Tuffi

Ricordo, era l’estate del 2010, ricordo quel che vedevo e quella sensazione che sale fino alla gola e blocca tutto il resto. Una risposta chiara e forte.

Come dicevo era l’estate del 2010. Quell’anno mi ero trovato a dover ridiscutere tutto. A dover gestire un momento di passaggio. Mi ero come ritrovato in mezzo al deserto, senza sapere quanti giorni di cammino mi separassero dalla salvezza, quanti prima di poter approdare a uno spiraglio, una possibilità di ricominciare.

Quell’estate allora ho preso la macchina e sono partito, da solo. Mi sono diretto verso nord,senza conoscere bene tappe o tempi. Dovevo ancora chiudere il conto in banca che avevo Karlsruhe, inutilizzato da un paio d’anni. Dovevo fare i conti con alcuni fantasmi.

E una notte mi sono ritrovato a guardare Freiburg dall’alto, le luci come pennellate fumose, sulla collina e giù, ad addolcire la pianura, per poi risalire sull’altro versante. Allora, guardando giù ho provato quella sensazione di cui dicevo, l’improvviso abbraccio di tutta quella bellezza e ho pensato che volevo provare quella bellezza, che al di là di ogni ferita o difficoltà c’era una bellezza insita nelle cose, fruibile da prospettive non studiate. Quella vista mi ha calmato. Ho continuato a guardare e il giorno dopo sono ripartito, abbandonando Freiburg, diretto a Karlsruhe.

Quel deserto si poi è rivelato molto, molto, molto lungo, ma quella è un’altra storia.

Una sensazione in qualche modo simile, anche se più immatura, la provavo i primi giorni di luglio del 2008, quando uscivo dal mio ostello, nel sud di Karlsruhe, quando i miei compagni di stanza dormivano già. Di ritorno da un pub lì vicino mi siedevo e leggevo alla luce di un lampione una raccolta di viaggi sul nowhere, il viaggio verso un “non posto”. Storie molto diverse, modi contrapposti di perdersi.

Credo allora che bisogna stupirsi, riaffermarsi impreparati e sfidarsi ai bordi di ciò che si conosce, ciò che si è e che si può gestire. Guardare giù dalla scogliera e, con la luce giusta, e fare un salto, oltre il vuoto. Esplodere in mille pezzi quando l’aria gelata graffia la faccia, il torace, tutto il corpo. Buttare fuori l’aria di schianto e rimanere senza, a ingoiare acqua ancora e ancora. Poi all’ultimo istante tirare su il capo, ancora confusi; per scoprirsi non più confusi ma raggrumati nuovamente intorno a un nuovo scopo: Vivere.

 

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