Ti ricordi?

“Come sta?”

“Non bene, si lamenta tutto il giorno, piange”

“L’hai portato a far vedere?”

“Sì”

“E cosa dicono?”

“Che gli dispiace”

“Ah. Vengo da te allora, ok? Vivi sempre lì?”

“Sì, sempre lì”

“A fra poco allora”

 

Lei aprì la porta, gli occhi confusi da cerbiatto fuggivano quelli di lui. Lui rimase lì a guardarla boccheggiando parole che sfuggivano. Dopo qualche secondo lei, cercando di suonare convinta, disse “avanti, entra”.

E lui entrò.

 

Nella stanza c’erano ancora tracce di un passato non remoto ma ormai sciacquato via da eventi di varia natura. Una intera generazione di emozioni si era succeduta e un continuo fronte d’onda di mutamenti aveva colpito quella casa. Rimanevano qua e là tracce, quasi reperti archeologici, d’un tempo passato: qua un boccale di birra rubato a Brasov, là una bottiglia mai aperta di un liquore sloveno. Una foto di Barcellona: loro due abbracciati e lo sfondo glorioso d’una città inginocchiata al parco di Dalì.

 

“Dov’é?” chiese lui

“Di là, in camera”

“Posso vederlo?”

“Certo”

 

Un gatto bianco stava respirando in maniera irregolare, sdraiato al centro del letto.

“Da quant’è che sta male?”

“Qualche settimana: prima è diventato più aggressivo…”

“Intendi ancora più aggressivo? Ma se era sempre un demonio!”

“Col tempo s’è calmato. È invecchiato anche lui”

“Questi sì che sono cambiamenti”

“A te non piacciono i cambiamenti”

“Non è quello, é che le tracce che rimangono mi confondono. Tutto mi rimane qui” – si indicò il petto – “e alla fine faccio fatica ha capire cosa è vero oggi e cosa lo era dieci anni fa”

“Capisco”

Lui riprese “quindi non c’è speranza?”

“Non fanno la chemioterapia ai gatti. Credo che… morirà prima o poi. Probabilmente entro pochi giorni”

“Cavolo. Quanti anni ha ormai? Dieci?”

“Undici. Lo trovammo poco prima che ci lasciassimo”

“Sì, mi ricordo”

“È passato tanto tempo”

“Sì. Ma non è passato in maniera onesta: è sgusciato via come un ladro” disse lui risentito.

“Non ti ha dato il tempo di fare molto?”

“Forse sì ma io non ho colto le possibilità che mi ha dato. Come per non ammettere che ogni giorno andava e non tornava”

“Pigro e presuntuoso come al solito”

“Certo, piaccio così”

“Se andassimo di là e bevessimo qualcosa?”

“Volentieri, così mi racconti un po’ di te”

 

E parlarono: di lavori, relazioni, lutti e fasi che avevano costellato gli ultimi dieci anni. Compressi fra un bicchiere di Chardonnay e un ricordo lustrato di tempi lontani, di una relazione affogata fra la polvere.

 

“Ma tu te la ricordi la felicità?” chiese lei.

“Non proprio. Mi ricordo però che aveva colori brillanti. Dopo, mi fecero male gli occhi per mesi”

“Anche a me, sai”

 

“Sei più stata felice?”

“Non so dirtelo, non me lo ricordo più bene come fosse essere felici”

“Io me lo ricordo: odori, tempi, sensazioni. È che non mi ricordo come si fa a essere felici”

“Credi sia peggio?”

“No, credo sia meglio. Per me intendo, io devo credere. Per te forse sarebbe peggio però” disse sorridendo.

“Credo mi confonderebbe. Passerei il tempo a fare confronti, a chiedermi ‘è esattamente questa la felicità? Ci sono dentro?'”

“Era più facile essere felici e non doverselo chiedere. Essere felici di soprassalto”

“Decisamente”

“Non incontri più idioti ubriaconi che vogliano fuggire con te?”

“No. Incontro personaggi di ben più alta caratura, ragazzo”

 

Sulla porta lei gli chiese: “Tu pensi che sarò mai felice?”

“Io lo spero. È qualcosa di più che pensarlo”

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