Che sciocco

Che sciocco che sono.

Che sciocco che ero già molti, molti anni fa quando ascoltavo Domani e la usavo per cercare d’inchiodare un dolore passeggero, inseguire ancora una gonna evanescente su e giù per le scale della memoria.

Che sciocco che ero quando me ne andavo con i finestrini abbassati lasciando che l’autoradio cantasse Guapa loca. Mi piacevano le rime, abbassavano i misteri del ritmo alla mia portata.

Che sciocco quando pensavo a un’altra cosa che ho perso. Incredibile quante cose si perdano negli anni, eppure ne rimangono ancora da perdere, vorrà dire qualcosa no? Che la maggior parte delle disperazioni non sono tali, o questo le proteggerebbe con triste facilità dal peggiorare, dalle paure di vecchietta che indossiamo come uno scialle per proteggere vite troppo distratte.

Che sciocco quando conto le ore, le cose da fare e i conti non tornano. Di quante cose non importavano ho addobbato le settimane? E poi perdi di visti gli obbiettivi, che dovrebbero essere chiari, sempre chiari. Portali in tasca, infilaci una mano e sfiorali quando hai dei dubbi: un libro, un figlio, un albero.

Eppure facevo bene ad essere sciocco e a studiare che pelle avesse F., invece di dormire. E come potevo? Teneva la radio acceso. L’ho dimenticata da anni ma allora era importante fare così. Allora era giusto. E se sono cresciuto l’ho fatto anche mentre le note di canzoni mediocri scorrevano. Mentre le rime scioglievano la lingua.

E se sembravo sciocco quando ce ne andavamo a fare un giro cantando Tocca qui, sciocco non ero affatto. Che anche se non eri un’amica vera, sono state belle giornate. A tanti diari di distanze, a distanza di cose che io non capivo, di altre che tu ignoravi, di conigli nani neri restituiti. Ti ho rincontrato poi anni dopo, io uscivo con quella tua compagna di classe che mi avevi presentato tu. Sì, quella sera che Claudio, un miliardo di Claudi fa, aveva letto quel tuo libro e ne aveva tratto una frase semplice ed elegante, una proposta che lei trovò però resistibile. Un miliardo di Claudi fa.

E certe sere salivi in macchina, il Capo apriva una birra e te la passava. Andava forte quella canzone: Pere. Di birre aprirne una e passarla, che non abbia a sgasarsi. Come se mai gliene si avesse dato il tempo.

Che sciocco sono stato quando ho creduto agli impegni che qualcuno aveva preso con me. E ho abitato tavoli vuoti al venerdì sera, sono affogato in week-end troppo lunghi, o lasciato che finissero i biglietti, che salissero i prezzi dei voli, che passassero le estati, che i capodanni si assopissero in case di periferia.

Che sciocco sono stato quando non ho avuto fiducia nella parola che mi avevano dato, e ho ingannato l’attesa di delusioni anticipate, abbastanza da farle squagliare.

Quanto ancora sarò sciocco, quante brutte canzoni ascolterò ancora mentre sbaglio?

 

 

 

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