L’abisso

Mi sembra di essere seduto sul ciglio di un dirupo, le gambe a penzoloni nell’abisso. È una notte scurissima, di quelle senza strade, dove gli orizzonti non sono definiti, mancano di dettaglio, sono solo abbozzi.

Soffia un vento freddo e forte, che in quel silenzio mi porta all’orecchio nomi che mi confondono. Nomi di donne che le ho guardate negli occhi, ho visto dove la notte incontrava le loro paure. Le ho prese per mano. Ho aspettato che i loro pensieri si sciogliessero, si dimenticassero che cosa le trattenesse, che cosa spezzasse loro il respiro. Le ho strette fino a che si sono dimenticate anche come io mi chiamassi. Poi hanno ripreso la loro strada. Mi piace pensare che fossero più libere di come io le avevo incontrate.

Ecco, io quando sono qui che guardo l’abisso lo so che vi è una distanza siderale fra qui e le persone. Epperò compare un amico che mi bussa sulla spalla, mi volto e mi porge una birra. Rimane in piedi, il tempo di bercela. Mi parla in lingue antiche che per altri possono aver perso di significato, ma non per noi. Lo ringrazio. So che passerà ancora qui, lungo il mio abisso, in certe notti che avrò sete. So anche che questo è il mio luogo, solo il mio. Qui ricevo offerte di birra e parole, poi torno a coltivare il mio giardino in cui crescono altezze vertiginose, notti profonde, venti dirompenti.

Rimango qui, con sei ottavi della pazienza che non ho. Rimango qui a scriverti un pensiero lungo da qui al fondo dell’abisso, e che poi risale, dall’altro lato della vallata. Un pensiero che non può venirti a prendere, ma un pensiero che uso per addolcire le notti, per preparti un giaciglio di parole. Quando arriverai ci sdraieremmo su di esso, fisseremo la notte, senza il bisogno di capirla.

Ho capito alcune cose riguardo l’abisso. Prima di tutto la mia relazione con esso: ho capito che io lo guardo, mica ci devo cadere. Quindi faccio attenzione a quello che ci posso capire, in quell’infinità apparentemente vuota. Ma non mi deve interessare la sua profondità, la fatalità della caduta, i cento e uno modo in cui potrei frantumarmi su speroni, pareti scoscese o fondali ineguali. È stupido pensare come talvolta finisca col dislocarmi una spalla, mentre mi agito al pensiero di come la caduta potrebbe frantumare questo osso o quell’altro. L’abisso può farti male solo se decidi di caderci. Che non è il modo migliore di usare l’abisso. Con l’abisso bisogna giocarci a briscola.

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