La montagna e il capriolo

Ho sonno, non ho dormito quasi nulla.

Il cielo era spaccato: una ampia massa di nubi fuggiva verso est, travolgendo un banco di nubi più scure, che pascolavano il pezzo di cielo toccato loro in sorte. Il cielo si struggeva fra anime contrapposte, che non trovavano margini di convivenza.

L’inquietudine fu assorbita dal Viandante, che vagò con lo sguardo alla ricerca di soluzioni o per lo meno di appigli da cui partire a riparare la fragilità del cielo che temeva andasse in pezzi. Indugiò con lo sguardo alla sua destra, su una montagna che sorgeva nella direzione da cui le nuvole rapide sembravano provenire. La montagna occupava la sua fetta d’orizzonte, ingombrante. Non avendo di meglio da fare né indizi il Viandante prese il sentiero che portava laggiù. Più camminava, più la fetta di paesaggio che la montagna reclamava aumentava. E di passo in passo, di giorno di marcia in giorno, sempre più cielo spariva davanti al Viandante, sempre meno colline e villaggi coloravano il suo cammino, sempre più lei, la montagna che cresceva caparbia. Dopo diversi giorni che camminava in quella direzione scorse un movimento, su in alto, un guizzo rapido, seguito da una pausa. Proseguì.

I movimenti si fecero via via più distinti, coll’avvicinarsi ora più rapido del Viandante. Le sagome si delineavano. Caprioli dai quarti potenti che scalciavano la montagna con lunghi scatti, scarti violenti, corse a rotta di collo giù per un canale o risalendo un crinale accidentato. Quella corsa non conosceva domande né sembrava seguire il moto dei pensieri che si affastellavano nella mente del Viandante.

In particolare uno lo colpì, per un motivo che non riusciva a spiegarsi: forse l’angolo particolare della luce nel momento in cui l’aveva visto, forse l’essere isolato dal resto del branco oppure la selvaggia partecipazione che sembrava infondere nelle sue galoppate furiose. Il Viandante prese a seguirlo con lo sguardo e, assai più goffamente del capriolo, a muoversi nella sua direzione.

Questa caccia curiosa proseguì per giorni. Il Viandante si avvicinava mentre il capriolo scendeva verso un pascolo, un attimo dopo era già più lontano mentre quello saettava verso un ruscello. La distanza tornava ora a ridursi ora a crescere, in un tira e molla di cui il capriolo sembrava non stufarsi indaffarato com’era a nutrirsi, abbeverarsi, sfogare la forza che gli esplodeva nel corpo snello. E il tempo passò ancora, il rito proseguì ancora e ancora.

Un giorno in qui un’aria umida colpiva il Viandante, si accorse d’improvisso del capriolo a poche decine di passi da lui. Lo fissò negli occhi dorati che smisero di tacere e gli comunicarono, come un sussurro al cuore, un’apertura infinitesima. In quella, raccolto il coraggio, il Viandance infilò una domanda:
“Perché continui a fuggirmi?”
“Non ti fuggo, io vivo fra il pascolo e il ruscello, così come scelgo”
Il Viandante riflettè un attimo e poi pose una seconda domanda:
“Riuscirò ad avvicinarti ancora?”
“Non lo so”
“Quindi potrebbero essere futili questi giorni e i futuri? Senza risultato il mio sforzo?”
“Sì”.
Il Viandante si sedette a indagare quale decisione stesse nascendo dentro di lui.
Il Capriolo intanto era scomparso.

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