Attese e ritorni

La voce registrata annuncia la prossima fermata: “Amerigo Vespucci”. É già lí, un’associazione che la mente riscopre rapida; come se fosse sempre stata a portata di mano ma appena nascosta alla vista. Via Vespucci, l’angolo con Via Cassini, le passeggiate attorno all’isolato, molto, molto tempo prima. Uno sguardo rapido alla mappa: la casa della mia infanzia, é in effetti a pochi isolati da lí. Basterebbe superare la ferrovia, e camminare per pochi minuti nell’aria immobile di Torino, avanzare nel mare d’afa, e, finalmente approdare dove i pensieri più antichi mi aspettano. Penso cosí, distrattamente, che é ora di tornare a casa; oggi. É già passato troppo tempo, e una parte di me, dentro, si lamenta lieve: vuole tornare all’unica casa che conosce. Non è sempre semplice spiegare che, per rivederti, bisognerà aspettare ancora un po’. E il teatro non sarà lo stesso; i colori sbiaditi in foto e nella memoria, saranno diversi. E’ un peccato: gli anni ’80 ti donavano, ti circondavano di luce. Eri bellissimo e invincibile.

Il tram continua la sua corsa. Ora sono vicino al Mauriziano. Scendo e dall’altro lato dell’incrocio un parco: ci portavo una sciarpa in un certo inverno. Nell’ospedale entravo da un ingresso secondario, e ci nascondevamo. Siamo a due felicità di distanza. Nel quartiere non brancolano nemmeno più i fantasmi, soffocati a morte da Luglio, dalle ossessioni, dalle paure e poi, finalmente, da una comprensione che li ha liberati. Ridato luce e respiro a ogni attimo.

Vicino al cavalcavia resiste quel certo bar di un pomeriggio difficile, di laghi, incontri e decisioni amare. Poco più in là c’era Queen, un negozio di videogiochi in cui Luca andava spesso. Lo cerco con lo sguardo e non c’é. Vorrei poter riacciuffare tutti quei pomeriggi in cui non si sapeva cosa fare, quando la provincia ti soffoca. Ci difendevamo ridendo di cose stupide, accendendo la playstation. Vorrei potermi permettere l’egoismo e la possibilità di plasmare il tempo e lo spazio: ti riporterei qui e passeggeremo fra le vie, parleremmo di possibili futuri, di cose di ragazzi che hanno tutto ancora da decidere. Ti rimanderei a casa per tempo, che non facessi aspettare troppo a lungo la felicità che ti aspetta in un paese diverso da questo. Lontano dal calore che mi tiene incollato alle strade.

La sera cerco fra le vie di Rivalta un capo di pomeriggi e qualche mattina spesi in tre o in quattro. Le rotonde dove non c’erano, arrivare dalla tangenziale invece che da Rivoli, passando dietro al castello. Mi sembra incredibile, eppure non ritrovo la strada. Ci arrendiamo e ti chiamiamo. Via dei Mille. Come ho fatto a dimenticarlo?

Quando arriviamo ci sono molte persone per casa e attorno al tavolo. E ragazze e figli e comparse e scomparsi che riaffiorano fra le parole.

Quando chiudi la porta dopo averci salutato l’ultima cosa che vedo é il tatuaggio sulla schiena.
Uscendo penso a cosa dovevo aver pensato uscendo di casa tua l’ultima volta, molti anni prima (10? 12?): che sarei tornato presto, che la strada non avrei potuto scordarla mai.

Le promesse e i fili che tracciamo nel futuro sono incerti, i nostri sguardi limitati e presuntuosi. E peró certi legami rimangono, in cose che fatichiamo a capire o spiegare.
Ma rimangono, come tatuaggi.

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