Squallidi riciclaggi marziali

In un momento in cui non scrivo ricorro ad un post che avevo abbozzato per Marzo ma non avevo ritenuto degno di questo blog. Ma nel frattempo il livello è sempre più basso per cui…

Fu sul ritorno di casa che smisi, finalmente, d’udire e di temere. Solo immagini scorrevano, lente, nella mia mente, dimentico delle distrazioni delle voci e delle tentazioni degli odori. Lunghi passi consumavano la strada che corre lungo la ferrovia e che riporta, per caso e per rima, a casa mia. Alla porta rossa d’un vecchio palazzo, le vecchie finestre e gli stipiti rosi dai tarli. Casa mia, dove dormo e consumo le ore, dimentico di quel "fuori" ch’ora sbocconcello, metto via, per meglio assaporarlo nella quiete delle mie mura. Coglievo la bellezza delle giovani donne che incrociavano la mia strada (ed io la loro). Ed era una bellezza pura, non corrotta dalla possibilità di un contatto, d’una parola rivolta. Come la bellezza d’un quadro. Com’è un pensiero; fugace e perso. Rallentai appena per allontanare d’un poco il ritorno alla mia prigione, alle mie finestre sporche di solitudine. Un cane, un parco, un paio di ciuffi d’erba che spuntano fra le zolle di terra dura, nuda. Panchine violentate, le scritte nere sulla vernice verde. Un sole ancora troppo timido per scaldarle. E io davvero non ho mai capito se ci fosse qualcosa per me in quel giardino o lungo la ferrovia. Non so dire, e come potrei, se quel giorno feci bene a varcare quel portone tinto di rosso.

In tempo di carestia…
…ogni post è poesia!

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