Viaggiare

Ho un rapporto strano con il viaggio.

Viaggio, ho viaggiato. Da solo o in compagnia, in macchina, in aereo. In Europa o fuori.

Ho iniziato a viaggiare quando avevo sedici anni, durante quelle prime vacanze in Costa Azzurra, senza genitori, solo una tenda e degli amici. Ho poi fatto due interrail, attorno ai vent’anni.

Negli anni del dottorato ricordo di aver preso tanti voli: per conferenze o per andare a trovare gli amici Erasmus sparsi per l’Europa o gli amici storici trasferitisi qua e là. Quando vivevo a Monaco avevo una ciotola trasparente che strabordava di biglietti di aereo, treno, trasporto pubblico di diverse città.

Però non posso dire di amare viaggiare.

A volte mi serve, mi è necessario per rinascere. Per imparare ad abbandonarmi. Ricordo quel viaggio che o mi ammazzavo o partivo. Prima di partire descrissi perché partivo:

E domani mi metto in macchina e parto. Parto per cercare di non essere un coacervo di preoccupazioni, di timori. Per vedere se i pezzi che ci sono bastano a cavarne fuori un Uomo che stia in piedi.

Dovevo chiudere un conto in Germania rimasto aperto da anni, dovevo chiudere i conti con una città che avevo abbandonato. Dovevo ritrovare L. Quel viaggio fu speciale perché conobbi S., che poi divenne la moglie di L. In quel viaggio L. mi accolse, mi rimise al mondo.

Il viaggio più bello che io ricordi fu proprio quello al loro matrimonio, in India. A parte quel momento in cui correvo da solo per il terminal di Abu-Dhabi, sperando di prendere il mio aereo per Monaco di Baviera. Chi vuole restare da solo ad Abu-Dhabi? Non io.

Ricordo con angoscia il viaggio che feci lo scorso Novembre ad Atlanta. Per la situazione difficile che vivevamo a casa. Fu orribile. Odiai ogni minuto.

Viaggiare per lavoro è qualcosa che non mi piace. Mi sembra si comprino la vita. Mi sembra che mi portino via da dove sto, che non sia più nei miei luoghi a dare affetto alle persone e alle cose che amo. A cogliere le possibilità che mi aspettano a Torino. Questo è un pensiero particolarmente idiota contando gli anni che ho vissuto da un’altra parte.

Ricordo anche viaggi che sono stati estremamente leggeri, sereni. Mi ricordo quando mi inerpicavo per le montagne dell’Austria in un coacervo di treni da cambiare, di corriere di paese che non si capiva dove prendere o dove dovessi scendere. O mi ricordo di ritorno dalla Slovenia, con quel passaggio in macchina e lo sciopero dei treni e mille e uno cambi per capire come tornare. Dove dovevo tornare? Chi lo ricorda.

Ma viaggiare mi sembra che sia mettere la Vita in pausa. Allora forse in certi momenti è necessario, per tutelarsi, per darsi lo spazio per riprendere a respirare. In altri momenti forse non sono pronto, so solo agitarmi a vuoto e mi secca non poterlo fare. Se mi metti a pensare quando sono in quello stato non ci riesco. Mi sento male.

Ci sono cose di me che non riesco a capire: a volte mi butterei nelle imprese più assurde, altre provo una repulsione per ogni gesto che mi sembra allontanarmi dalla mia zona di comfort. Ho equilibri strani.

Forse conosco solo l’incoscienza o l’ansia. Le spariglio come due alternative fuori luogo. Forse mi serve la serenità. Ma la serenità forse arriva a un uomo che ha equilibri e traguardi. Io tengo in bilico i pezzi di cuore che ho sparsi fra le persone e i periodi, e i dubbi. Finora l’unica cosa che sono riuscito a spazzare via sono i rimpianti: non li conservo più. Ma ho ancora tanto da capire. Io credo che esista una versione di me grandiosa. Intendo, ancora più grandiosa. E che io possa raggiungerla. Chissà, forse si trova alla fine di un viaggio che devo ancora capire.

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