Profughi

Lo so, siamo profughi dell’amore. Vaghiamo confusi, come inadatti al mondo. È il nostro destino di sopravvissuti a relazioni a cui non eravamo pronti a sopravvivere. Sopravvissuti, sì, ma per sbaglio. Come la selezione naturale non avesse fatto il suo dovere. Non noi, non siamo adatti. Siamo mutilati e sghembi e stanchi. Ci hai fatto sopravvivere per poi abbandonarci qui, dove non ci raccapezziamo.

Ci ricordiamo vie che è inutile ricordare: conosciamo le mappe di città che non sappiamo più raggiungere, che non si possono più raggiungere. Noi ci avventuriamo, di tanto in tanto, ci arrischiamo a prendere scorciatoie che un tempo erano buone, che ci inorgogliva conoscere. Allora erano strada che ci facevano guadagnare qualche minuto per raggiungere prima le case che amavamo, i luoghi di incontro che avevamo eletto. Oggi danno su dei precipizi, i crateri ne decorano i bordi. Devi evitare buche grandi come angurie, procedere lentamente. Il paesaggio, spettrale, ti fa dubitare, ti chiedi se ti sei perso. No. È la realtà che si è persa, ma questo per capirlo ci vuole una sicurezza molto grande. Tu sei ancora tu.

In fondo al cuore sappiamo che non ci sono case a cui tornare, che se ci fossero non assomiglierebbero a come erano il giorno in cui le abbiamo lasciate. Per cui vaghiamo, come permanentemente in viaggio, come in gita fuori tempo massimo, come chiusi fuori casa, imbarazzati, con un ricambio solo nel bagaglio. Con un zaino stinto, le scarpe consumate. Ci raddrizziamo, ci spolveriamo. Acquisiamo portamenti decorosi. La dignità, sempre. Un uomo, una donna, li giudichi da come vivono quando l’onda della fortuna si ritira. Quando a terra lascia una malinconia umida, che si asciuga a vista d’occhio. D’altra parte, dove vuoi che andiamo se tutti i luoghi che conosciamo non esistono più?

Negli occhi te lo leggo: hai un nome sulla punta della lingua che desideri pronunciare. Cerchi la pausa in cui infilare l’aneddoto, l’aneddoto che come un filo ti riconduca a quel nome. Vuoi dirlo, liberarlo per rimetterlo al mondo. Soffiargli la vita dentro, vederlo danzare davanti a te e vedere l’effetto che fa. Rimarrai delusa, sai. Certi nomi sembrano pieni in bocca e appena usciti fuori cadono a terra, pesanti, incapaci anche di un semplice volteggio. Speravi che un refolo di vento li sospingesse, che qualcuno ti ascoltasse, sorridesse, capisse, ti aiutasse ad infondere il colore in quella memoria, un tempo così preziosa. Che un tempo ti rendeva vibrante. Ma le storie scadono: ciò che era allegro oggi è, semplicemente, distante.

Siamo profughi, forse, ma conserviamo negli occhi quella dignità di chi ha visto e cavalcato sublimi fremiti di guerra. E in cuor suo sa, che la forza si conserva intatta. Siamo solo intrappolati in romanticismi che appaiono vuoti a chi ci osserva da fuori. Ma noi sappiamo che quel funerale che trasciniamo così a lungo è anche per una parte di noi, e che noi non meriteremmo nulla di meno.

Siamo profughi, sì. Ma nella mente nasce già il prossimo progetto. Quando costruiremo porte sublimi, mura grandiose, fondamenta solide. E in giardino seppelliremo le ultime immagini di quelle prime città che abbiamo visto bruciare.

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