta e guardo fuori. Non mi piace tutto quello che vedo ma mi piace l’aria che si muove, che non puoi stringere nella mano.

Happiness is not a state to arrive at, but a manner of traveling.

Maybe.

But to me, that should be a manner of being. Being seems such a good alternative to just stay there, days spent collecting dust. Dust that poisons your beer. That does not sound great.

Buon viaggio, buoni cambiamenti.

 


Camminiamo

Camminerei per ore e ti parlerei per giorni, delle cose più insignificanti, delle cose che mi stanno a cuore, di quelle che sento di voler dirti, a dipingerci un contorno: noi dentro, protetti dalle parole condivise, da quel mescolare di pensieri.

Conoscendoti, scusa, immaginandoti, so che ascolteresti paziente, a darmi la sensazione che le mie parole abbiano trovato un posto dove cadere, lievi, come una carezza gentile che lasci che io ti dia.

Là nel bosco saremmo legati a doppio filo: tu la mia salvezza, io la tua prigione di parole. Ascolta ancora un po’, ti prego. Troppo spesso ho usato la dignità per impiccarmi ai miei silenzi. La senti l’aria fredda? Mi fa venir voglia di vivere oggi, più che domani.

Camminiamo: muovo i passi dove non ci sei e ascolto una foglia che cade, un ramo che si spezza poco più in là. È il respiro del bosco.

Il mio silenzio è più forte.


Se potessi

Io, se potessi, ti chiederei di essere serena, la capacità di sciogliere ogni preoccupazione con un pensare più sottile e soffuso.

Ti chiederei di avere una fiducia senza mire né limiti, la certezza che qualcosa di buono sta sempre per arrivare.

Sai cosa ti chiederei? Di essere felice molto prima che io arrivi, e poi molto dopo.

A quel punto, me ne andrei. A cercare qualcuno che abbia bisogno di me, perché in fondo sono un egoista bastardo e ho bisogno di sentirmi utile.

Giorgia Carelli liked this post

Fuori dalla finestra

Non si respira, apro la finestra. Ho mal di testa e il sonno manca, chissà perché. Guardo fuori. Non ci sono persone, poche macchine. Dov’è la gente? Mi passa per la mente che nessuno sta guardando le stelle. Alzo lo sguardo: non ci sono stelle, da qui non si vedono. So, o è una credenza, che le stelle ci sono, mi pare di ricordarlo. Devi muoverti e andare fuori, camminare oltre le mura. Ci sono, lo credo ancora ma è più una speranza con cui struggersi, un vizio, che una certezza.

 

Ho buttato due anni della mia vita, sotto molti e diversi profili. Forse sotto tutti i punti di vista.

 

Ci sono le priorità. Le cose a cui non si può rinunciare. Poi ci sono quelle estremamente importanti, e infine tutte le altre.

 

Pensavo stamattina, camminando verso il Politecnico, con il mal di testa, che dovrei ancora volere renderTi orgoglioso.

 

Scusa, ero distratto e non ci ho più pensato. Ho buttato due anni e ti chiedo scusa, non avrei dovuto.

 

Ci provo a fare meglio.

Silvia Nazzareni liked this post

Breaking Bad

Ho consumato lo sguardo a guardare il mare aperto, fissare lo scomparire delle onde.
Irraggiungibili ed eteree.

Stufano.

Allora mi sono voltato verso le rive che desideravano ghernirmi. Gli scogli taglienti e incombenti. Ci sono un sacco di confini, a farci caso, un sacco di potenziali fastidi, problemi.

Ho quindi fatto i miei particolari buoni propositi per il nuovo anno…

I am breaking bad, Baby.


Alla ricerca di Merlino

Mancavano un paio d’ore al 2012 e io mi trovavo in questa casa, in mezza a una foresta bretone dove dicono abbia vissuto Merlino.

Mi sono allontanato per sedermi in veranda perché ho pensato che devi guardar fuori per dare la possibilità a Merlino di apparire. Ho provato a scrutare fra gli alberi scossi dalla pioggia, fino a dove lo sguardo si confondeva nella notte e le possibilità si facevano più sfumate, meno negabili.

Non ho visto Merlino sbucare da un cespuglio, non ho neanche intravisto il suo cappello o il lungo bastone, niente di tutto questo.

Eppure sono convinto che Merlino sia sepolto in ogni radura, mi spii dai rami alti degli alberi, sia a un passo appena, un cespuglio a separarci.

Ci sono mille possibilità già sepolte e mille da… capire.

E milioni di ombre fugaci che non sono Merlino, ma scuse di una menta stanca.

 

Sulla strada del ritorno, lasciata la Gare du Lyon ho intravisto un Leroy Merlin proprio ai margini della ferrovia. Ma non è la stessa cosa.

 

È stato divertente essere scambiato per tedesco, in un bistrò dove mi ero fermato a mangiare. Scambiare qualche battuta in tedesco e uscire.

 

È stata bella quella danza sulle panche.

 

È stato bello vedere quel vecchio film francese seduto sul divano con Camille e Pauline.

 

È stato bello passare a trovare l’altra sorella di Camille: il suo accento inglese fantastico, il suo caffè forte, il suo ragazzo che ha un PhD su Model-driven development (che persona meravigliosa!).

 

È stata bella Caen, il Cidro, le Gallette, il Camambert, la Quiche, l’Embuscade o come diavolo si chiamasse quel cocktail.

 

Ho scoperto anche che il Calvados non viene dal Portogallo (shame on me).

 

Ho visitato Mont Saint-Michel.

 

È stato un buon inizio d’anno.


Übrigens

Fra l’altro pare che io a Caen ci sia anche già stato, durante un inter-rail di molto, molto tempo fa. Me lo ricorda Stefano, parlandone di fronte a del limoncello. E pare che io abbia parlato anche a due giovani inter-railliste quella volte che…


Che poi anche a Karlsruhe c’ero già stato, durante il secondo inter-rail. Era stato Andrea a ricordarmelo.


Ma io non ricordo nulla dei posti dove sono stato? Mi porto dietro solo impressioni, riflessioni. Frammenti labili. Continuo a muovermi. E poi accumulo, accumulo, dimentico, mi ricordano, re-incontro.


Bene. Domani si parte, sveglia alle 6. Mi piace partire. È a stare che non sono tanto bravo.


Bé nel caso non scriva più per quest’anno, ci si vede dall’altra parte. Io sarò quello ubriaco e decisamente simpatico.


Adorabile Tomasson.