Stralci

Ho stralci di memoria, brandelli di ore, situazioni. Li rigiro, li ricompongo. Un puzzle di cui ho una frazione, minuscola, dei pezzi. Non bastano a cavarne fuori una Vita.

Mi hai dato l’alba, negato lo zenit. Rimango seduto, sfinito, ad amarti perché non ho l’inventiva e la dedizione per fare altro.

Quel tuo modo di apparire il centro del creato, di catturare l’energia della stanza, della giornata, della città, dell’universo mondo, portarti via il tempo.

Quando sei andata via avresti potuto lasciarmela, la mia energia, restituirmela. Appoggiarla vicino alla chiavi, che la trovassi quando avrei brancolato nell’ingresso di una casa vuota, dai muri troppo spessi perché fosse mai, che dico calda, tiepida.

Le cose hanno preso un’altra piega, una storta, mannaggia, e io sono rimasto incastrato in quella piega, come dimentico a me stesso. Quasi non valesse più la pena avere memoria di chi sono. Rimugino qui, a masticare pensieri a metà. Forse l’esposizione alla luce mi ha rovinato, bruciato per sempre. Forse invece era proprio quello il mio Scopo Ultimo. Dopo averlo compiuto posso ora abbandonarmi a un riposo soddisfatto. Qualsiasi cosa per cui non debba continuare a cercare una soluzione, non questa mattina.

Ho i ricordi che ancora mi bruciano per la luce troppo forte, che contrasto, che contrasto pazzesco col mio intravedere ombre più che forme, con i colori stinti che schivo e ignoro. La mia retina non trattiene più nulla, la cornea solitaria aspetta, ancora. Ho una tua foto: basterà a darle un piccolo conforto, a mantenerla in esercizio? In attesa di tempi migliori. Arriveranno. Mi riciclerò,  mi ricicleranno. Troverò, troveremo, io, te e l’universo, ma senza di te, un modo per riciclarmi, per attarmi a uno scopo che non era quello previsto per me ma per cui sarò comunque utile. Starò lì sghembo, mentre mi ripittureranno, mentre cercheranno di pareggiarmi, di allungarmi, di rifarmi a nuovo. Aspetterò senza un lamento, cercando un contributo minimo da offrire. E se facessero di me un porta foto? Una testimonianza che porta a spasso una grandezza passata? Sarei l’arco di trionfo di giorni cancellati, la porta maestosa di Genova che brucia, conscia però d’aver già prevalso su enormi fremiti di guerra.

 

E invece è domenica mattina e uno scopo mi accorgo di averlo perso. Al pub? Negli altri pantaloni?

 

C’è mai stato?

 

Eri tu lo scopo, sono io?

 

Continuo, per carità, il tempo di riprendere fiato e ci riprovo a cercarmi, in fondo ai cassetti, dietro gli armadi. Trovo solo briciole e frammenti e polvere e dissesti e pavimenti storti e soffitti bassi, intonaco che cade se solo lo sfioro.

 

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