Arrivo in India

India e il sole addosso. Fa caldo in India, il cappotto l’ho messo in valigia a Monaco.

 

Sono partito di primo mattino, dopo aver dormito poco. L’aria frizzante e il viaggio verso Münchner Freiheit, Marienplatz, Flughafen Terminal 2. Ho aspettato l’imbarco con un paio di birre, dato che stavo per imbarcarmi verso un paese islamico. Lo so, sono un maledetto provincialotto.

Sono atterrato ad Abu-Dhabi, fra le stecche di sigarette e i negozi di liquori. Al momento di prendere il volo per Chennai mi sposto verso il gate. I voli per L’india sono uno in fila all’altro. Ci sono un sacco di colori fra le sedie o seduti per terra. Nessun cartello di fronte al gate riporta la destinazione. Le hostess girano a recuperare i bagagli a mano, ci forzano a imbarcarli. Parlano di Madras, a me che devo andare a Chennai. Al momento dell’imbarco scopro che Chennai e Madras sono due nomi della stessa città.

 

Appena si aprono le porte dell’aereo e imbocchiamo il finger, ci immergiamo in un fiume di gente, dove non ti aspetti di vedere nessuno. Ore 4 del mattino, una lunga coda all’immigrazione. Quando arriva il mio turno mi respingono: sul modulo non ho riportato l’indirizzo dove starò, solo il nome della città. L’ho fatto perché non lo so, l’indirizzo. Mi spedisco in un ufficio. Discutiamo, provo a chiamare ma il mio telefono non funziona. Dal telefono dell’ufficio si può telefonare solo all’interno dello stato, l’unico numero che ho è di una casa in un altro stato dell’India. Stallo.

 

Sul cellulare ho una foto dell’invito al matrimonio. Sull’invito l’indirizzo del padre della sposa. Lo scrivo. Torno all’immigrazione, strappano il foglio e mi fanno passare.

Al recupero bagagli incontro un ben noto ubriacone con un basco della Guinness in testa.

 

Fuori dall’aeroporto, quando si son fatte le 5, un caldo soffocante e una selva di persone. Riconosciamo il cartello e l’autista. Inizia a piovere mentre ci districhiamo fra un traffico già folle. Non provo a descrivervelo, fareste un cenno con la testa a dire che sì, già lo sapete. Che magari a Napoli è peggio. No, a Napoli non è peggio. I centosessanta chilometri li facciamo in diverse ore (tre? Quattro?). Vicino all’albergo i resti di un camion con visibili i segni di un impatto frontale.

 

India, così è iniziato il primo giorno (partenza il 21, arrivo il 22). Davanti all’albergo parenti e amici di Luca, i primi arrivati. S’è fatto giornata e prima che vedessimo un letto passarono ancora molte ore.

Leave a Reply

%d bloggers like this: