Ridare le carte

Due anni fa vivevo a Dublino. Per motivi che ora non ricordo mi ero ritrovato a Lione sotto Natale  e poi avevo preso un pullman che avrebbe dovuto portarmi a Torino nel pomeriggio. Avevo già organizzato un ritrovo con il Bestia, l’Orso e Asso. Una di quelle robe che te le assapori settimane prima, che conti i giorni sul calendario. Era stato un fine anno impegnativo, specialmente le ultime settimane, dopo che avevo dato le mie dimissioni per passare a Groupon.

Quel pullman arrivò a Torino con qualcosa come quattordici ore di ritardo. La sera sfumata. Le ore intrappolato in quel pullman a vedere uno dei pochi giorni di ferie che avevo sfuggire via. Per il nuovo contratto avevo provato a chiedere dei giorni di ferie in più e non era stato possibile: 22 giorni da spendere in un anno. Estate, Natale, fra la Normandia e Torino, da misurare per poter vedere anche altro se ci fosse stata la possibilità.

In quel momento ero molto frustrato. E mi sono innervosito. Mi sono sentito come un leone in gabbia. Non ho preso la cosa con filosofia, affatto. Mi sono semplicemente incazzato in una maniera totale. Però ho anche deciso che avrei preso controllo della mia esistenza.

Quest’anno finisco il primo anno intero da consulente independente. Vado a Torino questo week-end per un matrimonio. Tornerò il 20 Dicembre e per qualche giorno lavorerò da un AirBnb. Ho il pieno controllo del mio tempo? No. Ho clienti da gestire, obblighi, investimenti da far fruttare. Fino a che hai qualcosa da perdere è difficile avere un controllo totale.

Però ho cambiato le cose, ho sparigliato le carte. Ho lasciato un paese (un altro), un buon contratto e ho effettuato una virata decisa. Certo, ci sono stati mesi di lavoro così intenso e disperato da non aver tempo di soffiarsi il naso, figuriamoci prendere vacanza a piacimento. Però c’era una visione, un’idea che il destino si potesse plasmare e decidere, che si potesse iniziare un percorso con una meta precisa. Intendiamoci: non ci sono ancora arrivato. Ma sono partito, e ora inizio a raccogliere qualche frutto. Ho una strada ancora lunga da fare. Intanto però posso scegliere: prendere un giorno in più inizia a diventare una questione di soldi, non di permessi da chiedere o di sopravvivenza per tenere clienti da cui dipendo per vivere.

E se le cose non sono perfette sono soddisfatto. Sono soddisfatto di aver preso decisioni ed averle eseguite, di aver preso il controllo della mia esistenza. Aver nuotato controcorrente, io che nemmeno so nuotare.


Complici

Complice una vecchia foto che spunta fuori da facebook (qua sotto)

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Complici dei vecchi blog in cui mi imbatto, di persone che non vedo più da anni. Complici i nomi che affiorano dalle pagine, bè per un attimo mi sono ricordato di un momento in cui la Vita sembrava avere più attori sulla scena.

Questi anni sono diversi: era il Maggio del 2013 quando è iniziata un’avventura con una compagna di strada. Allora parlavo di una Luce. Poco dopo siamo partiti per Dublino, poi, sempre in due, siamo venuti qua a Lione.

Ho abbandonato la valle, Torino, la casa in cui vivevo con Andrea e Giulia.

Ho abbandonato una ragnatela di rapporti, ricordi, relazioni, frantumi, reliquie storiche, legami di ogni tipo. Sono andato, via.

E poi non torni, perchè anche se torni il Clancy’s l’hanno spostato, quella persona non la vedi più e non sei più parte di quel quadro, lo osservi da fuori.

E forse sono più forte di un tempo, ho meno bisogno di una rete di protezione. Forse, ho imparato l’arte di ridurre all’essenziale. Alcune persone le ho perse, con un poco di dolore appena, ma ho conservato le altre, quelle che contavano.

È stato un taglio fatto alla buona, alla come veniva, e alcune persone che sono scivolate fuori bordo io le avrei portate con me. Ma non è andata così, non so più che fine abbiano fatto o l’amicizia è sfumata in una di quelle forme per cui ogni tanto ci si scrive, spesso non ci si risponde e si organizzerà sempre un’altra volta.

Sono rimasto senza complici, unico responsabile delle mie azioni. Certo, convoco ogni tanto il Consiglio, o su whatsapp o in qualche appartamento di Praga o Regensburg. Però, tante delle mie sfide le vivo da solo. Spiace non condividere con una platea più ampia le mie paure o i miei successi.

E quindi le mie relazioni quotidiane includono, oltre a C., principalmente le persone con cui lavoro, i clienti, le loro domande, le cose da fare, gli articoli da scrivere, i progetti open-source a cui lavorare, le idee da portare avanti.

Ho fatto tanta strada, e continuo a camminare a passo svelto. È solo che ogni tanto mi piacerebbe scendere in valle e rincontrarvi. Magari non come siete ora, ma come eravate prima, molto più belli. Più numerosi. Più vicini. Che steste ad ascoltare mentre mi bullo sottilmente di quello che combino. Che mi incoraggiaste, che foste la mia spinta a fare qualche scelta sconsiderata. Che mi ricordaste da dove vengo, quanto sono rimasto idiota e come tutto non può che andare bene.

Ho forse perso quel gusto esagerato per la nostalgia, però un posto per voi lo conservo ancora.


A un certo punto

A un certo punto devi capire cosa vuoi diventare.

Lo stress con l’uomo intorno?
La porta chiusa fin dopo l’ora di cena?

A volte mi sento parte di una vecchia barzelletta: ci sono un tedesco, un francese e un italiano…

Ogni tanto dico “sorry, but…” mentre parlo con un italiano.

Ogni tanto vorrei solo uscire a fare una passeggiata, o fare due chiacchiere, o non trovarmi in un triste albergo vicino alla stazione di Stoccarda.

A un certo punto penso di riorganizzarmi, di cambiare, di cercare una soluzione, di proseguire con un vigore nuovo.

È che da bambini immaginiamo il glamour del viaggiare per lavoro, di diventare “imprenditori di sé stessi” ma non ci immaginiamo cosa voglia dire la solitudine del consulente o dell’imprenditore.

Pensiamo che il numero di clienti, il profilo dei progetti internazionali o il conto in banca siano il modo di tenere i punti. Invece ci sono molti modi di perdere, o di non riuscire a vincere.

È che temevo le cose sbagliate. La mancanza di lavoro, sì, mi spaventava. Il troppo lavoro no, non l’avrei pensato.

Bisognerebbe reinventarsi. È una gran fatica.


Storie di un viaggiatore casuale

Tutto è cominciato con un risveglio ragionevole: una passeggiata verso Part Dieu, il Rhone Express a Saint-Exupery, la lunga, dannata coda per il controllo passaporti, una fila di stupidità che si mangia Schengen e l’Europa. Arrivo a Praga e mi attende il taxi, non gli dico neanche dove andare, non lo saprei nemmeno. Arriva Daniele, si mangia al tailandese.

E poi è mattino presto, le 4:30, quando io e Claudio ci alziamo, raggiungiamo la stazione dei pullman. Dopo sette ore e qualcosa sono all’aeroporto di Stoccarda. Venti metri fuori dal pullman e sono su un taxi. Giusto un minuto in ritardo per la riunione.

E ora mi trovo in un albergo incredibilmente deprimente, davanti alla stazione della città più deprimente che io abbia mai visto. Dovrò tornare la settimana prossima, e ancora fra tre settimane, e andare a Suresnes prima o dopo.

E chiudo valigia e mai la testa.

E penso tanto ma male, così a caso, di agitazioni confuse e inconcludenti.

Non ho il tempo di fermarmi, mai, di bere con quella serenità di altri tempi, di parlare ma non fra me e me. Di considerare tutto sotto nuove prospettive. Di brindare e i cento traguardi raggiunti e passati oltre.

Di ricaricare le pile, fra una fattura e l’altra.


Cose che

Ci sono cose che ho fatto e cose che non sono mai stato in grado di fare. Cose a cui ho rinunciato, per paura, incapacità, perchè ero paralizzato da non ricordo più cosa.

Però ci sono cose che ho fatto.

Sono partito da Torino, ho vissuto un erasmus a Karlsruhe, un’avventura a Monaco, ho lavorato nella Dublino dell’IT e ho passato un anno a Lione.

Ho fatto ricerca e preso un dottorato.

Ho lavorato con aziende che ammiravo, ricevuto offerte da aziende che ho sognato e ammirato.

Mi sono messo in proprio e guadagnato il primo anno più di quanto guadagnassi da dipendente.

Sono stato a matrimoni in diversi paesi.

Ho passato serate parlando lingue che a malapena capivo. O non capivo per niente.

Ho ricevuto visite da amici che arrivavano da così tanti posti.

Mi sono ubriacato un numero di volte che non so nemmeno valutare, con cose di cui non saprò mai pronunciare il nome.

Se guardo indietro mi sembra di aver fatto molto.

Mi mancano alcuni di quei momenti. Cosa darei per sporgermi dal finestrino di una macchina che un mio amico ubriaco sta lanciando a velocità folle per vie decisamente troppo strette.

Ecco, ricomincerei tutto, e cercherei di imparare di più da ognuno di voi, spingerei il limite un po’ più in là.

Intanto, Praga. Ci sarà da divertirsi.


Montagne

Note dall’ultimo viaggio in Italia, qualche tempo fa.

Ci sono valli in cui ho guidato cercando di andare un po’ piu’ forte delle mie domande. Parcheggi in cui mi sono fermato, lungo la statale, alla ricerca di un nonluogo in cui sfuggire tempo e auto-inquisizioni. I dubbi come aghi nelle gengive.
Ci sono montagne che mi sono fermato a osservare molti giorni, sparsi come manciate di sabbia lungo gli anni. Un certo profilo, il modo in cui le valli sono confinate dai costoni, il risalire degli abeti fino a mezza costa, solo osservarlo mi fa risuonare un eco di momenti di confusione, spaesamento, disperazione. Tutte cose affrontate guardando fuori dal finestrino, camminando fino a farsi male ai piedi. Ho risolto poco ma quegli sguardi si sono riflessi in me, l’impressione si è addormentata dietro alla pupilla, culla una voce sottile che mi ricorda che ogni storia è infinita, e più forte di quello che si creda, capace di tessere e incrociare trame, che rimangono là sotto, memoria solenne, a me, alla montagna.
Le stazioni sono un altro luogo che nessuno abita e che tutti vivono, depositando passeggiate nervose lungo il cemento del marciapiede. Passeggiare fino al termine e poi tornare indietro, e riprendere, in attesa di un treno che non si sa se prendere, che arriva comunque troppo tardi, che ci desposita comunque troppo presto, prima che decisioni e parole si siano coagulate in qualcosa di utile. Dio quanti treni si puo’ rimpiangere di non aver preso?
Eppure le facciate delle stazioni continuano a scolarirsi, i davanzali a sfaldarsi, i cornicioni a sorridere imbarazzati a mezza bocca. Piano piano procede il paesaggio, come a ribadire la propria indpendenza, la propria indifferenza a storie che si ripetono, e che suonano epiche solo a noi, a chi ha versato un poco di sangue perché la giostra andasse avanti, facesse un altro giro, per guardare dopo la curva e sperare in un finale che permettesse di resprirare, di riscoprirsi vivi, di riprendere.


Confusione, biglietti e silenzio

Trovo troppi biglietti del TGV, nascosti in questa o quella tasca. Andate, ritorni, viaggi che non ricordo: salgo sul treno e molto finestrino dopo siamo arrivati. Puff.

Guardo il portafoglio e trovo biglietti di ogni tipo.

Un buon per ritirare un premio al GS sotto casa. Lo scontrino è cancellato dal tempo, il GS è diventato un Carrefour e non abito nella casa vicino a quel GS da almeno quattro anni.

Un cartoncino con i numeri da chiamare se dovessi bloccare la carta Sanpaolo che non ho più.

Un biglietto da visita con i dati del mio consulente in Credit-Agricole.

Un indirizzo di una stanza in Germania. Non so in quale città.

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È come se avessi le tasche piene di prove di fatti mai avvenuti, di eventi evaporati e annullati.

C’è tanta velocità, tanta, tantissima. Mi muovo più veloce della mia capacità di memorizzare i volti, i luoghi. I profumi di un angolo di Dublino già si confondono, si slabbrano, rincorrono le memorie abberracciate di un parco di Karlsruhe, di un ritorno a casa in Piazza Emanuele Filiberto, del kebab che prendevo alla stazione di Münchner Freiheit.

Ci sono eccezioni però: rimane quello strato inossidabile di memorie accumulate in un tempo più lento. Immagini studiate più a lungo. Tagli più profondi.

Rimangono i ritorni a Torino, rimane quel pugno di persone per cui salirei su ogni treno, aereo o nave che fosse necessario.

Rimane quella musica che ascoltavo e non ascolto più.

Compro spotify, scarico della musica prima di correre al treno. Se esploderà, in questi giorni confusi, lo farà mentre ascolto Guns n’ Roses, ricordo emozioni e gesti antichi.

Forse non li so più eseguire, non a questa velocità. Ma li ricordo e mi colorano l’anima.

Così scelgo, scelgo di ricordare. In attesa di rallentare e riprovare a essere, fare, raccogliere memorie durature.


Calendari

La maggior parte degli anni l’occhio mi cade sul calendario qualche giorno prima. Mi sforzo di ignorarlo ma l’inizio di Marzo è già lì, che agita la coda. Piano piano, gustandosi ogni passo, arrivo il più maledetto fra tutti i giorni.

Altri anni, capita di non guardare il calendario fino a che una lucida consapevolezza ti sorprende. È una sensazione di freddo lungo la schiena, troppo, troppo in profondità perché tu possa farci nulla. Sbarri gli occhi e cerchi di ricacciarla indietro, nasconderla dietro la cortina del tuo sguardo.

A volte mi chiedo come la sera del sei gli abbia ceduto il passo senza vergogna, senza cercare di resistergli, di impedire questo scempio. Perché, mi chiedo, l’otto non si precipita a strappargli il posto, a impedire questo rituale sporco e ingiusto.

E invece ogni anno arriva il capodanno dell’ingiustizia, della mancanza. Ogni anno, un anno ti è stato portato via. Ogni anno li conti, li riconti. È come un debito che non può che crescere. Non c’é un modo per interrompere la catena. Un anno dopo l’altro, come gocce d’acido sul cuore.

Poi questo giorno passerà, ci saranno altre stagioni, altre situazioni in cui mi mancherai. Il dubbio però ormai è lì: che tutto, tutto sia parte di questo scherzo crudele. Che già Aprile sia complice, che Maggio stia tessendo il ritorno del giorno infame. A poco a poco la distanza tornerà a diminuire, fino al giorno che mi dice che invero, la distanza è aumentata ancora, che un altro ramo è caduto.

Eppure io lo so che ogni distanza è pura illusione, che non c’è modo di allontanare quell’assoluto che ci lega, ieri come oggi, oggi come domani. Che c’è un modo di esserci, di rimanere testimonianza, di cucirmisi addosso in ogni mio gesto, o pensiero, in ogni sussulto del mio cuore, sempre. È solo che, nel giorno maledetto, c’è meno luce, e i pensieri si rattrappiscono, onnubilati da onde vaghe, da fitte che impediscono di vedere il vero, di riconoscere le infinite tracce di amore. Gli indizi sottili, disseminati ovunque.

Non c’è distanza da ricucire. L’ago però continua ad affondare, e riemergere. In un gioco stanco e cattivo. Di quello sì, lo ammetto, non capisco il fine. Non credo però che sia la cosa più importante, solo il segno più acuto, quello a cui è facile prestare attenzione. Sullo sfondo però, infinito e innegabile, rimane qualcos’altro, di più grande e importante. Qualcosa per cui dirsi fortunato in tutti gli anni che sono intercorsi, fra ognuna delle ripetizioni del giorno maledetto.

Ci sono cose più grandi, e ricche, e piene, e buone.


Possibilità

Ci sono così tante possibilità che non ha alcun senso avere paura.

È così semplice.

Solo che poi il coraggio lo devi imparare.

Io penso che alcune persone mi siano state di esempio.

L. che da sempre è in proprio.

C. che è tipo da chiudere una borsa, lasciare un biglietto e ricominciare una Vita, così. È uno di quelli che a volte pensi sia costretto con le spalle al muro, fottuto, in una parola. In quel momento preciso tira fuori un Joker dalla tasca della giacchetta di jeans, ti guarda e sorride. Un momento dopo ogni suo problema è sul pavimento, le mani strette intorno ai testicoli e si chiede cosa diavolo sia successo. Wildcard, bitches.

A. ha sempre avuto coraggio. In maniera estrema. Apparentemente la sua sembra incoscienza pura e semplice, invece a guardarci bene è arte. Solo che a lui riesce in maniera fottutamente naturale. Come se lui fosse a colori mentre tutti guardano le trasmissioni in bianco e nero. Non gli fa alcuna sforzo provare qualcosa di nuovo, rischiare. A me invece c’è sempre voluto uno sforzo non da poco, e casse di birre, per provare anche solo a seguirlo a distanza.

D. che prende e fa, e cambia paese, e compra una nuova chitarra. E non è che l’abbia mai visto davvero terrorizzato. Anche se dovrebbe, circondato da mezze teste fatte di idee atroci e raccapriccianti.

Ho avuto modelli e ispirazioni. Sono così orgoglioso di tutti loro. Sono la mia ricchezza.

L’ispirazione è la scintilla, che permette il resto.

Il resto è comprensione, attraverso il sudore e le sconfitte. Mi sono arreso mille volte. Ma ho sorriso e pensato a quella manica di bastardi mille e una. E quell’una farà la differenza.

Z.


Fondamentalmente

Fondamentalmente sono felice. Ho una vita estremamente piacevole: faccio quello che mi piace, con i miei ritmi, prendo le mie decisioni e ho buone prospettive di guadagno.

Nelle ultime due settimane ho avuto una serie di proposte professionali che mi hanno totalmente meravigliato e riempito di orgoglio.

Dirò no a tutte tranne una. Occasioni che non pensavo avrei mai potuto avere e che ora ha senso rifiutare per varie ragioni.

La prima è per difendere il modo in cui vivo attualmente e il percorso che sto seguendo: non dico sia privo di rischi o avversità ma mi sta dando soddisfazioni e credo di avere i mezzi per affrontare tutte le possibili sfide. Non temo nulla [1].

La seconda è che per qualche perverso meccanismo continuare a dire di no alle opportunità, abbandonare porti sicuri uno dopo l’altro sembra solo portarmi nuove occasioni sempre migliori. Sapete, dieci anni avevo conseguito la laurea triennale e iniziato a lavorare in un’azienda di software. Mi avevano offerto un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio buono per l’epoca, più alto di quello che molti miei conoscenti avrebbero preso negli anni successivi anche con una laurea specialistica in tasca. Sembrava assurdo andarsene da lì allora. Ero nervoso ma qualcosa nello stomaco mi diceva di muovermi. E ha continuato a dirmi di muovermi molte altre volte.

Ora in qualche modo sono più sereno, più sicuro di me stesso e del mio percorso. Però non nego che le recenti proposte mi hanno sbilanciato, colpito. Non è sempre facile dire di no, anche perchè mi rendo conto che non tutti hanno la stessa fortuna, e in qualche modo mi fa sentire presuntuoso. Però credo che sia necessario prendere decisioni, tenere la barra che decide in quale direzione spendere la propria Vita. Le opportunità dovrebbero essere possibilità da sfruttare, eventualmente. Non sassate che ci deviano forzatamente dal nostro percorso, come inevitabili accidenti. Credo che alla fine essere un Uomo sia fondamentalmente scegliere, non vivere quello che capita. Anche se quello che capita è bello, ma non si adatta al disegno più grande.

[1] cit. Paura e delirio a Las Vegas


Siamo stati

La cosa strana di tornare da mia madre è che le cose sono rimaste lì, ma è come se avessero una patina che le separa dalla quotidianità, come fossero paralizzate. Cose da museo, non più vive.

E la cosa strana è che non ho alcuna birra o bottiglia di whiskey nascosta da alcuna parte. Forse in qualche cassetto potrei trovare un pacchetto di sigarette davvero troppo vecchio.

Non posso non ricordare che siamo stati giovani, belli, felici. Certi giorni felici come polli di gomma, altri giorni felici come inebriati da alcol di scarsa qualità, altri giorni storditi dalle nostre parole.
Siamo stati felici in mille modi diversi e in cento luoghi sparpagliati qua e là.

Abbiamo continuato a essere felici, e poi abbiamo smesso, come a prendere fiato, per poi ricominciare più in là. In mezzo tante paure che sono diventati dolori da stringerti l’animo, da farti dire che non ci fosse più alba possibile. Poi ci siamo resi conto che le nostre piccole tragedie personali passavano senza che il mondo se ne accorgesse. Abbiamo scosso le spalle, siamo andati avanti. Ancora. E ancora. Fino a dimenticare il percorso esatto.

Ci troviamo ancora, parliamo fino ad addormentarci con il cuore che vorticava, la testa senza parole, tutte sparpagliate qua e là, fra oggi e ieri, fra le speranze e i ricordi di un tempo che è stato bello, e grande, e un preludio di qualcosa che deve ancora venire.

Al prossimo viaggio Giuviello.

E l’inno del Giuviello…


Percorsi e fini

Ci sono molte cose che saremmo potuti divenire con il tempo. Molte cose che non abbiamo realizzato, obbiettivi che abbiamo dimenticato e che offi ci sembrerebbero o vacui o irraggiungibili.

Però c’è qualcosa che invece abbiamo fatto: siamo divenuti uomini liberi.

Credo personalmente che sia un traguardo incredibilmente importante e che la maggior parte delle persone non capiscano di cosa si tratti.

Credo che sia qualcosa che si coltiva in pomeriggi di apparente stupidità, si rafforza con scelte talora idiote e se si persiste abbastanza finisce sotto pelle.

Ora a noi guardare questo traguardo, proteggerlo, e sorridere del percorso idiota che si è compiuto per raggiungerlo.


Di partenza in partenza, ci si dimentica di vivere la stasi

E così questo blog sta per compiere dieci anni. Non arriverò a 1000 post come speravo ma non mi fermerò neanche così lontano.
Dieci anni non sono pochi: la mia Vita nel mentre è mutata in modi imprevedibili. Penso che se potessi riguardarmi con gli occhi di allora sarei soddisfatto di quanto vissuto e della capacità di accumulare esperienze, di far accadere le cose anche trascinandole per i denti. Fa un poco effetto pensare a quante persone siano entrate nella mia esistenza, mi abbiano accompagnato per un pezzo, lasciato tracce e poi siano scomparse dal mio radar. Amicizie vissute in questa o quella città, magari fondamentali in un periodo, per sopravvivere e scollinare. E poi ovviamente ci sono le amicizie che sono rimaste, magari mutate nella forma: nel modo di vedersi e di raccontarsi. Magari si beve meno e si parla di come si potrebbe lavorare assieme.

E domani parto per Brighton. Parto troppo, troppo presto, per andare a lavorare un week-end presso un nuovo cliente. Ritornerò lunedì sera tardi, con l’ultimo volo da Londra. Così penso al fatto che per qualche giorno gli spazi che sono miei e auto-organizzati saranno molto ridotti. Li ho venduti.

E così mi chiedo cosa me ne faccia io adesso del mio tempo?

Tendo a spendere molte energie nel lavorare a grandi cambiamenti (ad esempio un trasferimento o l’avvio di una attività). Nel tempo di mezzo però rimango come paralizzato. Non so guardare a questo pomeriggio. Sono già con la testa persa ai prossimi giorni, ai programmi a 3, 6 mesi.

Ci devo lavorare.

Nel frattempo programmo un viaggio a Besançon con Mojca e Domen, a Regensburg con Daniele, Claudio e Andrea. Mi piace avere nuovi viaggi nel mio orizzonte. Ma devo imparare anche cosa voglia dire stare fermo. Coltivare sì, ma vivere come viene un pomeriggio di Novembre e tirarne fuori qualcosa.


Aspettative

Molti, molti anni fa leggevo di questo gioco chiamato Grim Fandango. Ricordo di averlo desiderato per lungo tempo ma di non averlo mai giocato. Chissà forse non avevo i soldi, forse non avevo un computer abbastanza potente, forse non sapevo dove comparlo.

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Oggi l’ho comprato, in edizione remastered, offerta speciale per 5 Euro. E l’ho detto a un Luca che conosco da molto tempo, che ci giocherà andando in treno a lavoro.

E oggi ho mandato la mia prima fattura da quando sono in proprio. Ho mandato delle notule quando facevo qualche lavoro in ritenuta di acconto ma adesso è diverso, adesso vivo di questo. Sono un imprenditore, no?

Penso di averlo immaginato per molto tempo che sarei diventato un imprenditore. Oggi si comincia per davvero. Forse fra pochi mesi le cose non saranno andate, chissà.

Ho anche iniziato a scrivere il mio linguaggio di programmazione, che ho chiamato Turin.

A volte le aspettative, con i loro tempi, vengono attese.

E Sabato vado al matrimonio di Mojca e Domen in Slovenia.


Porte

 

 

 

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Una discreta quantita’ di porte chiuse e una nuova porta aperta.

Eccola, e’ la porta di una stanza di Lione, che e’ il mio ufficio. E’ una porta che dice molte cose ma tendenzialmente due. La prima e’ che mi trovo a Lione. La seconda e’ che ho un ufficio in casa, dove lavoro come freelance.

E poi apri la porta ti siedi, lavori, rispondi all’e-mail. A chi ti vuole mandare in Cina, cosi’ come a chi propone posti di lavoro a Londra, Dublino, Karlsruhe, Sophia-Antipolis, Belgio, Olanda e via discorrendo.

Vedo solo fugacemente la lista di porte alle spalle, quelle che non ho aperto e quello che ho chiuso. Quelle che ha chiuso un colpo di vento o l’incuria. Quelle che non ricordo piu’ dove siano o come aprirle.

Allora penso a certi pomeriggi oziosi a Rosta, a casa del buon Paolo O., a Daniele e gli occhiali spessi che portava allora. Ripenso a Nico, che ho rivisto l’altro giorno, e la selva di personaggi improbabili che tormentavano le nostre esistenze.

Siamo vicini, cosi’ vicini a Torino, eppure molte stanze che ho amato non le rivedro’ piu’.

Ma ecco, qui, in questo ufficio spoglio, costruisco una nuova vita che mi permetta piu’ liberta’. Per che farsene? Ma per aprire porte, e tornare a bussare a porte che siano alla periferia di Amburgo o poco a nord del Poli.

 


Nomadismi

E quindi sembra si tratti di molto tempo fa ma era poi il 13 di Giugno quando restituito le chiavi dell’appartamento in Windmill Lane per spostarci un paio di settimane a casa di Jessica (che aveva in quel momento un appartamento di avanzo). Poi abbiamo passato qualche notte in albergo a Torino, una notte vicino Verona, una vicino Asolo, di nuovo Torino e poi per due settimane abbiamo subaffittata un’orrida, fetentissima catapecchia sulla collina di Lione. Oggi eccoci nel nuovo appartamento che offre lussi come elettricità, internet, un frigo e una macchina del caffè. Non ci sono mobili ancora, siamo quindi ancora privi di riferimenti, di cassettiere o librerie dove mettere le proprie cose, di tavole dove mangiare, di tavolini dove appoggiare delle birre. Rimanere nomadi per più di un mese è un po’ impegnativo ma alla fine ci si fa l’abitudine così come a cambiare paese.

È strano pensare che ho chiuso tante porte di posti in cui ho vissuto e non ho guardato indietro. Ho lasciato anche oggetti e abitudini, le conoscenze del luogo: dove mangiare un buon kebab o una pizza a Monaco, dove suonino buona musica a Dublino, dove bere un buon Long Islandese al quadrilatero.

Riparto. Ma in fondo il mio è anche un ritorno, a poche ore da Torino. Ho anche trovato i Gianduiotti e le pastiglie Leone.


In Italia

Il tassista gentile ci porta da Linate a Milano Centrale, facendoci anche uno sconto. C’e’ poco traffico in questa domenica d’estate e Milano scorre via liscia. La gente in aeroporto e stazione mi parla in inglese, vedendomi arrivare colmo di bagagli. Io ho sempre un pleasesorry sulla punta della lingua.

Il treno per Torino ha i finestrini abbassati e il vento danza con l’estate dentro al vagone. Non posso dire quanto sia bello reincontrare un’estate vera, italiana, dopo averne saltata una.

Vaghiamo per Torino assaggiando tutto: gelati, granite, panini, un’estathe. La qualita’, la voglia di casa e i prezzi dimezzati rispetto a Dublino mettono fame, sete e voglia di tutto.

Andrea ci porta in macchina mentre corre di qua e di la’: lo disturbero’ il giorno dopo. E’ strano tornare e pensare che tanti sono via, per il mondo, o comunque lavorano.

Il giorno dopo passo all’anagrafe, pronto ad un ottavo girone dell’inferno (quello delle marche da bollo). Ne esco in mezz’ora di impiegati gentili e professionali. Il certificato di nascita multilingua me lo fanno gratis. E’ strano pensare di dover dimostrare di essere nato, cosi’ come e’ strano pensare di dover pagare una tassa di soggiorno per stare a Torino.

Passeggio ed entro in un negozio per comprare uno zaino. La commessa gentile mi spiega nei dettagli le differenze fra i modelli. Esco dopo averle stretto la mano. Arrivo in albergo e stanno pulendo la stanza: mi offrono un caffe’ nell’attesa.

A volte l’Italia e’ un posto indescrivibilmente meraviglioso. Forse bisognerebbe solo non doverci lavorare.


Dublino, uno sguardo

L’estate scorsa a Dublino giravo con una polo e una leggera giacca a vento. Era un’estate di caldo eccezionale da queste parti. Quest’anno invece giro in maglione e con una giacca pesante. Il vento, il maledetto vento soffia forte.

Sono partito, dopo un anno bellissimo vissuto a Torino. Ma non sono partito a mani vuote.

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Sono venuto a fare il Software Engineer

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Per TripAdvisor, un’azienda per cui sono orgogliosissimo di aver lavorato

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E che colleghi!

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Ho lavorato anche in Groupon. Con alcuni talenti incredibili.

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Sono venuto a vivere accanto ai primi studios degli U2, in Windmill Lane

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Li hanno abbattuti in questi giorni

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Abbiamo comprato un materassino e ci hanno dormito Vale, Daniele, Giovanna, Claudia, Manu e Sara, Giulia e Andrea, Claudio.

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Abbiamo visto le scogliere di Moher, Galway, Cork.

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E bevuto.

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Poi abbiamo guardato l’orizzonte

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Sono stati quattordici mesi intensi.

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Dall’agosto del 2012 all’agosto del 2015 avro’ vissuto a Monaco di Baviera, a Torino, a Dublino e ora a Lione.

E’ tempo di rimettersi in marcia, sentire l’eccitazione per la prossima meta. Reinventarsi.

Sperando che gli amici continuino a venirmi a trovare e che sperabilmente io abbia piu’ tempo per andare a trovare loro.


Pirata

E cosi’ sono a lavoro che ascolto Pirata, di Claudio Lancini. I bassi persistenti a ricordarmi… Zurigo, una Street Parade di molti, molti anni fa. Claudio aveva i capelli rasati, forse tutti avevamo i capelli rasati. Il nano da giardino guidava la macchina per le vie della Germania.

Io penso, alle infinite possibilita’ della Vita, qui dal seminterrato, in attesa di qualche meeting, di scrivere qualche integration test, di convincere qualcuno dall’altra parte dell’oceano che questo servizio che stiamo realizzando e’ in effetti fondamentale. Di convincere qualcun altro a fornirci la documentazione o l’accesso a un database. Di far capire al nuovo team leader almeno i principi di come si usa git.

Io penso. La differenza rispetto a quando avevo 16 anni e’ che al pensiero deve seguire l’azione, altrimenti rimango qui, a ordinare i bit con maestria, dimenticandomi il perche’.

Allora io sorrido, ascolto ancora una volta Pirata e rido perche’ io sono qui ma non sono qui, perche’ io vi preparo un volo che non ne avete visti.


Io non lo so

Io non lo so dove saro’ fra un anno, in quale paese vivro’, che lavoro faro’, come spendero’ le mie giornate.

Dall’agosto del 2012, meno di tre anni, ho lasciato l’appartamento dove vivevo in via Tripoli, sono partito per Monaco di Baviera e sono tornato a Torino, dove ho vissuto un anno con il mio migliore amico. Poi sono partito ancora per Dublino.

Dublino ha questi colori tenui, e pinte di birra scura che non conti. Per me rappresenta un’esperienza mono-colore: qui lavoro. Un passaggio bello, un passaggio importante. Ma non ho mai visto traguardi, sono troppo impegnato a cercare scuse per nuovi inizi.

Studio francese, lavoro ogni sera a diversi progetti e onestamente non lo so. Io so ancora poco, molto poco, di quel che sara’.

Ma non nulla: una cosa posso dire di saperla. Che qualsiasi cosa succedera’, dovessi andarci a piedi, io a Settembre, un certo giorno saro’ in un paese preciso. E passero’ a vedere ancora il castello di Erasmo.

Ogni tanto credo sia giusto fermarsi e contare il percorso all’indietro, fatto dal giorno in cui sono partito una mattina prestissimo, con una valigia pesantissima, diretto a Karlsruhe. Quella liberta’, quel periodo meraviglioso. Quello e tutti i momenti straordinari che sono seguiti, in Italia e in Europa. Contare le mie stelle. Ricordarsi che il mondo e’ pieno di meravigliose possibilita’, oltre il mare d’Irlanda. Lontano da Merrion Square, dal Liffey, dai pub, da Mespil Road, dalla Connaught House, dal Ferryman, da Grand Canal, da St. Stephen Green, da O’Connell Street.