Non l’ho fatto

Non ho raccontato del Portogallo e di Barcellona. Avere un blog e non usarlo per quel che serve. Assurdo, sarebbe come avere l’esistenza e l’universo mondo a disposizione e non spenderne ogni goccia e angolo nell’affannata ricerca di ciò che sentiamo di dover essere, fare, annusare. Follia, vero? Ne ho piene le tasche e i cassetti, e non é poi così male. Condita della giusta ingenuità, del tempo al tavolo di un pub e di buoni libri, certo.

E’ così non ho detto. Non ho raccontato. Innanzitutto attaccato al cuore c’ho il loro poster. Di Marcello, Diogo, Andrada, Daniel, Paula.

Ci sono spazi strani che si formano.

Si l’Erasmus è finito e la vecchia storia del come. Bene, ma poi nascono nuovi rapporti, le figure si ricombinano e i legami trovano modi di riemergere. Certe chiacchere mentre Diogo sfreccia a velocità folle fra le curve dell’autostrada Portoghese. Lisbona-Porto: divorata nella notte.

Poi Andrea e quel post sui risvegli e un buon bicchiere di birra. Io, che sono buon amico, la sera stessa svengo ad una cena di famiglia. E’ che ero distratto e ho dimenticato di fare pranzo. Ma aspettavo Diogo, media dopo media, di Super Bock, sia chiaro, che lì ci tengono. Poi Diogo arriva e mi porta al belvedere, a provare vari tipi di Porto. Poi siamo nella sua casa al mare, una birra sola-soletta in frigo. E’ per me. Scalda il cuore. Poi da suo padre. La Caipirinha di Diogo… poveri voi a non averla provata, mi si stringe questo mio maltrattato cuore all’idea di quanto cupa e grigia sia la vostra vita. Poi a cena si inizia con un bicchierone di Spumante (si, come antipasto, mica ho protestato). Ecco, poi faceva caldo. Sudavo. Sono andato in bagno. E poi ero per terra, ma credo di esserci rimasto un attimo, un attimo solo. Mi sono alzato, sono andato di là. Non ho più mangiato. E’ stata una bella serata. Ero stanco, si, quasi alla fine di quegli 11 giorni in Portogallo.

Poi sono atterrato a Malpensa. La grandine, le macchine ferme in autostrada. Domenica notte, casa.

Giovedì notte poi è passata Sara, verso le 22. Ha guidato fino a Ulzio, poi ho preso il volante, fino a Francia inoltrata, e poi cambi e caffè e biscotti. Che luna grande che c’era. Siamo arrivati verso le 8 in un parcheggio di un autogrill, abbiamo provato a dormire. Guidare tutta notte, il mal di testa, la nausea. Erano le 10 quando siamo entrati in albergo? O le 11? E poi Barcellona e quel locale, l’Ovella nera. La compagnia, il concerto.

E poi domenica siamo ripartiti. C’era traffico, il traffico francese, che c’è la coda e tutti sono fermi, poi riparte così, senza un motivo, senza una baguette di spiegazione. Così: non un casello, un incidente, un restringimento di carreggiata. Solo macchine ferme, conducenti in contemplazione del proprio francesismo. Guido 11 ore, poi ci pensa Sara a portarci a destinazione guidando le successive 2 ore. Arrivo a casa. Un week-end da queste parti. Poi si parte per Timisoara.

Qualche settimana fa stavo pensando che viaggio poco. Poi, fra una cosa è l’altra quest’anno sono stato in Inghilterra, Olanda, Portogallo, Spagna e ho la Romania già a portata di biglietto (si ma l’albergo è da prenotare. Ricordatemelo).

E quindi, poi ti chiedi dove sbricioli via l’esistenza, fra un check-in e il fissare lo schermo. Non che non sia un periodo produttivo, anzi. Cose che si muovono, cose che faccio, cose che si avviano, cose che finiscono, cose che accelerano, cose che si scrivono, cose che non segano brutalmente.

Però il filo, quel filo che collega gli attimi, ricompone le briciole e viene fuori un quadro che non l’avresti detto mai. Ecco, quel filo non ce l’ho ancora. Però faccio, muovo, smuovo, m’affanno. Mi siedo, apro una birra, e, quando capita, svengo.

Buona Estate.

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