Cocci

Respira, è inevitabile, respira questa tristezza, di quaggiù non puoi fare altrimenti. Chiudi gli occhi, se ti va. In fondo non c’è nulla da vedere là fuori, è tutto dentro. Ora che hai gli occhi chiusi lascia che l’odore che avverti pervada i polmoni. Lo riconosci? È la decomposizione di giorni, di progetti, di idee, di persone.

Non so come sia avvenuto. Credevo. Sono fatto a quel modo lì io: non tento di capire. La comprensione la spreco per le cose futili, per quelle che contano mi limito a credere. Così. Pensavo bastasse la fiducia. Pensavo che credere fosse sufficiente, uno scettro in grado di disperdere ogni rannicchiarsi di rancori, di possibilità insondabili. È facile dire ora che mi sono sbagliato. Ma ti giuro, rifarei gli stessi errori, non diventerei neanche un briciolo più saggio. La saggezza mi sembra un cattivo affare.

Pensavo di aver ancorato i miei baci con cura, di averli depositati sulla tua fronte con attenzione infinita, di avere deposto giornate, e pensieri, e dediche tutto attorno. Che ci fosse una rete solida a tenerli lì. Contavo si trovassero bene e che sarebbero restati. Ma poi le cose si scuotono, le realtà tremano. Un rumore sordo e a terra rimaniamo io e le idee più sciocche e grandiose che io abbia avuto. Non mi so pentire, ma vorrei saper dare ordine a tutti questi cocci, ricordare ognuno che forma componesse, prima. È questo un bacio che ti ho dato quel giorno che sorridevi per quel lavoro che avevi ottenuto? O è di quando avevi riso a una mia battuta? O magari di quando avevamo trovato una bottiglia di buon vino in qualche scatola che non ricordavamo piú di avere.

Sai, ho scommesso tutto sulla forma dei tuoi sorrisi. A me pareva una forma pronunciata, decisa. Inarrestabile. Erano certo abbastanza per tenere a bada me, per addomesticarmi. E invece erano come candele, sparse per le sale della mia mente. Un istante, un tremolio in sincrono e poi è stato il silenzio. Mi ha stupito sai. Aguzzavo l’orecchio; non c’era traccia della tua voce. Mi chiedevo se fosse semplicemente silenzio il tuo ma invece era assenza.

Chissà dovevi hai portato i tuoi sorrisi, chissà che ne hai fatto dei miei baci. Se li conservi da qualche parte, in qualche scatolone impilato, sotto alle scatole di bianco, dietro a quei libri che ancora devi restituire. O forse li guardi e non li capisci più, non sai più leggere le tracce della mia fiducia nelle incrostazioni che ti ho lasciato sulla pelle. Forse quella pelle non ti serve neanche più, un po’ come me.

Chissà. Chissà se hai saputo risorgere. Continuare a essere bella, semplicemente distante. Chissà se la fiducia aveva valore, se ti serviva. A me è servita. L’ho spesa. Ma è così che si fa con le cose belle. L’ho spesa bene. E questa tristezza in fondo mi sussurra questo. Che ho scelto. E sono stato felice. E che poi viene un tempo diverso.

Ho sempre fiducia, sai. Forse un giorno la terra tremerà ancora, a cercare di convincermi che sono sciocco. Forse la sera soffierà ancora sulle candele che ho acceso faticosamente. Però ci sono cose che siamo e che dobbiamo avere il coraggio di continuare a essere. Anche quando ci sembra di essere immersi fino alla vita in cocci, che al solo pensiero di muoverti sei già dissanguato. Che importa. Si può continuare ad avere fiducia anche sanguinando.

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