Vorrei prenderti per mano

Sai, vorrei prenderti per mano e portarti via dai fiori inutili, stesi a seccare, dalle formule di rito, dagli abiti scuri. Prenderti con la forza delle braccia e portarti più in là, dove tutto questo non ha senso, un gioco vuoto e sordo. Vorrei andare, con te, dove si sovverte la gravità che fa cadere le cose, che le fa accadere, dove si può cancellare d’un gesto quel senso irreversibile che ci scorre contrario: ti porterei dove posso lottare con la corrente, e riuscire a tenerci uniti.
Mi piacerebbe portarti dove tutto si trasformi in un suono secco e distante, che si può scacciare in un gesto per tornare liberi di dimenticare. Ti porterei dove vuoi: nei posti che hai visto e amato, in quelli dove sei stata felice e in quelli dove sei stata forte. In quelli dove non credevi più di tornare, in quelli che hai conservato stretti e ti meriti di ritrovare.
E’ con cura che sceglierei la luce esatta di quei giorni, l’angolo con cui il sole batte sui tuoi capelli neri. L’acustica sarebbe perfetta, creata apposta per riflettere le nostre risa incrociate.
La tua voce sarebbe ancora un suono mielato, preciso e perfetto. Diresti parole dai contorni pieni e buoni, saresti ancora dedicata in ogni tuo gesto. Attenta, il perno centrale attorno a cui ruotiamo tutti: le persone e le cose, i ricordi e i ritmi, gli affetti e i doveri. Chi mai troverebbe il coraggio di venirti a reclamare? Chi avrebbe l’ardire di lottarti a noi, chi, chi oserebbe provare a sottrarti? A toglierti di sotto quel mondo completo e perfetto che hai costruito, anche per noi. Anche per me.

Poi ti chiederei se possiamo fare merenda; ci sarebbe, ne sono certo, la marmellata e il succo allungato con l’acqua. Il sapore sarebbe sempre identico, una serena ripetizione. Poi usciremmo in cortile, andremmo verso la rimessa. Mi volterei per vederti arrivare, tirare i bon-bon fuori dalla borsa. Dopo, quando tu fossi lì lì per dirmi che devi andare, come tu ti dirigessi verso la bicicletta, io non commetterei l’errore di lasciarti andare sola, avrei imparato, ti giuro. Ti accompagnerei, pedalerei più veloce che posso, per evitare che tu mi lasci indietro, che scavalchi la collina dove io non posso vederti, dove rischio di perderti. Non ti lascerei più infilare nelle mie distrazioni. Correrei più forte di ogni monito, più determinato di ogni paura. Dove non ci raggiunge l’odore di incenso, dove ci siamo tu, e io, e tu mi sorridi. E non c’è nulla, proprio nulla che possa venire a disturbarci: dove non ci sono telefoni o ritorni. A quel punto, su tutto ciò che è vero, impedirei al giorno di scivolare via, tratterei il tramonto, che gli rimanga in gola. Perché abbiamo già avuto i momenti in cui abbiamo dovuto dare, ma non quello, no. Quello non ce lo potrebbe togliere nessuno perché quello sarebbe il nostro tempo. Potremmo allora tornare a sedere lungo la fontana, se vuoi, o sulla panchina bianca, riparati dal kiwi che cresce fino a coprire tutto il gazebo. Potremmo andare a vedere i pomodori che crescono all’ombra del melo spezzato dal temporale. Il cipresso lo guarderemmo con rispetto, ma sicuri che non possa cadere in quel nostro mondo immobile. Dove c’era la palma ne pianteremmo un’altra, dove le lumache attaccano le zucche noi le spargeremmo di sale. Veglieremmo su quel nostro mondo. E lo difenderemmo. E chi verrebbe a lottare contro di noi? Chi proverebbe a strapparcelo? Non questi sciocchi, che parlottano, coi loro cappelli, non i gesti vani di chi cerca di dettare i ritmi delle letture. Noi saremmo irraggiungibili, li avremmo fregati.

Invece sono loro a fregare noi, ti portano via. Stringi quel mio regalo, mi sono rimaste appiccicate addosso le parole che ti ho sussurrato all’orecchio. Quel giorno guardavi già fuori dalla finestra e vedevi oltre la collina. Non aspettavi più che la zia tornasse, chissà cosa aspettavi.

Mi manchi, ti ho nel mio sangue e non è abbastanza.
La corrente, ancora una volta, è stata più forte. Continuo a perdere battaglie e non mi rimane più molto. E’ tutto scivolato via, lontano. Fa freddo mentre cadono i calcinacci, e se io, piccolo e meschino, non sono riuscito a portarti via, sono però contento che, almeno tu, non sia qui a prendere la pioggia.
Mi manchi.

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