Viaggiare leggeri

Giovedì scorso sono uscito da lavoro presto. Ne vedem miercuri. Non sono passato da casa, ho preso direttamente la U6 e poi la S-Bahn. Sono arrivato in stazione con abbastanza tempo per coltivare i pensieri, come d’abitudine. I chilometri sono scivolati piano dal finestrino mentre mozzicavo Fladenbrot e prendevo un sorso d’acqua. Mi piace mangiare pane e bere acqua quando viaggio, mi da la sensazione di viaggiare leggero, mi fa sentire in qualche modo un viandante. Sono arrivato a Wien Westbahnhof in perfetto orario. Sono sceso, eri lì nell’atrio.

 

Una sera sono corso in strada, fino a Favoritenstrasse, ho comprato della birra e una signora mi ha aiutato a disporre sul nastro le lattine prima che mi scappassero. Per la prima volta ero da solo per le strade di Vienna. Sono tornato verso casa tua e ho suonato il sei, perché è il mio numero preferito. Tu cucinavi tanta di quella verdura, di tutti i tipi, per lo più a me sconosciuti. I chili di patate dolci, la zuppa.

 

Sono andato a prendere l’aereo. L’aeroporto di Vienna era scintillante, con le parole di artisti che scorrevano sui monitor grandi, il wi-fi gratuito, le poltrone comodissime. Mi sono seduto e ho ripreso a mangiare Fladenbrot. Al momento dell’imbarco ho passato un foglio su uno scanner, nessuna ha controllato i miei documenti. Sono salito sull’aereo e mi sono ritrovato in Italia. Mio fratello, chissà perché, credeva arrivassi da Parigi, a un’altra ora, che atterrassi in un altro terminal. Sono rimasto meno di trentasei ore in Italia, giusto il tempo di camminare in Corso Traiano, aspettando si facessero le nove, e ricordare le volte che ero passato a prendere Giorgia o ci eravamo trovati sotto casa sua per andare al Queen Victoria. Se riguardo a ritrodo i percorsi debbo arrendermi al fatto che siano imprevedibili, che sia necessario accettarlo e imboccarli, anche se non sai dove finirai. Che bisogna camminare con coraggio, invece di temere di perdere il treno, che ti preoccupa anche se pensi che sarebbe dolce rimanere ancora due ore. È strano come la Vita sappia essere generosa, senza un vero perché. Sul pullman, di ritorno dal matrimonio parliamo, tu vestita di bianco, io di stupore. Stai bene così, Giorgì, coi capelli rossi e ammaliati in forme che sfidano la fisica, vincendo a mani basse. Parliamo, mi chiedi di lei, te ne parlo un poco, mentre sei sdraiata sui sedili, lo strascico che tiene un posto tutto per sè. Poi ti dico che Mojca l’hai poi letto quel pezzo di Semi e ha riso di un lago che a Divača non c’è, in tutto il Carso non c’è. Sono stato contento e orgoglioso di esserci. Poi sono tornato a Malpensa, nella prima mattina padana, la nebbia e una pioggerellina sottile. Mi sono imbarcato.

 

La S7 mi portava dall’aeroporto di Vienna al centro, dove avrei preso la U2. Con me avevo l’ombra di una preoccupazione, per una mail letta prima di decollare, un’incombenza, un’altra goccia in un vaso pieno che non ho voglia di svuotare. Poi c’è stato un momento in cui avevo tutto negli occhi: il quadro completo di come il passato arricchisca il presente, un presente di sole che filtra dal finestrino e le maniche della camicia arrotolate, un libro fra le mani. Di fronte a me poi una destinazione, una meta immediata. Ho pensato che non mi mancava niente, che quello era un buon momento per essere felice.

 

Se chiudevo gli occhi vedevo come il passato si raccordasse al presente tramite curve e cambiamenti sinuosi. Ho pensato come fosse possibile tracciare una linea che unisse un avvenimento del passato e seguirne poi fiduciosi le fughe in avanti, le svolte inattese, gli attorcigliamenti, fino a giungere a risoluzioni inaspettate, alla bellezza che irrompe lungo il percorso. Poi ho chiuso il libro e riaperto gli occhi, avvertito il sole pallido, abbastanza forte da diradare l’inverno che prova a imbrattare il cielo. Ho sorriso, pensando che stavo correndo dalla mia ragazza e dal suo sguardo furbo, raccogliendo per strada i raggi di sole e seminando i pensieri, perché per quel giorno non ne avevo bisogno. Ti ho raggiunta davanti all’università.

 

Sono rimasto, come Irina che si ferma a dormire dopo il vino rosso comprato in un bar. Io russo, lei mi sente dall’altra stanza. E poi sono ripartito, per riprendere i pezzi della vita che in questo momento non mi sembrano così importanti. Diciamo che sono partito per avere poi qualcosa da raccontarti, perché potessi riposare, perché è bello tornare o vederti arrivare.

 

L’ho preso allora quel treno. Io e qualche paura sciocca. Ogni tanto mi confondo, mi dimentico di disinnescare i pensieri a uno a uno ed essere semplicemente felice.  Ti ho dato un ultimo bacio sulla porta, il controllore biondo che guardava. Ho cercato la seconda classe fra i pochi vagoni che proseguivano fino a Monaco. Comunque questi treni crucci/austriaci sono spesso in ritardo. A volte fa comodo, per prenderli e non perderli, anche se arrivi a casa un po’ più tardi. Ma è un viaggio buono, con buone memorie a farmi compagnia.

 

Parlavamo ieri delle volte che avrei dovuto incontrarti: a Pisa, a Bergamo, a Vienna. E poi non è successo ed é strano, molto strani. Ma comunque adesso, davvero, non ha alcuna importanza.

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