Tavolo

Ero seduto a quel tavolo rigato. Dietro di me c’era una finestra; fuori un cielo carico di nuvole lasciava filtrare poco luce sulle mie spalle e dentro la stanza comune dove la musica, a ogni ora del giorno e della notte, faceva compagnia ai viaggiatori. Ostello di Zurigo. Niederdorfstrasse.

 

C’era stato un tempo in cui avrei voluto scrivere. Se avessi potuto, se fossi stato capace, avrei voluto scrivere di quella volta che c’incontrammo quasi per caso, la deriva degli eventi e il nostro placido sorridergli ci avevano portato sulle sponde dello stesso fiume. Avrei detto di averti incontrato in quel territorio sfuggente dove i nostri dormiveglia si sovrappongono, dove io non ho la mia vita, dove tu non hai la tua. Dove niente attorno a noi è reale, né vogliamo che lo sia. In quella terra franca, in cui io non combattevo per la mia realtà, tu non combattevi per la tua, c’era la possibilità di sedersi. Di guardarci.

 

Tu uguale a sempre, io cambiato. Hai visto? Ho le iniziali sulla camicia. Hai visto? Ho la camicia. Hai visto? Sono stanco. Dico sempre che é perché non dormo, ma non so in realtà perché sono stanco. Quale filo mi hanno staccato? Quale componente non so riparare?

 

Si sarebbe potuto parlare, ma così, di com’è la mia vita, di com’è la tua vita. Sei felice? Perché è quello che conta. C’è la felicità dietro quei tuoi occhi, quei tuoi sorrisi? Fa capolino il senso da dietro i tuoi racconti? Fra le tue giornate, fra i tuoi impegni, l’hai capita la mossa per essere felice? Com’è che fai: con un salto carpiato? Devi lottare ogni giorno per la felicità o ti viene naturale?

 

Ci sono vite che si sfiorano e non c’è mai un incastro. Poi ti rincontri, dopo molti chilometri e tempo, e cambiamenti. A quel punto c’è chi ha una Vita e chi non ce l’ha.

 

Parli e una parte di me é vicina a te, vicina come un soffio gentile, il calore accennato del respiro che sfiora il cuore come fosse la cosa più delicata del mondo. Tu parli, chiedi. Mi parli di parole che ricordo, a qualche livello, che la coscienza aveva dimenticato. Mi parli di nomi che mi smuovono, di luoghi che mi hai fatto vedere. Di serate che abbiamo abitato. Quanti caffè abbiamo preso?

 

Sorridiamo. Un abbraccio. Un libro che chissà, forse un giorno leggerai.

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