Was not just sunday’s sadness but was healed at Micca’s home

Da quando ho deciso di scrivere un libro ho smesso definitivamente di scrivere.
Ed è strano cogliersi muti, incapaci di parlare, incapaci di capire che si nasconde
dietro questa che non è la mia solita tristezza domenicale. Almeno oggi non ho la tentazione
di raccogliere i pensieri fra la voluttuosa nube che si sprigiona da una sigaretta. In questi giorni ho sempre trovato di meglio da fare che studiare, ad incominciare dall’altro ieri, un pomeriggio a chiacchierare con Claudio, quattordic’anni di amicizia stratificatisi fra turbolenze, brindisi e lunghi viaggi: a volte solo attorno ad uno stupido paese, a volte fra i sentieri dei boschi, altre per l’Europa. Ed è il non cogliere la differenza fra questi viaggi, capire che non c’è differenza uno dei primi passi da compiere. Vivere libero a volte è solo il dolore di non avere né meta, né desideri. Sto cambiando, ancora una volta, ampliando le mie possibilità, quello che sono eppure la sensazione è sempre quella di dover proseguire. Spaventandosi anche di quello che si diventa, della propria forza che diventa un’arma cui non si può mettere la sicura, stupito dalla mia istintività che si rivela incontrollabile, come se quella parte di me si fosse infine risvegliata. Eppure tutto quanto può essere curato per le vie del centro seguendo percorsi improbabili, appiccicandosi a vetrine che espongono eroi dei cartoni immobilizzati in forme di plastica. Si può curare, credimi, fra la storia di un assedio, di un eroismo ed il ritorno in metropolitana.

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