Matrimonio, ma mica quello, un altro

Ieri sono stato al matrimonio di Giulia e Andrea e scriverò di un matrimonio. Ma non quello. Uno che ha luogo in Riverberi di Viaggio e di cui potrete leggere solo fra molti capitoli.

Una sera d’estate, su nel Canavese. La sera seguita a una lunga giornata, iniziata con una breve celebrazione negli uffici di un piccolo comune. Visti gli articoli 143, 144, e 147 del Codice Civile due persone erano state unite dal vincolo perpetuo del matrimonio. Ricche libagioni erano seguite e, visto che Giulio era un amico dello sposo, egli aveva preso parte alle ricche libagioni, agli innumerevoli brindisi, agli applausi seguiti ad ogni bacio. Poi i parenti avevano iniziato a defluire, lentamente, al passo stanco delle ossa anchilosate, degli anni che zoppicano, della scarsa voglia di risalire in macchina.

Le birre si erano fatte da ghiacciate a fredde, i camerieri rimasti apparivano stanchi, gli ospiti rimanenti avevano gli occhi resi vacui dall’alcol.

Ma Giulio non era circondato dagli amici, non stava complimentandosi con la sposa per l’eleganza dell’abito. Giulio era invece seduto su una panchina nell’ampio cortile della tenuta. Da una porta aperta poco lontano veniva la musica della festa. Giulio si lasciava cullare dall’aria fresca della sera, da quell’attimo di quiete, lontano da tutti. Chiuse gli occhi e sentii un instante, un istante solo di pace assoluta. Senza domande. Senza paure. Senza futuro.

Poi captò delle note più flebili, le note di una canzone che conosceva. Fece qualche passo in quella direzione, si fermò a una decina di metri dalla casetta del custode. Da una radiolina sul davanzale venivano le note di Al compleanno della zia Rosina.

“…il treno non passa ancora eppure io l’aspetto

la canzone più corta di questa anche lei è finita

la Vita, la Vita e Rita s’è sposata…”

Giulio muoveva le labbra al ritmo di quelle parole. Prese un sospiro forte, si voltò fece per tornare sui suoi passi e nella penombra vide Aida, una sua amica conosciuta alcuni anni prima. Il volto di lei era appena illuminato dalla luce di una sigaretta. Lei la allontanò dalla bocca e gli fece uno dei suoi sorrisi timidi.

Giulio rispose al suo sorriso e le si avvicinò.

“Vecchia roccia” le disse battendole una pacca sulla spalla lasciata scoperta dal vestito.

Lei lo guardò e scosse appena la testa.

“Mi fai compagnia?” – senza aspettare che Giulio rispondesse si diresse verso uno dei divanetti a metà fra la festa e la radiolina, proprio al centro del nulla, dove ogni approdo è ugualmente distante.

Stettero lí in silenzio mentre Aida fumava.

“Oggi sei venuto da solo” – disse Aida – “Magari hai incontrato qualche bella invitata che non ti ricordi affatto Elena?”

“Nessuna mi ricorda Elena. Nemmeno io mi ricordo di Elena”.

Aida guardò Giulio per un attimo, poi riprese a guardare davanti a sé.

“Come stai?”

“Bene”

“Hai risposto troppo in fretta perchè sia vero”

“E’ l’abitudine: e’ una vita che dico che sto bene”

“E non e’ vero?”

“No, non lo e’. Stare bene non e’ la mia natura”

“E’ un peccato”

Aida ispirò l’aria. Poi prese un’altra sigaretta dal pacchetto. Lo porse a Giulio senza una parola. Giulio prese una sigaretta a sua volta e lasciò che Aida l’accendesse.

Fumarono in silenzio.

Fu poi Aida a chiedergli: “perche’ non puoi essere semplicemente felice?”

Giulio alzò lo sguardo, volse la testa a destra e pensò prima di rispondere “Sai, e’ come se dovessi disegnare la mia Vita e questa fosse l’unica cosa che conti. Come se io avessi speso tutte le mie energie a progettare un quadro dall’equilibrio perfetto, dalle armonie piene. Impiegato tutte le mie energie ad apprendere le tecniche, perfezionare la pennellata. Però io, per qualche motivo, non ho i colori. I minuti passano, e tutto quello che ho progettato, tutto quello che ho appreso non servono semplicemente a nulla. Rimango di fronte a una tela bianca senza la possibilità neanche di cominciare. Ogni tanto qualcuno passa di fronte a me e mi getta uno sguardo a volte di rimprovero, altre volte di pietà. Come io non avessi le capacità o il coraggio di un’idea o l’istinto di perseguire un’intuizione fino alle sue conclusioni più ardite e sorprendenti. Ma nulla di tutto questo è vero. Io sono pronto, ho lavorato più di chiunque altro io conosca, ho una voglia immensa e amo intensamente i miei progetti, la mia voglia. Ma ne io ne chi mi osserva può vedere nulla di tutto questo. Solo una tela bianca, come fosse un’accusa che io faccio a me stesso, che fa eco nella stanza grande e vuota, negli sguardi sciocchi, nel ticchettare dell’orologio.”

Aida tacque, perchè a volta neanche la sera ha le risposte a certi rompicapi.

“Giulio, io non so dove tu possa trovare i colori”.

“Sai, ho perso anche la voglia di cercarli” disse Giulio facendo spallucce

“E sbagli” – rispose Aida, con quel tono che si usa per le parole che bisogna dire e alle quali si sa che bisognerebbe credere.

Giulio fece un sospiro e disse – “Lo sai, non e’ giusto. Semplicemente non lo e’. Ho amato, lottato, costruito, creduto, ricominciato tutta la mia Vita. E sono sempre al principio”

“È vero” – disse Aida – “ma la Vita mica è giusta. Semplicemente è”

“…o non è” la interruppe Giulio.

“Già”.

Rimasero ancora lí, seduti, a cercare un modo di riprendere il discorso. Un punto di vista, un’affermazione, una rivelazione piccola o grande. Ma con la luna che li fissava, Rino Gaetano che sfumava sullo sfondo e i grilli che continuavano ad accusarli rimasero come paralizzati. Intrappolati per sempre in una sera di giugno, incapaci di rompere la bolla, guardarsi, parlare. Capire.

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