Ritorno

Come faccio a raccontarti un ritorno fatto di trame sottili e sovrapposte?

 

Ho già percorso questa strada di ferro, l’ultima volta andavo a rinascere. Con me una valigia pesante, una sosta da un amico per liberarmi dei bagagli e poi proseguire nudo verso la Germania.

Mi ero alzato di notte ed ero ripartito, nessuno per strada.

 

Ero sul punto di piangere, ad un punto di quel pomeriggio in treno. Sfogliavo i pensieri e tracciavo le somme del passato, constatavo che quel dolore pressante era diventato un tenue rimpianto, che la strada era venuta a strattonarmi, a dirmi di proseguire e io dovevo andare. E sono andato più avanti, pur avendo scritto nel cuore che quella distanza, fra noi, è solo apparente.

 

Ritorno a quella sensazione, viaggiando da solo in treno, di sentirmi a casa fra i vagoni che ondeggiano, guardando fuori i finestrini. Sono cose che ti rimangono appiccate addosso, dopo il giusto numero di chilometri, di notti sul sedile di un treno, di controllori e discorsi inintelligibili.

 

Torno a Zurigo. Ricordo una street parade, i carri degli “erotomani”. La musica ritmata, chiamare a casa, l’incidente di mia zia. Ballare sotto la pioggia. Quante ore? Silvia luccicava di pioggia, sorrideva e quel giorno non ero arrabbiato. Le casse erano instancabili.

 

In mezzo a questi ritorni, vacui, arriva un messaggio.

 

Mojca.

 

Torniamo a incontrarci, su, a Zurigo?

 

Ho negli occhi il castello di Erasmo, sai, la panchina.

 

Ora non vi annoio più. Un giorno smetterò di tornare, di camminare in circolo, aprirò strade nuove, oggi ho ancora il vizio di contare i pezzi che ho lasciato in giro. I detriti che ho nel cuore.

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